[RG-75] Storia della Sinistra
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Infine, per ristrettezza di tempo, il rapporto sulla Storia della Sinistra si è limitato a dare sintetici accenni relativamente all’anno 1948.
Innanzi tutto venivano spiegate le motivazioni della politica del Partito Comunista Italiano, che per molti aspetti potrebbero sembrare contraddittorie se non venissero inquadrate sia nella sua funzione specifica di partito opportunista, sia nella posizione nella quale la situazione internazionale lo aveva collocato. Il PCI, infatti, da una parte rappresentava la sezione locale dell’opportunismo internazionale, avente come scopo la sottomissione della classe proletaria agli interessi del capitale nazionale ed internazionale, ma rappresentava anche gli interessi di una parte della borghesia indigena che nei rapporti economici con l’Europa orientale e con la stessa URSS vedeva la possibilità di lucrosi vantaggi per il capitalismo italiano e la possibilità di una penetrazione imperialistica, cosa del tutto impensabile nella zona occidentale. Questi settori economici, di conseguenza, rivendicavano una maggiore autonomia dal protettore statunitense. Inoltre, poiché Mosca, oltre che centrale mondiale dell’opportunismo, rappresentava anche l’imperialismo antagonista degli Stati Uniti, il PCI in una eventuale guerra avrebbe svolto la funzione di quinta colonna, cioè di nemico della patria, o, a seconda dei risultati del conflitto, di suo salvatore.
Dovendo interpretare diversi ruoli nella stessa commedia il partito togliattiano da una parte rivendicava la propria autonomia dal Cremlino teorizzando la “via italiana al socialismo” (con il pieno appoggio di Stalin; in proposito si veda la lezione data dal Maresciallo al turbolento Secchia), mentre dall’altra rafforzava le proprie strutture illegali, pronto anche a prendere le armi, qualora la situazione lo avesse richiesto. A questo proposito è stata data lettura di un lungo intervento di Togliatti al CC del 3 luglio 1947 in cui, nel negare la funzione rivoluzionaria del partito, rivendicava la necessità dell’armamento e della preparazione anche allo scontro armato.
Veniva poi dato cenno al VI congresso del PCI che, in definitiva, sanzionava la linea politica seguita dal partito con perfetta linearità fin dal 1926. Il congresso ebbe anche la funzione di preparare gli animi sia del proletariato sia del popolo italiano in generale a quella grandiosa beffa costituita dalle elezioni politiche dell’aprile. Partiti politici, Chiesa cattolica, organizzazioni economiche, perfettamente unanimi nei loro programmi politici (come si potrà leggere nei documenti di conforto del rapporto esteso), incendiarono gli animi dei lavoratori nella competizione cartacea distogliendoli dai veri problemi economici e sociali, che sarebbero rimasti irrisolti.
Le elezioni politiche del ’48 misero in piena evidenza il grado di sudditanza dell’Italia nei confronti dell’imperialismo americano che in modo del tutto esplicito dichiarava di non permettere che potesse essere instaurato un governo social-comunista, anche se liberamente e democraticamente espresso dalla maggioranza dei voti. Il progetto americano, graduato secondo la gravità del caso, andava dalla intimidazione preventiva, ad un ribaltamento dei rapporti di forze parlamentari (in caso di vittoria delle sinistre) con il passaggio del PSI nelle file dell’Occidente, fino allo scatenamento della guerra civile attraverso le organizzazioni stay behind e non escludeva neppure la diretta e risolutiva invasione militare.
La straordinaria affermazione della Democrazia Cristiana, che superò il 48% dei voti, conquistando alla Camera dei deputati la maggioranza assoluta dei seggi, poté in qualche modo dispiacere a De Gasperi che avrebbe preferito una affermazione più contenuta per non trovarsi impastoiato contemporaneamente nella rete americana ed in quella vaticana; non dispiacque però a Togliatti che, nella sconfitta delle sinistre vedeva salve le prerogative del suo partito. Infatti in più di una occasione affermò che «erano i risultati migliori che potevamo ottenere; va bene così».
Si passava poi ad accennare all’attentato a Togliatti e alla risposta che spontaneamente il proletariato diede non appena ne apprese la notizia. In quello a Togliatti il proletariato aveva visto un attentato alla classe lavoratrice e, collegando questa violenza alla quotidiana violenza che il dominio economico capitalistico ed il suo apparato statale esercitavano su di loro, si erano mossi spontaneamente e compatti nella illusione di una definitiva resa dei conti e di un capovolgimento violento dei rapporti politici e sociali. Le occupazioni delle fabbriche, gli scontri di piazza, le battaglie armate furono brutalmente represse dalle forze di polizia e rinnegate dalle organizzazioni sindacali e politiche. Alle decine e decine di lavoratori ammazzati dalle forze dell’ordine, alle migliaia di feriti, alle decine di migliaia di arrestati, alle migliaia di anni di carcere inflitti Togliatti dalle colonne di “Rinascita”, con il disprezzo del traditore incallito, rispondeva: «Non vi è mai stato in noi semplicismo o ingenuità. Sono caduti e cadono in questi errori coloro che, scoraggiati da un successo elettorale che non li ha soddisfatti, non vedono altra alternativa alla passività che nel vano tentativo di fantasticare insurrezioni ad ogni passo». Contemporaneamente la Direzione del PCI lanciava una sottoscrizione per le vittime dei fatti di luglio della quale avrebbero democraticamente beneficiato e proletari e poliziotti.
Il rapporto si concludeva illustrando la sanzione della scissione sindacale, di fatto esistente da sempre. Unità sindacale 1945/48 e scissione rappresentavano solo due aspetti della stessa realtà antiproletaria: assoggettare prima la classe operaia alle necessità della ricostruzione nazionale in nome dell’unità di intenti e di interessi, spezzare in seguito ogni sussulto virile del proletariato per demoralizzarlo e renderlo incapace di opporre resistenza agli attacchi padronali.