Operai e contadini oggi in Russia
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Solo una nuova rivoluzione potrà risolvere i nodi della controrivoluzione staliniana e le contraddizioni del capitalismo.
La controrivoluzione in Russia trionfò spezzando l’alleanza operai/contadini poveri e facendo leva sugli interessi del ceto dei contadini medi. A questi la Rivoluzione aveva assicurato il pezzo di terra capace di sfamare e far sopravvivere la famiglia rurale; lo stalinismo, spinto dalla grave carestia, aveva concesso la ricostituzione di forme ancestrali di lavoro comunitario nel mir-colcos. Non proprietà della terra nel senso del diritto romano ma usufrutto perpetuo.
Ancora oggi nelle campagne vive quasi il 30% della popolazione. In America siamo al 2,7%, dieci volte di meno! Ammesso che la stessa percentuale di non urbani si dedichi all’agricoltura ciò vorrebbe dire che il valore di un chilo di farina in Russia costerebbe 10 volte tanto, ergo il costo del mantenimento e riproduzione della forza lavoro aumenterebbe in proporzione.
Nella condizione di colcosiano il contadino non è costretto da necessità economiche né a rendersi proletario e né a impegnarsi nell’accumulazione del capitale. Il suo appezzamento gli garantisce di che vivere e il lavoro nell’azienda collettiva costituisce una sicurezza di più, oltre ad esimerlo dall’accumulare un capitale fornendogli in uso le macchine agricole. Tale struttura di fatto è una garanzia del contadiname contro la sua proletarizzazione e contro l’abbandono delle campagne verso i mostri urbani.
Il nodo odierno non è facilmente solubile: anche se le terre comuni dei Colcos saranno gestite da un punto di vista capitalista tout court, mancherebbe la forza lavoro per farle funzionare in quanto il contadino continuerebbe a concentrarsi sul suo appezzamento e prestare al Colcos la sua mano d’opera controvoglia e saltuariamente, come e quando fa comodo a lui. Sembra quindi che sarebbe necessaria una feroce e sconvolgente riforma agraria finalizzata all’esproprio dei contadini in senso borghese, che trasformi i colcosiani in pauperi, in proletari senza riserve.
Una riforma di tale portata abbisognerebbe della forza, delle energie vitali che oggi il capitalismo russo ha già speso nella sua giovinezza, mentre la sua maturità oggi volge alla putrefazione. Nell’Inghilterra del ’600 per espropriare in massa la popolazione contadina i Landlord ricorsero alla violenza più bruta, il famoso codice cruento, che prevedeva l’impiccagione per il reato di vagabondaggio.
Solo una catastrofe sociale, guerra o rivoluzione, o anche naturale quale pessimi raccolti ripetuti, potrà scuotere dal torpore la campagna russa e liberarla dall’anacronistica conduzione colcosiana, con un piede ancora nel comunismo primitivo e l’altro nel già reazionario capitalismo.
Per il proletariato il mondo contadino russo è una palla al piede, oggi non più mobilitabile come nel ’17 per la distruzione dell’ordine esistente. Ancora più che nel ’17 si richiede la rivoluzione non in un paese solo ma nel mondo intero.
La crisi attuale in Russia, superiore di ampiezza a quella americana del ’29, non accenna ancora ad invertire tendenza. I miseri incrementi in percentuale di questi ultimi mesi sono niente a fronte dell’enorme voragine quando la velocità di crescita necessaria per risollevarsi da una così profonda e lunga crisi dovrebbe essere ben sostenuta, un balzo fuori dalla voragine. Una crisi che così si trascina attenderebbe solo la robusta spallata del proletariato russo e mondiale, solo che potesse ritrovare sé stesso e il suo partito rivoluzionario.
Invece la soluzione borghese, nell’assenza di una forte ripresa mondiale che faccia da volano, non può che essere il riarmo. La caratteristica millenaria russa di Stato militare, dopo il collasso e l’umiliante ridimensionamento, dovrà necessariamente riprendere vigore. In Cecenia questa volta lo stato maggiore russo pare si sia preparato meglio, potrebbe essere il segnale di una riorganizzazione e ripristino della potenza militare.
Il potenziale bellico, ossia la capacità di riprendere un ruolo da protagonista nell’arena imperialista mondiale, esiste tuttora. Questa terribile crisi che ha sfasciato il vecchio apparato potrebbe aver agito da selezione in quanto, rottamato quanto di vecchio e superato, avrebbe conservato il necessario per ripartire su di una base più moderna ed efficiente. La tecnica russa, esclusa l’elettronica, dicono, mantiene un buon livello, soprattutto nel campo dell’aviazione.
Dal punto di vista sociale, nonostante le scarne informazioni che ci giungono, riferiscono di una tensione latente, che a volte sfocia in vere e proprie rivolte. Con piacere riportiamo una notizia di fonte borghese che conferma le nostre speranze.
Nella regione di Leningrado, a Sovietskij, le maestranze operaie della Vyborg hanno preso in mano le armi a difesa delle loro condizioni di vita. La fabbrica, che impiega 2.200 operai e produce cellulosa e cartone, due anni fa è stata ceduta dallo Stato russo ad un gruppo straniero.
Gli operai hanno subito intimato che i nuovi proprietari avrebbero potuto mettere piede nello stabilimento soltanto dopo aver pagato gli stipendi arretrati, oltre 8 milioni di dollari. Non ottenendo soddisfazione gli operai hanno preso possesso della produzione, riuscendo a far lavorare per più di un anno lo stabilimento al 60% della sua capacità produttiva. Nel mentre la proprietà borghese veniva ceduta ad un’altra società straniera, la quale si dichiarava disposta a saldare solo una minima parte degli arretrati.
Gli operai opponevano un categorico rifiuto al furto dello stipendio arretrato e, armi alla mano, si sono preparati allo scontro con i reparti speciali della polizia. Il quattordici ottobre 30 incursori del Ministero degli Interni assaltano la fabbrica ma, dopo aver ferito due operai, sono però costretti dal convergere di massicci rinforzi proletari a battere in ritirata cercando rifugio nei locali della mensa e portando con sé 8 ostaggi. Gli incursori sono stati incursati. Dopo 15 ore di battaglia il Ministero ordina la ritirata. La fabbrica ha ripreso a lavorare sotto la protezione della milizia operaia armata, controllata a debita distanza dalle forze di polizia.
Si noti che gli operai hanno rivendicato il pagamento degli stipendi arretrati e non sollevato lagne nazionaliste, indifferenti al tipo di proprietà, statale, russa o straniera, dando un esempio per tutti i lavoratori. Infatti, citiamo, «i lavoratori dell’Azienda Meccanica Leningradese si sono presentati a Sovietskij dicendo: Anche da noi le cose vanno male, spiegateci come avete fatto perché potremmo provarci anche noi».
Da rimarcare il ruolo dei sindacati ufficiali, che sono la fotocopia di quelli nostrani. Irina Ledenyova, vicedirettore del sindacato dei lavoratori minerari e metallurgici, così bonzeggia: «Il problema è che nessuno ha detto ai lavoratori chi ha comprato l’azienda e loro non riescono a capire che cosa stia succedendo». Per la brava Cofferatova il tutto si riduce a convincere i proletari dell’inevitabilità della crisi, e quindi informarli ammodo che i salari arretrati possono scordarseli.
Invece la realtà è che la fabbrica è ben redditizia e il gioco di farla passare di mano probabilmente aveva proprio lo scopo di fare scomparire dal passivo i 15 miliardi di lire di arretrati.
I lavoratori hanno risposto come dovevano, nessuna rivendicazione sull’autogestione ma la rivendicazione di classe del salario, sulla cui riduzione al minimo la società borghese vive e affama il mondo intero.