Ferrovieri in sciopero contro un contratto a ribasso
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Chiudere la ristrutturazione delle Ferrovie e diventato per dirigenza F.S. e Governo un obiettivo oramai non più rinviabile. Premono non soltanto esigenze economiche ma spinte strettamente politiche: occorre ridimensionare e possibilmente eliminare quel nucleo di lavoratori che sostengono il Coordinamento Macchinisti Uniti, che con la loro decennale resistenza indicano a tutti gli altri l’esigenza della riorganizzazione, dal basso, dell’organo sindacale, fuori e contro la politica d’asservimento dei Confederali. Un piccolo nucleo che sembrava dover rimanere confinato nella categoria, seppure in forma maggioritaria, ma che al contrario ha saputo divenire punto di riferimento per il bisogno d’aggregazione di tanti ferrovieri. Ecco perché una ristrutturazione che ha già determinato 100.000 posti di lavoro in meno non può considerarsi pienamente realizzata se permangono intatti quei 18.000 macchinisti, sola categoria che ha mantenuto quasi del tutto intatto il suo organico in virtù di decine e decine di scioperi e soprattutto della loro organizzazione.
Ecco allora l’apparente cambio di strategia, cercando di imporre con la forza un CCNL senza precedenti, non soltanto in ambito ferroviario ma nell’intero mondo del lavoro. Un contratto eufemisticamente definito “di restituzione”, in altre parole il primo contratto dal dopoguerra che prevederà un abbassamento dei minimi salariali e la diminuzione di ben sei giorni delle ferie. Un contratto che tenterà di introdurre un modo di lavorare “a vista”, ovvero senza regole e senza diritti, nel quale il lavoratore si troverà isolato dinanzi allo strapotere delle F.S., ingabbiato in un orario di lavoro del tutto subordinato ai continui aumenti di produttività.
Una mossa quella di De Matté e Treu imposta da Confindustria, che sulle ferrovie ha sempre speculato e che vede nella nuova privatizzazione selvaggia non solo un pretesto per accumulare profitti, ma moduli per la gestione dei lavoratori di tutte le categorie. Finite, infatti, le vacche grasse della ricostruzione post bellica, oggi la feroce concorrenza internazionale impone un mercato del lavoro elastico e disponibile, cosicché, gettate a mare le garanzie degli impieghi a vita e dei salari “garantiti”, si è data via libera al caporalato interinale ed alla ristrutturazione dei cosiddetti carrozzoni statali, provocando contraccolpi che sinora sono stati assorbiti grazie ad un ampio uso degli ammortizzatori sociali: sussidi e prepensionamenti.
Oggi però, finiti i daner, si attendono momenti ancora più duri, abbandonando del tutto la gestione della carota e dandosi solo alla frusta. Dare vita ad un ridimensionamento dei contratti fondendone diversi ed attestandoli sulle condizioni peggiori, oppure, come nel caso delle F.S., creare addirittura le condizioni per un abbassamento dei salari degli occupati, può essere la soluzione per costruire una testa di ponte al fine di riportare i lavoratori alle condizioni di trenta anni fa, facendo leva sulle migliaia di giovani che offrono lavoro.
Si cerca di passare alle maniere forti, visto che la presa sui lavoratori del logoro apparato “concertativo” è sempre meno salda, lasciando pericolosi spazi alla riorganizzazione di classe. È una debolezza questa ultimamente evidenziatasi con il progetto di legge sulla rappresentatività sul posto di lavoro: partiti da una soglia di ingresso del 5% si vorrebbe raddoppiare al 10%, nell’intento di tagliare fuori proprio le organizzazioni come il COMU. Questo, in particolare, ha deciso di formare – non senza una opposizione al suo interno – con UCS, FISAFS, SAPEC e SAPENT una confederazione, denominata ORSA, Organismo delle Rappresentanze Sindacali Autonome, per scavalcare questo sbarramento. La legge e stata quindi “temporaneamente” accantonata in attesa di tempi migliori.
Se dunque Governo e sindacati sono stati costretti ad accelerare i tempi, la loro azione ha però stimolato la protesta dei macchinisti che ha prodotto, dopo l’ultimo effettuato a settembre, lo sciopero del 12/13 dicembre, con ottimi risultati e percentuali di adesione al di sopra del 70%. Ma la protesta va oltre le sigle, tanto che il 18 dicembre, a Firenze, si ritroveranno i rappresentanti delle RSU di Toscana ed Emilia Romagna e d’altri Compartimenti per dare vita a un coordinamento che sostenga e favorisca le lotte future.
I ferrovieri non si consegneranno, come i sindacati di regime vorrebbero, nelle mani del nemico implorando clemenza, perché la razionalità spietata del padronato non è vincolata da alcun limite morale che stia al di fuori del portafogli. Al contrario i lavoratori devono proseguire sulla strada tracciata da anni di lotte, consapevoli che quest’ultima sfida era ed è inevitabile. Già l’aver costretto padroni e sindacati a mostrare il loro vero volto rappresenta una significativa conquista.
Il futuro non sarà catastrofico, come i falsi amici prospettano, se affrontato in maniera cosciente ed organizzata. Certo la lotta sarà difficile e pericolosa, ma, dopo aver letto quello che sta scritto sul nuovo CCNL, è evidente che fuori dalla lotta difensiva di classe non c’è un domani per nessuno.