Partito Comunista Internazionale

La guerra cecena è contro la classe operaia di Russia

Categorie: Capitalist Wars, Chechnya, Russia

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La guerra cecena sta producendo i suoi frutti velenosi. Il popolo russo, di fronte alla commozione e al terrore sollevati dalla propaganda al tritolo, non riesce ad opporsi alle mire guerrafondaie dalla borghesia, vecchia e nuova. La Chiesa ortodossa, come da tradizione, ha benedetto la guerra santa contro il nemico islamico ed anche le grandi barbe dell’intelligenza non hanno mancato di appoggiare l’intervento slavo. Un risultato è stato la vittoria elettorale alla Duma del partito eltsiniano, nonostante la disastrosa situazione economica, i pesantissimi scandali finanziari, i legami sempre più evidenti con la criminalità organizzata.

«Il patriottismo è l’armatura della nostra nuova ideologia» sentenzia Eltsin in un momento di lucidità; rispondono i quotidiani: «Nessuno toglierà la Cecenia al Cremlino, né il FMI, né l’Europa, né Clinton». Il patriottismo, come dice Eltsin che se ne intende, è il miglior sipario per coprire le nefandezze del regime. «Se non ci fosse stata, la guerra cecena bisognava inventarla – afferma un economista, direttore della Casa Bianca russa – il conflitto è un gran bene perché sta risanando la bilancia dei pagamenti e favorendo gli investimenti nei settori industriali più moderni. La guerra sta stimolando i settori produttivi nazionali» (Unità, 13 dicembre).

 Anche le dimissioni di Eltsin e l’andata al governo del poliziotto Putin, come presidente ad interim, sono passate senza scosse sia all’interno del paese sia al di fuori. Dalla sua nuova poltrona questo grigio servitore dell’apparato potrà preparare al meglio la campagna in suo favore per l’elezione a presidente, controllando non solo buona parte dei mezzi di comunicazione ma anche i centri chiave del potere.

 I militari naturalmente hanno contribuito a gonfiare la propaganda patriottica. Il comandante delle truppe russe nel Caucaso, Viktor Kasantsev, a metà dicembre dichiarava che entro due o al massimo tre settimane Mosca avrebbe ripreso il controllo di tutta la Cecenia. I tempi si sono però allungati ed è sempre più evidente che lo scopo finale dell’azione di Mosca non è la lotta contro i gruppi terroristi, come ancora recita la propaganda ufficiale, ma l’occupazione del territorio ceceno. Questo conferma che il vero motivo per lo scatenamento della guerra era riprendere il controllo sull’oleodotto che attraversa la regione, di grande importanza strategica, soprattutto per contrastare le iniziative degli Stati Uniti che, con l’appoggio della Turchia, tentano di ridurre fortemente l’influenza russa sull’intero Caucaso, cercando di estrometterla dal controllo sul trasporto del petrolio del Caspio.

 La ripresa del territorio prevede la sua occupazione con forze di terra. Ma questo risultato sembra sempre più lontano per le truppe di Mosca – giovani proletari mandati allo sbaraglio e soldati di mestiere sottopagati – che si trovano a dover affrontare un nemico tenace, che si muove con la tecnica della guerriglia, ben addestrato e ben armato. I fantasmi dell’altra recente guerra cecena, che vide i fantaccini russi costretti alla ritirata, stanno di nuovo turbando i sonni dei generali moscoviti.

 Nelle ultime settimane, dopo mesi di duri bombardamenti, le truppe corazzate hanno più volte cercato di occupare il centro della capitale e sono sempre state respinte, spesso con gravi perdite in uomini e mezzi. Un comunicato del comando militare russo, in data 8 gennaio, parlava di “accaniti combattimenti nella capitale” precisando che i soldati federali avevano ingaggiato violenti corpo a corpo nelle strade della città dove i ribelli opponevano una “forte resistenza”. Questi comunicati si sono ripetuti sempre più spesso nei giorni seguenti, riportando cifre di morti tra i soldati, anche se presumibilmente decurtate al ribasso.

 Nonostante la stretta censura militare che impedisce la diffusione di ogni notizia sulla guerra, censura che è stata addirittura rafforzata negli ultimi giorni dopo la diffusione di notizie su alcuni dei cocenti rovesci subiti dai militari russi (un modo come un altro per avere una guerra “pulita”), si parla ormai di più di mille morti tra i soldati di Mosca, di decine di carri distrutti, di aerei ed elicotteri abbattuti in più occasioni.

 I giorni scorsi le milizie cecene sono addirittura passate all’offensiva in territori già considerati sotto occupazione russa: la città di Argun è stata liberata per alcune ore, mentre a Shali pare addirittura che sia stato preso d’assedio il quartier generale russo. Degli stessi giorni la notizia della sostituzione (o destituzione) di due generali russi, Shamanov, comandante del fronte occidentale, e Troshev, comandante di quello orientale, i due responsabili diretti delle operazioni al fronte, subito al disotto del generale supremo Kasantsev. Nell’occasione il Comando Supremo ha ammesso che sono stati commessi “errori ed ingenuità”, cui si è cercato di rimediare aumentando ancora la pressione sui guerriglieri e sulla popolazione civile. Nei giorni successivi l’esercito di Mosca ha scatenato una nuova offensiva contro la capitale e nel sud del paese.

 La guerra quindi potrebbe rivelarsi una scommessa sbagliata per Putin e, soprattutto, per la borghesia russa. Se il numero dei giovani coscritti mutilati ed ammazzati in terra cecena continuerà ad aumentare è probabile che poco possano i palpiti nazionalisti e l’odio antislamico contro l’istinto di classe del proletariato russo e che riprendano forza tra i lavoratori quei principi dell’internazionalismo proletario e della guerra alla guerra che in un passato non lontanissimo li seppero mobilitare e portare alla vittoria contro un mondo intero di rapina e di macellai.