Evoluzione dell’agricoltura e lotta per i mercati mondiali Pt.2
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Evoluzione della CEE
Negli anni 1980 la CEE manifestava difficoltà per il surplus agricolo. Nel 1985 incominciava la limitazione di molte produzioni, vennero dati incentivi per abbattere vigneti, frutteti, per abbattere bovini. Si penalizzava chi supera la quantità assegnata. La precedente politica agricola comunitaria, tendente all’autosufficienza all’interno di ogni singolo paese, si inverte e si passa alle “quote” di prodotti da assegnare ai diversi paesi, che ignorano la loro autosufficienza, penalizzandoli se le superano. A Francia e Germania, si assegnano per i prodotti più importanti quote superiori al loro consumo interno. L’ultimo caso emerso sono le “quote latte”, che l’Italia, non autosufficiente, importa da Germania e Francia; sembra che per far rientrare l’Italia nelle quote vengano “disattivati” i piccoli allevatori, dietro compenso.
Dato che la rendita differenziale proviene non soltanto dalla diversità delle terre coltivate, ma anche dalla differenza dei capitali impiegati in uno stesso fondo, è naturale che l’America, per mantenere alta la rendita, cerchi di imporre ai potenziali concorrenti un rallentamento nello sviluppo agricolo. Ma questo vale anche per i paesi più forti all’interno della CEE: Francia e Germania per difendere la loro rendita agraria hanno cercato e cercheranno sempre di rallentare o cacciare indietro lo sviluppo agricolo degli altri paesi comunitari.
Gli Stati membri della CEE, che sono ai primi posti come paesi industrializzati hanno anche mostrato sempre scarso interesse verso azioni strutturali «corrispondendo in ritardo e parzialmente le loro quote nazionali» (“Nuova Agricoltura”, n.13/1989, p.12). «Le associazioni agricole dichiaravano guerra alla nuova P.A.C. che secondo il Presidente della Coldiretti Lobianco, “è da rifare”. I rappresentanti del mondo agricolo nazionale ritenevano necessario “conoscere una volta per tutte cosa c’è dietro la liturgia comunitaria” e quindi quali possono essere le vere ragioni di una politica agricola comune che sembra tendere fatalmente a deprimere la produttività agricola dei paesi membri dalla CEE, suscitando il sospetto di un più o meno accentuato favore presso la prevalenza monopolistica della agricoltura americana, che andrebbe a proporsi quale effettiva vincitrice dei negoziati GATT» (“Struttura e mercato comunitario”, p.382).
Noi dobbiamo aggiungere che questo vassallaggio nei confronti degli S.U., si riproduce all’interno della C.E.E. Malgrado le proteste nulla è cambiato.
A questa situazione si aggiungeva l’unificazione della Germania. Il 7 ottobre 1990 “Linea Verde” visitava le aziende agricole della Germania Est, di una superficie che va da 4.000 a 6.000 ettari, che i soci non vogliono frazionare perché con quelle dimensioni il lavoro è più produttivo, mentre gli agricoltori della Germania Ovest sono preoccupati essendo le loro aziende di una media di 100 ettari, il che li rende svantaggiati, soprattutto in quel momento già pesante per l’agricoltura tedesca.
«Il cosiddetto set-aside, promosso in sede CEE per attenuare e limitare le eccedenze strutturali, era stato soprattutto voluto dalla Germania, che in questo modo poteva risolvere la propria situazione cerealicola senza penalizzare eccessivamente gli imprenditori agricoli. Questo strumento di intervento comunitario aveva trovato, nel suo iter propositivo, una serie di perplessità e dubbi da parte di quasi tutti gli Stati membri della Comunità. L’esperienza negli S.U. delle terre a riposo non aveva prodotto sensibili risultati nella riduzione delle eccedenze strutturali. Anche in Italia, la naturale disattivazione di centinaia di migliaia di aziende negli ultimi 10 anni non ha portato ad un decremento produttivo» (“Nuova Agricoltura”, n.13/1989).
Nel 1996 scoppia il bubbone delle vacche “pazze”, dovuto alla manipolazione alimentare del bestiame, spinto sino al cannibalismo, che alimenta l’animale erbivoro con proteine animali e spesso malsane, fino a dover abbattere mandrie intere per non contaminare l’uomo. Invece di penalizzare con l’abbattimento senza indennizzo coloro che avevano osato tanto, la Comunità versa all’Inghilterra un indennizzo per l’abbattimento di un numero enorme di vacche. Poi si chiacchierò che poche in realtà erano state abbattute. Così i paesi della rimanente parte della Comunità hanno pagato prima per l’abbattimento, poi svendendo le proprie vacche per il calo dei consumi dovuto al timore del contagio all’uomo. Ora vediamo scendere in piazza anche i produttori di olive, di riso, di arance ecc.
Dietro alla cosiddetta Politica Agricola Comunitaria c’è insomma solo una sorda lotta dei paesi più industrializzati per ritardare lo sviluppo dei rimanenti paesi, e con ciò mantenere o aumentare (come fa l’America) la loro rendita agraria in quanto fondata sulla differenza fra la produttività delle aziende. Gli S.U. hanno una estensione media aziendale di 283 ettari, la Comunità Europea di 13-14! E grandi divergenze le troviamo all’interno della CEE: Portogallo e Grecia hanno una superficie media di 4 ettari; l’Italia 8-9 ettari. Nel Regno Unito 4 persone coltivano 100 ettari; in Grecia, per la stessa superficie, le persone occupate sono 52, mentre la media comunitaria è di 15. Le piccole aziende a base familiare sono ancora prevalenti nell’Europa meridionale. Le aziende specializzate nella culture che esigono una maggior quantità di manodopera prevalgono in Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, mentre nei paesi dell’Europa settentrionale le aziende sono principalmente orientate verso l’allevamento, con minor manodopera, i quali paesi esercitano, attraverso le quote dei diversi prodotti loro assegnate, il monopolio sull’agricoltura, che da tempo va sempre più concentrandosi sulla potenza industriale e finanziaria della Germania.
L’agricoltura – particolarmente quella europea – ha raggiunto lo stadio di tutti i settori capitalistici nella fase imperialista, quindi non più lotta per conquistare appieno all’economia capitalista la precedente struttura agraria, ma per strappare i mercati ad altri capitalisti agrari. Una lotta che si fonde con quella dell’industria, perché l’industria, che ha portato a questo stadio l’agricoltura, non può fare a meno di un settore così importante come quello che dovrebbe alimentare a basso prezzo i proletari e che acquista macchine agricole.
Lo scontro mondiale
Il capitalismo sconvolge, giorno per giorno, con una velocità senza precedenti, la vecchia organizzazione dell’agricoltura. Nel 1961 il mondo aveva da parte grano, riso, frumento, ecc. per i momenti difficili per 95 giorni; nel ’70 lo stock era caduto a 69 giorni; nel 1973 e nel 1974 a 40 e 26 giorni. La causa principale, secondo la FAO, sarebbe stata di natura climatica-stagionale, cioè l’ondata di mal tempo generale e senza precedenti avrebbe compromesso i raccolti.
La scarsa produzione aveva spinto dal luglio ’72 al giugno ’73 le quotazioni del frumento a salire di due volte, quelle del granoturco anche di più, quelle della soia addirittura di quattro, il che in un libero mercato avrebbe significato un incentivo a produrre di più. Invece, in quel cruciale momento, nel 1972, il massimo produttore e esportatore mondiale di derrate alimentari, gli USA, hanno speso 1.050 milioni di dollari per limitare la produzione di frumento, largamente compensati dal raddoppio del prezzo. Non è l’ondata di maltempo, “generale e senza precedenti”, la causa principale, ma l’uragano imperialista. Washington si avvalse della sua posizione di massimo esportatore mondiale di derrate alimentari, come strategia commerciale nelle trattative in seno al GATT, per ridurre alla ragione i suoi partners agitando lo spettro dell’affamamento e ottenendo insieme un nuovo equilibrio internazionale e il pareggio della bilancia dei pagamenti. Lucrò ad un tempo una vittoria politica e un utile economico.
Di queste manifestazioni da gendarme internazionale, sia col dollaro sia con lo spettro della fame rivolte contro di esse, le borghesie mondiali tacevano, ma erano costrette a trovare strumenti per sottrarvisi e fronteggiare la crisi del sistema capitalista che sempre più si approfondiva.
Nel 1985, «gli Stati Uniti, avendo riscontrato negli ultimi tempi una diminuzione della loro capacità di penetrazione nei mercati del mediterraneo con i loro agrumi – causa del fatto che la comunità ha consentito rapporti privilegiati con i paesi mediterranei – hanno chiesto delle compensazioni. Queste non sono state accordate e perciò gli Stati Uniti hanno attuato una ritorsione aumentando le tariffe doganali su alcuni prodotti, tra i quali quelli delle paste alimentari (…) I problemi sono diversi, ma tutti erano di fronte ad una fase di trasformazione della agricoltura a livello internazionale: c’erano problemi per l’agricoltura americana e c’erano problemi per l’agricoltura europea. Gli agricoltori americani si trovarono esposti, in quegli anni, tra l’altro, avendo fatto forti investimenti, verso le banche. Alcuni istituti di credito erano addirittura sull’orlo del fallimento perché non avevano la possibilità di far fronte alla situazione. Perciò l’amministrazione americana vuole realizzare economie sul piano interno ma, nello stesso tempo, vuole aiutare i suoi agricoltori ad esportare su tutti mercati esteri in modo che non ci sia una caduta verticale dell’economia agricola» (“Nuova Agricoltura”, n.21/1985).
«In occasione della 14.a conferenza sull’agricoltura tra S.U. e Comunità Europea, tenutasi a Sant’Antonio, Texas, dal 23 al 25 ottobre 1985, è stata rivolta particolare attenzione ai problemi derivanti dall’eccedenza della produzione agricola mondiale rispetto alla domanda effettiva» (p.16), problema che mai il capitale può risolvere, soprattutto attualmente, dato l’aumento della disoccupazione e la diminuzione del potere d’acquisto dei salari che diminuiscono ulteriormente la domanda “effettiva”, cioè “solubile”. I “non solubili” sono quasi un miliardo, di cui 40.000.000 muoiono di fame ogni anno.
L’articolo notava che il Congresso degli S.U. stava discutendo, in sostituzione del vecchio Farm-bill, una nuova legge rivolta essenzialmente ad integrare il reddito dei farmer per consentirgli di affrontare il mercato a prezzi ridotti. Non era questo dumping? Nello stesso tempo dichiaravano che doveva essere rafforzato e qualificato il GATT mediante negoziati.
Nel 1990, «al vertice di Houston dei sette Grandi, il dibattito sulla riforma delle politiche agricole occupò parecchio spazio. Per la Comunità l’essenziale era che il testo indicasse che lo smantellamento delle sovvenzioni si farebbe in modo “coerente”. Cioè le diminuzioni delle sovvenzioni all’esportazione andrà di pari passo con la diminuzione del sostegno interno. In altri termini gli USA dovranno ridurre il sostegno alla loro agricoltura in modo equivalente a quello chiesto alla CEE. Il presidente della commissione nella conferenza è stata molto chiaro: “Non possiamo andare verso la desertificazione del 30% delle nostre terre per far contento un paese che non capisce niente dei nostri problemi”. E ancora: “per gli S.U. si tratta di buttarci fuori dal mercato e di prendere il nostro posto”. Il presidente del Copa ha evidenziato come il presidente degli S.U. non perda occasione, nel corso delle varie riunioni per il rinnovo del GATT, di parlare quasi esclusivamente di problemi agricoli sotto la fortissima spinta lobbystica dei grandi monopoli del commercio agroalimentare americano. Ha rincarato come gli S.U., con la loro legge agricola, il famoso Farm Bill, spendono per ciascun agricoltore ben 27.000 dollari l’anno contro gli 8.000 circa spesi nella CEE e che il loro liberalismo quindi è solo di facciata, e ha ricordato ad Andreotti appena ritornato da Houston il fatto che dal febbraio 1988 sono entrati in vigore i famigerati stabilizzatori finanziari che hanno ridotto la spesa annuale in agricoltura, e quindi le entrate dei produttori, di più di 3.000 miliardi» (“Nuova Agricoltura”, n.21/1990).
Le trattative nella riunione del GATT di dicembre 1990, causa il grosso disaccordo fra Comunità Europea e Stati Uniti sul mercato agricolo, sono state un completo fallimento. Intervistati e giornali, accusavano gli S.U. di comportarsi da padroni, “come fanno anche nel Golfo Persico”, ma preoccupati perché la rottura sul mercato agricolo comporterebbe l’annullamento di tutto l’organismo GATT e di conseguenza una dura guerra commerciale “che potrebbe portare a una catastrofe”. Speravano che gli S.U. rivedessero le loro posizioni nei riguardi della CEE, dato che rappresenta il 40% del commercio mondiale. Questo 40% della CEE è un capovolgimento di potenza economica, rispetto al dopoguerra, che non le permette più una sudditanza ai vincitori della guerra. Sempre nel 1990 c’era chi azzardava l’idea che gli S.U. volessero rompere col GATT e creare un organismo inter-americano economico, il NAFTA, comprendente Canada, S.U. e Messico, che assumerebbe una popolazione di 363 milioni di consumatori, mentre la CEE potrebbe essere rafforzata da un accordo con l’EFTA che unisce l’Austria, la Finlandia, l’Islanda, la Norvegia, la Svizzera, in un mercato unico, superiore a 360 milioni di consumatori, che porterebbe a una contrapposizione economica a livello continentale.
Qualunque accordo sul GATT è solo una tregua d’armi, che prefigura uno scontro maggiore investendo il settore agricolo e minerario nella corsa alle rendite. Ma lo scontro fra Stati Uniti e Comunità Europea sul commercio agricolo è solo un episodio della generale lotta per i mercati, nella quale l’odierno sviluppo che il capitalismo ha raggiunto in agricoltura constituisce un ulteriore fattore dirompente.
Continua la lotta per i mercati
Leggiamo su “Il Manifesto”: «La politica agricola comune europea aveva subito una svolta nel 1992, quando fu modificata in profondità in vista della conclusione nell’Uruguay Round dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio, avvenuto il 15 dicembre 1993. Cosa è avvenuto in sei anni dal 1993 al 1999? Erano gli stessi “esperti” che nel 1980, quando le importazioni cerealicole mondiali erano di 200 milioni di tonnellate, avevano previsto una crescita da 268 a 422 milioni di tonnellate nel corso del periodo 1995-2000. In realtà, sono crollate a 185 milioni nel 1996. Il fatto è che paesi come la Cina, l’India e l’Indonesia sono diventati auto-sufficienti. La produzione di grano cinese si è moltiplicata per 4,2 tra il 1975 e il 1997 e quella del mais per 8. La Cina ha un eccedente agricolo e alimentare dal 1980, mentre l’Ue nel 1996 ha accusato un deficit di 17 milioni di tonnellate, contro 2,4 milioni un anno prima. Dove sarebbero allora i favolosi mercati promessi? Conseguentemente è noto che negli ultimi 20 anni l’Ue ha perso 6,1 milioni di occupati in agricoltura. I prossimi guadagni di produttività accelereranno il fenomeno. In effetti, se venissero soppresse tutte le protezioni all’importazione dei Quindici, il salasso attuale di 200 mila posti di lavoro l’anno diverrebbe un’emorragia, perché contribuirebbe ad accrescere la specializzazione e l’intensificazione».
La resistenza contro la concorrenza esterna non sana certo le divisioni interne alla Comunità Europea. L’editoriale del mensile “Agricoltura” nell’aprile 1999, commentando l’accordo sul negoziato agricolo del 25-26 marzo scorso, lo definisce un nuovo modello di politica agricola comunitaria, consistente nel resistere in parte alle pressioni di taluni per riconquistare le rendite di posizione perse nel negoziato, che ha ridotto i prezzi di sostegno di cereali, carne e latte, compensati dalla concessione di aiuti diretti al reddito degli agricoltori, a tutto vantaggio della competitività delle imprese e della bilancia dei pagamenti. L’Italia si dichiara vincitrice dal negoziato agricolo anche se è slittata dal 2003 al 2005 la riforma del settore lattiero-caseario. È una concessione alle rendite già esistenti – che ha segnato una divisione fra l’alleanza a quattro, Italia, Regno unito, Svezia e Danimarca, e i rimanenti paesi – per mantenerle e trasferirle nel nuovo accordo.
Nessun accordo commerciale o limitazione delle produzioni può bloccare l’evoluzione dell’agricoltura capitalistica. Secondo quanto aveva scritto “Agricoltura” nel maggio 1998, in Emilia-Romagna, regione ad alta vocazione agricola, quindi indicativa per tutto il settore non marginale dell’agricoltura europea, l’emorragia di posti di lavoro è inarrestabile con un calo nel ’97 calcolato tra le 9 mila e le 6 mila unità. La gran parte in numero delle imprese agricole – circa 3/4 – sono condotte da anziani senza successore. Bisogna chiedersi come e con quali ripercussioni queste saranno integrate in imprese di maggiori dimensioni, e non solo per l’Emilia-Romagna ma per tutta l’agricoltura, inclusa la riduzione e la perdita di molte specie e con quali alterazioni degli ecosistemi agricoli.
Ultimi resoconto di guerra commerciale al WTO
Quest’accordo del 25-26 marzo 1999 dichiara di ispirarsi a “valori di equità e competitività”, termini che si annullano fra loro; del resto cosa può esserci di “equo” nel capitalismo? Vi si decide di ridurre i prezzi di sostegno a cereali, carne e latte, compensando con la concessione di aiuti diretti, tramite l’Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura), al reddito degli agricoltori, a tutto vantaggio della competitività delle imprese. A chi andranno gli aiuti diretti? Poiché gli accordi del Gatt del 1993 proibiscono ai paesi meno avanzati di aumentare gli aiuti agricoli e obbligano gli altri paesi del Sud a ridurli al 13%, cioè condannano a morte intere aree agricole, norme che non saranno attenuate nel prossimo Round Wto, gli aiuti diretti alle imprese andranno solo al Nord innalzando le rendite. Ma si perpetuano, con altre forme, anche le vecchie: l’Italia ha ottenuto un pacchetto finanziario di 1.800 miliardi in più all’anno.
Entrano nel mercato gli “Ex-socialisti”. «Nell’Agenda 2000-2006 è in programma per il 2002 l’adesione di cinque “Peco”: Estonia, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia. Sarebbe aberrante rifiutare gli aiuti diretti agli agricoltori dei Peco, i più poveri, altrimenti l’adesione all’Unione creerà un’ecatombe di posti di lavoro in agricoltura: 2 milioni per la sola Polonia» (“Il Manifesto”).
Si aprirà, alla fine del 1999, un nuovo round di negoziati, in vista di una maggiore “liberalizzazione” degli scambi, dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che nel 1995 ha preso il posto del Gatt. Gli Stati Uniti arrivano a questa scadenza in posizione di forza e intendono ottenere lo smantellamento delle protezioni che sussistono nella Pac. Possiamo prevedere che la Ue – attualmente sotto l’incubo del terrorismo militare americano – farà resistenza per difendere il suo mercato. Ma i risultati saranno a dir bene parziali e la guerra commerciale non andrà che ad esasperarsi. Sarà anche quello dell’apertura del mercato agricolo europeo alle merci americane un ulteriore motivo che le borghesie cercheranno di “risolvere” con lo scontro diretto fra gli imperialismi, e l’accordo di Berlino sarà solo cronaca di guerra.
Settore agricolo e rivoluzione
La crisi di tutta l’economia, che sempre più si ingigantisce, porterà inevitabilmente a una ridivisione dei mercati con la guerra.
I paesi asiatici nel dopoguerra portavano a termine la rivoluzione borghese. Dalla meta degli anni ’80 sembra che India, Cina e Indonesia siano diventati esportatori di generi alimentari. La Corea del Sud che nel 1975 aveva il 45% di addetti all’agricoltura, nel 1993 ne aveva solo il 14,7%, il che rende visibile il trapasso forzato da una società agricola a una industriale, accompagnata da piani, come in occidente, di rinnovo tecnico, di meccanizzazione dell’agricoltura. Il XV congresso cinese si è proposto un incremento del PIL del 11% facendo credere che nel 2.000 raggiungeranno i paesi più progrediti. I vecchi paesi capitalistici hanno elaborato per due secoli tecniche altamente produttive, i giovanissimi paesi capitalistici trovano pronte queste tecniche anche per l’agricoltura, che permettono loro un trapasso accelerato, condizionato solo dal tempo necessario per l’accumulo dei capitali, necessari per passare da una società prevalentemente agricola a una industriale, oppure con l’afflusso di capitali esteri, come dimostra la Corea del Sud.
Già nel 1920 l’America era scesa al disotto del 30% di addetti nell’agricoltura, l’Inghilterra era già al 20%, ma entrambi ben superiori all’attuale 14,7% della Corea del Sud! Lenin, ne L’estremismo, malattia infantile del comunismo, affermava che un compito dei più difficili della edificazione socialista, che si poneva a tutti i paesi capitalistici (esclusa forse l’Inghilterra, dove la classe dei piccoli agricoltori fittavoli era molto poco numerosa) era quello del rapporto che il partito e la classe rivoluzionaria avrebbero dovuto stabilire con estesi ceti produttivi, non più rivoluzionari ma ancora presenti socialmente e non ancora resi inutili alla produzione sociale.
Attualmente si può quindi prevedere che anche per molti dei giovanissimi paesi capitalistici, come appunto la Corea del Sud, la tattica che il partito nelle campagne trovi molti dei suoi compiti enormemente facilitati.