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Glass-Steagall Act – 1933-1999: aprire la stalla prima che le vacche siano scappate

Categorie: Finance, USA

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Alla fine dell’anno, con un’ultima operazione di riforma del sistema finanziario americano, giunge a conclusione il processo iniziato negli anni ’70 di smantellamento dell’apparato di leggi del 1933 che avevano separato in compartimenti i diversi intermediari finanziari: chi prestava il denaro da chi lo prendeva a prestito.

Forti espansioni della finanza internazionale si erano avute nei due decenni precedenti la prima guerra mondiale e negli anni ’20, fino al 1929. Tra il 1929 e il 1932, anni della Grande Depressione, negli Stati Uniti 5.096 banche su 24.000 fallirono e la catena dei fallimenti divenne un meraviglioso veicolo di trasmissione della crisi.

Siccome i borghesi hanno sempre negato che la sovrapproduzione inevitabilmente si generi e che le crisi siano fenomeni ciclici necessari nel processo di riproduzione del Capitale, la colpa della grande crisi venne senz’altro attribuita al credito incontrollato, che certamente aveva alimentato la speculazione borsistica e immobiliare, per l’assenza di barriere nel sistema creditizio, che in effetti avrebbero potuto rallentare la trasmissione della crisi fra le banche. Nel 1933 quindi il Congresso americano approvò il Glass-Steagall Act, che veniva ad inquadrare rigidamente le attività bancarie e a separare queste dalle attività di intermediazione in titoli e di assicurazione.

Da allora fu scritta un’intera biblioteca di testi di economisti borghesi per lodare tale linea politica – presto adottata in tutti i paesi, democratici, nazi-fascisti e stalinisti – che, si diceva, avrebbe sancito il ruolo di uno Stato super partes atto ad impedire gli eccessi del Capitale. Si pontificò, di conseguenza, che il Capitale, infine “controllato” in così saggia tutela, avrebbe per sempre evitato le sue catastrofiche crisi e recessioni. Questo si insegnò, dalla “destra” alla “sinistra” sessantottina, con ovvii corollari controrivoluzionari, fino alla… crisi planetaria del 1975!

Nell’ultimo quarto del secolo che ai frastornati contemporanei ha dato i natali il mercato mondiale dei capitali si è enormemente sviluppato, travolgendo ogni barriera e coinvolgendo masse sempre maggiori di capitali monetari.

Il rallentamento della crescita relativa del capitale, succeduto alla precedente trentennale espansione alimentata dalle distruzioni della Seconda Guerra, ha determinato lo sviluppo del mercato finanziario internazionale secondo questi meccanismi: 1) accelerato movimento di capitali dai vecchi industrialismi in declino ai giovani del Sud e dell’Est del Mondo, a loro volta generatori di instabilità; 2) ricerca di nuovi mercati e sviluppo del commercio internazionale e delle grandi imprese che producïno e vendono in ogni paese; 3) fine del sistema dei cambi fissi, provocata dall’indebolimento dell’egemonia economica del capitalismo americano, quindi passaggio ai cambi fluttuanti, occasione di buoni affari per le banche commercianti in valute e per gli speculatori monetari; 4) enorme massa di debiti degli Stati in cerca di finanziatori in tutto il pianeta.

Questo trafficare, in cui operano diversi intermediari finanziari, è un mercato sui generis dove si tratta una merce sui generis: i capitalisti monetari vi cedono per un certo periodo il valore d’uso del denaro, come capitale alle imprese industriali e commerciali, ma anche come anticipazione di entrate fiscali allo Stato e sempre più come anticipazione di salari futuri al lavoratore-consumatore tramite il credito al consumo. Vengono così a sostenere un capitalismo decrepito e a dare sfogo alla sovrapproduzione. Le Borse, dove si trattano i titoli di credito già in circolazione, sono solo appendici di questo mercato.

In questo insieme di intermediazione finanziaria le banche hanno, ed avranno in futuro, un ruolo insostituibile per il capitalismo: nei capitalismi maturi l’80-90% della moneta disponibile per la circolazione delle merci e dei titoli è costituita dalla moneta scritta (con tecniche antiche o moderne la sostanza non cambia) nei conti delle banche.

Oggi le banche americane, costrette dalla concorrenza, non possono rimanere indietro rispetto a quelle che non hanno più o non hanno mai avuto i vincoli che l’amara lezione della Grande Crisi consigliò di apporre. La necessità di accorciare le operazioni tecniche della circolazione di una massa crescente di capitali finanziari ha reso più acuta la concorrenza fra i diversi tipi delle stesse banche americane, e fra queste e quelle degli altri paesi, fra la piazza finanziaria mondiale principale di New York e quelle di Londra, Tokio, Francoforte, ecc. o dei “paradisi fiscali”, spingendo lo Stato americano ad eliminare le misure di controllo del sistema finanziario stabilite dopo il 1929. La forte concorrenza, beninteso, non si genera – né può essere disciplinata – nel sistema finanziario, ma dipende dal fatto che l’interesse bancario è solo una detrazione dal profitto industriale, il cui saggio, per determinazione economica storica di fondo, da trenta anni scende inesorabilmente.

La follemente esponenziale produzione capitalistica è oggi drogata da una grande espansione del credito, fra capitalisti individuali e fra centri nazionali, prima fra tutte quella del credito concesso dagli altri capitalismi al centro di stabilità del capitalismo mondiale, quello americano. Le borse sono in piena euforia, speculando con fede su una crescita futura dei profitti e sulla vita eterna del capitalismo. I titoli superquotati sono base di nuovo credito.

I capitalisti debitori e creditori si scambiano ipoteche sul plusvalore nascituro, la cui creazione e realizzazione richiede nuovo credito. La sola salvezza del capitale, quella di continuare a drogare la produzione, coincide con la sua rovina. Che sia definitiva è compito della Rivoluzione del Proletariato e del suo Partito.

Ecco perché alla fine di questo troppo illuso e disilluso ’900 il sistema finanziario è tornato ad essere libero da vincoli. In base ai recenti deliberati del Congresso americano i vari tipi di banche, le società per l’investimento o il commercio di titoli fruttiferi, le compagnie di assicurazione non dovranno più, per legge, avere ragione sociale distinta e potranno con controlli ridotti svolgere le funzioni di raccogliere depositi, concedere prestiti per tutti i tipi di finanziamento, eseguire pagamenti fra i conti di deposito, comprare e vendere titoli, operare sui mercati valutari, concedere mutui edilizi, vendere polizze assicurative e prestare come capitale che rende interesse il denaro versato da chi ha comprato le promesse di previdenza, fare consulenza finanziaria e da sensale nella centralizzazione del capitale con acquisizioni e fusioni di imprese. Ciò con filiali in tutti gli Stati dell’Unione.

Insomma, se nel 1933, alla fine della Crisi, i borghesi si dettero a chiudere le stalle dopo che le classiche vacche ne erano scappate, oggi, per il terrificante maturare, qualitativo e quantitativo, della universale crisi di sovrapproduzione, sono costretti – di essa sacerdoti – ad aprire quelle porte in anticipo sul deflagrare della distruttiva deflazione. In questo colossale auto-sbugiardamento è da leggersi, oltre che una vittoria della teoria marxista che previde allora l’impotenza di allora e di oggi, un fallimento delle misure difensive del regime capitalista contro sé stesso, una conferma della incapacità degli stessi borghesi e delle loro armatissime istituzioni di imbrigliare le forze infernali che prorompono da sottosuolo dei rapporti di produzioni fondati sul mercato, il capitale e il lavoro salariato. Quelle forze si tradurranno presto – e finalmente – nella rovina dei vilissimi ceti medi col dileguarsi dei loro meschini risparmi. In questa salutare distruzione degli idoli le premesse del realizzarsi delle nostre ipotesi.