Partito Comunista Internazionale

Le eterne trattative di “pace” in Medio Oriente alibi per lo sfruttamento del proletariato

Categorie: Israel, Palestine

Questo articolo è stato pubblicato in:

Alla fine di ottobre, ad Hebron, nella Cisgiordania “liberata”, 14 lavoratori di una fabbrichetta, quasi tutte giovani operaie, sono morte bruciate per lo scoppio di alcune bombole di gas. Nel luglio 4 muratori erano morti a Ramallah, sempre nella piccola “Entità palestinese”, uccisi dal crollo di una impalcatura costruita con materiali scadenti. Non sono episodi isolati. Sono decine di migliaia i manovali palestinesi costretti a lavorare 10-12 ore al giorno, spesso a nero e senza alcun contratto, per salari bassissimi ed in condizioni di costante pericolo.

Espulsi a decine di migliaia negli ultimi anni dallo Stato d’Israele, si è detto “per motivi di sicurezza”, e sostituiti da lavoratori provenienti dall’Europa centro-orientale, dalla Russia e dall’Asia, buttati fuori dal Kuwait, sempre si è detto, a seguito dell’appoggio di Arafat all’Irak, i lavoratori palestinesi si sono ritrovati rinchiusi nei territori della cosiddetta “Entità”, senza lavoro, senza prospettive, costretti a vendersi al padrone loro compatriota a condizioni ancora peggiori di quelle che un tempo erano loro offerte dal “nemico” israeliano.

I sindacati palestinesi, sull’esempio delle organizzazioni occidentali, sostengono apertamente la politica del governo, tutta tesa a proteggere quello che demagogicamente viene propagandata come sviluppo della “economia palestinese”. «La parola d’ordine rispettata da tutti – scrive “il Manifesto” del 22 ottobre – è di non ostacolare, reclamando i diritti dei lavoratori, gli investimenti in Cisgiordania e Gaza degli imprenditori locali e stranieri su cui si fonda un progetto di sviluppo economico che si sta rilevando selvaggio e senza regole, che sfrutta un lavoro che si vuol far rimanere a bassissimo costo (…) Il segretario della CGIL, Cofferati, interrogato in proposito durante una sua visita in Cisgiordania, ha risposto “non si deve pretendere troppo da un sindacato che opera in circostanze sfavorevoli e in territori che non sono ancora uno Stato”». Il bonzo italico così non fa che difendere la tradizione del sindacato cigiellino che, fin dalla sua ricostituzione nel secondo dopoguerra, su stampo fascista come l’abbiamo definita, ha sempre sottomesso le esigenze della classe operaia a quelle supreme dell’economia nazionale e del padronato.

La debole e corrotta borghesia palestinese, cedevole e arrendevole sul piano politico verso lo Stato d’Israele, di cui oramai aspira solo a divenire vassalla, usa invece il pugno di ferro contro il proletariato nei territori passati sotto la sua amministrazione, grazie ad un apparato repressivo di prim’ordine, messo in piedi grazie all’aiuto congiunto di Stati Uniti ed Israele, nascondendosi dietro al mito sempre più consunto della creazione di uno Stato indipendente.

Ma gli strombazzati accordi di Oslo sono falliti, dato che Israele non intende assolutamente mollare la Cisgiordania. La responsabilità del ristagno delle trattative era stata attribuita dal governo palestinese, ma anche dall’opportunismo internazionale, all’indisponibilità del governo del “destro” Nethaniau, succeduto a sorpresa al laburista Rabin che, caduto sotto il piombo terrorista, dopo morto si è trasmutato da “falco” in “colomba”. Noi comunisti abbiamo sempre ribadito invece che i governi di “sinistra” sono ancora peggiori di quelli di destra – perché ingannano i lavoratori – e che la politica degli Stati, soprattutto quella estera, non cambia con i governi ma segue delle linee direttrici dettate da esigenze profonde che non variano nel medio periodo.

Oggi, l’andata al governo di nuovo di un laburista ha portato ad una nuova farsa propagandistica; ritrovatisi nuovamente ad Oslo, stavolta ufficialmente e ancora sotto l’egida degli Stati Uniti, Barak e Arafat hanno tracciato un nuovo “percorso” che dovrebbe portare alla “pace”: nell’occasione la diplomazia israeliana ha ribadito che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non saranno smantellati, che non sarà restituito tutto il territorio della Cisgiordania ma solo alcune zone, le più popolate da palestinesi; che i profughi palestinesi non potranno tornare ma resteranno per sempre nei campi per rifugiati; che le risorse idriche della Cisgiordania e di Gaza resteranno sotto il controllo israeliano; che Gerusalemme non diventerà capitale del nuovo Stato palestinese (ammesso che si faccia mai).

A queste condizioni, a condizione cioè che i palestinesi accettino di vivere in alcuni bantustan, piccoli territori sovrappopolati e scollegati tra di loro, poveri e senza possibilità di alcun miglioramento sia economico sia politico, la “pace” si farà.

Una pace che agevolerà gli sporchi affari della corrotta borghesia palestinese come di quella israeliana, ma che non cambierà le terribili condizioni di vita del proletariato palestinese e che non aiuterà il proletariato israeliano a riscattarsi dalla sua sottomissione alla politica patriottarda e guerrafondaia.