Tumultuosa ascesa, fine ingloriosa del millenio borghese
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Manifesto del Partito Comunista, 1848.
«La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria. Essa per prima ha mostrato che cosa possa l’attività umana. Ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche. Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Sfruttando il mercato mondiale ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Subentra un’universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale così nella spirituale. Con le comunicazioni infinitamente agevolate la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare».
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In questo fine millennio non si contano ormai più le esercitazioni sulla natura e sulla “conta” del Tempo: scontro di calendari e di kabale, che ai nostri occhi hanno un valore molto relativo e non cadiamo nei giochi parafilosofici, o peggio, in proposte astratte su possibilità di correggere una nozione che ha importanza per la nostra non secolare ma millenaria lotta. Ma non ci sottraiamo ad un bilancio d’un Millennio che ha visto l’ascesa e l’ingloriosa fine d’una classe, quella borghese, che tanto aveva promesso in termini di Libertà, di Progresso e di Benessere, e che invece sta chiudendo il convenzionale conteggio degli ultimi giorni del millennio nella peggiore delle maniere.
Non stiamo a mettere in discussione le date salienti né i metodi di divisione e di organizzazione del Tempo utilizzati fino ad oggi, ma non possiamo tacere che nella nostra concezione il Tempo, come del resto lo Spazio, non sono nozioni astratte e metafisiche. Rimandiamo, a questo proposito, ai nostri studi che hanno individuato nella relatività di Einstein una definitiva sconfitta d’ogni interpretazione che non si incarni nella realtà storica, ed in particolare nella lotta tra le classi, quella lotta tra le classi che ha così profondamente segnato in specie gli ultimi due secoli.
Ci atteniamo, senza inutili esotismi, al calendario gregoriano anche se, come è noto, la Rivoluzione, per esso di Ottobre, per il calendario ortodosso diventa… di Novembre. Non ci meravigliamo che il mondo musulmano conti gli anni dall’Egira, nel 622 d.C., né che i nostalgici dell’impero romano vorrebbero contare ab Urbe condida, dalla nascita di Roma nel 753 a.C. Non ci possiamo permettere questi lussi, ma non è inutile ricordare che, a proposito di ascesa e ingloriosa fine della borghesia, i giacobini cancellarono per un breve periodo le settimane in nome della Decadi, più digitali, e presero a contare il Tempo partendo dall’avvento della Repubblica, ribattezzarono i mesi con nomi naturali legati alle stagioni… per poi ricadere nel vecchio Tempo romano, segno della sconfitta e della rassegnazione. Né ci dimentichiamo quando, con più ridicoli scimmiottamenti, si impose di contare gli anni dell’Era Fascista dalla Marcia su Roma del 1922, come se finalmente il Tempo si fosse piegato ai poteri della borghesia, sempre dittatoriale, imperialistica, antiproletaria.
Ebbene, tentiamo il bilancio del millennio – che soli ci contraddistingue – il modo migliore per prendere la distanza dal presente iniquo che vede il proletariato in trincea, in una difesa delle proprie posizioni più economica (anzi, neppure economica) che politica, a causa degli eventi che hanno segnato una serie di contraccolpi dalla Rivoluzione del 1917 ad oggi e che hanno influito negativamente sul progredire storico a livello generale.
Mano a mano che ci allontaniamo dal nostro secolo, definito breve da Hobsbawm, crudele da altri, e da noi inutile, ci rendiamo conto dei tradimenti, dell’abbandono delle promesse, del cedimento d’una classe che, sorta nella prima parte del Millennio, ha avuto il merito storico di liberare energie immense, nei lunghi secoli della sua preparazione rivoluzionaria, sui piani della formazione delle lingue che saranno nazionali, nell’affinarsi delle arti espressive, nelle scoperte geografiche e nel gettare, o recuperare i fondamenti antichi della scienza moderna, nella elaborazione del pensiero politico, economico e sociale, slancio epocale culminato nell’affermazione orgogliosa dell’avvento del Lume della Ragione sulle miopie e chiusure del passato chiesastico e feudale.
Alla luce (o meglio, alle tenebre) del loro Novecento la storia pregressa rischia di apparire un idillio, sia l’epopea delle Nazioni che in Europa raggiungono la loro affermazione nell’Ottocento, sia la politica illuminata dei sovrani del Settecento, che non è spiegabile senza tener conto delle esigenze e delle pressioni che la nuova classe comincia ad esercitare sui poteri costituiti prima del sua avvento alla ribalta nei più evoluti paesi ed aree. Non ci riduciamo a spacciare un’immagine positiva della borghesia alle sue origini, e demoniaca al suo esito; il fatto è che il materialismo dialettico non ha mai nascosto la sua ammirazione per una forza sociale che ha storicamente avuto il merito di gettare le basi materiali per la propria negazione e per il passaggio al comunismo. Riconosciamo che a pensare, combattere e vincere le Rivoluzioni ce l’ha insegnato la Borghesia.
Nella nostra ottica era inevitabile che le contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialistica producessero una serie di guerre generalizzate tra gli Stati. Lo “scoppio” (mai verbo è stato tanto giustificato) della Prima Guerra Mondiale, 1914, che a molti, anche grandi dirigenti politici, apparve improvvisa, era stato da tempo previsto dal nostro movimento, al quale anzi appariva tardiva; la promessa di interminabili decenni di sviluppo economico e di benessere sempre più diffuso veniva brutalmente smentita, rimettendo in discussione spartizioni e illusioni consolidate.
Ci si rendeva conto che la storia della lotta delle classi procede effettivamente secondo leggi dialettiche, sussultorie e non graduali e pacifiche. Ciò merita d’essere messo bene in evidenza, poiché la tentazione di presentare la storia come un gioco tranquillo di forze che si mettono in equilibrio grazie ai negoziati ed al Mercato, nonostante le dure repliche, continua ad essere l’unico modulo col quale la borghesia corrompe le file del proletariato.
Se è vero che la storia è sempre inevitabilmente “storia contemporanea”, la nostra permanente rassegna intende ammonire che ancora una volta, davanti a conflitti sempre più aspri, lo scoppio delle ostilità tra grandi potenze imperialistiche verrà presentato come “imprevedibile”, “inevitabile”, sebbene prodotto di movimenti irrazionali, di teste calde ed altre oscenità.
Ma nel bel mezzo della Prima Guerra imperialistica l’anello debole della catena, la Russia zarista, assisté all’altro scoppio, quello della Rivoluzione, considerato impossibile in un paese arretrato, secondo le valutazioni del revisionismo socialdemocratico e della borghesia stessa. Inizia da quell’evento il “secolo breve”, e per noi…”inutile”, cioè contrassegnato dalla controrivoluzione, che avrebbe determinato in Russia la degenerazione staliniana dello Stato e del Partito, e la nascita in Occidente dei movimenti ultraborghesi di contrattacco, come il fascismo e il nazismo.
La chiave interpretativa del Novecento per noi è questa, e permette di distinguere da ogni altro il nostro piccolo partito. Per tutte le altre forze in campo la Seconda Guerra sarebbe stata un conflitto per le libertà nazionali, un nuovo Risorgimento per l’Italia, la sconfitta delle orde barbariche teutoniche per gli altri. La borghesia, anche in questo problema, si dimostra incapace d’un giudizio critico della sua stessa esperienza storica; ne è prova il fatto che in nome della libertà di espressione e del pluralismo gli stessi intellettuali si censurano e non si azzardano a fare progetti o enunciare tesi sul futuro, pronti a saltare, come sempre, sul carro del vincitore.
Al contrario noi non possiamo fare a meno di riassumere e di fare un bilancio degli eventi, poiché sono iscritti nel programma, e dal programma devono necessariamente essere derivati! Beh, lo sappiamo, eresie agli orecchi dei benpensanti. Ma chi va controcorrente, o ha la bussola a posto o verrà travolto.
Tutto il contrario, ancora una volta, delle operazioni in corso che, anche di fronte al fatto esplicito del trionfo del mercato e dell’imperialismo, cercano di nascondere il bandolo della matassa parlando genericamente di globalizzazione, cercando di evitare il segreto, le linee dinamiche delle contraddizioni e dove inevitabilmente portano.
Il nostro bilancio considera il modo diverso di concepire lo “indurimento ideologico” e le contrapposizioni tra le classi a livello mondiale nella fase più vergognosa della borghesia declinante. Accolta con un sospiro di sollievo nel 1989, la caduta del Muro di Berlino ha consentito la propagazione della doppia illusione ottica che finalmente fosse finito l’incubo del “comunismo” e della guerra: comunismo non era – l’incubo, della guerra, rimane. Le borghesie occidentali avevano fornicato con lo Stato grande-russo di marca staliniana per ben 70 anni e con la sua attiva collaborazione ricacciato indietro la rivoluzione genuinamente comunista che nel 1917 aveva inaugurato una prospettiva di grandi possibilità politiche per la classe operaia. Già lo svelamento di questo paradosso storico la dice lunga sul modo di contare gli anni, di decifrare i ritmi della storia, che ci vede in assoluta controtendenza con gli avversari. Noi avevamo preconizzato la fine ingloriosa del falso comunismo russo fin dal 1926, ed avevamo invocato il crollo del mito russo come condizione per la ripresa rivoluzionaria. Figuriamoci allora le reazioni sulla “fine delle ideologie”, come certi ambienti borghesi hanno chiamato la liberazione della centrale Germania dal Muro e dall’incubo russo.
Il Novecento, non a caso, si è chiuso con il dichiarato fallimento dell’incontro a Seattle del WTO, ultima riprova della vista corta dei movimenti borghesi e piccolo borghesi che si illudono di mantenere i benefici del commercio mondiale senza pagare i suoi terribili prezzi. Un osservatore borghese ha dovuto ammettere che «Marx, contro ogni facile orecchiamento piccolo-borghese, nel Manifesto del Partito Comunista considerava dialetticamente positiva quella che oggi si chiama “globalizzazione”». Il critico de “Il Giornale” si trova costretto a chiosare: «a chi, come i manifestanti di Seattle, contestava il capitalismo con una “critica romantica” e con i “solidarismi comunitari”, cioè le varie forme di “socialismo” che vuol ristabilire i vecchi mezzi di produzione e scambio, l’economia patriarcale nell’agricoltura, Marx rispondeva con disprezzo: “È un vile piagnisteo, utopistico e reazionario”». E noi non abbiamo che da ribadire: ben detto, compagno Marx, a riprova che, se si vuole un’analisi chiara e seria dell’attuale realtà “globalizzata”, anche il borghese “onesto”, se ancora ce n’è ancora qualcuno, è costretto a ricorrere alle barbe dei nostri Maestri.
Un riconoscimento ulteriore che, nel mentre si vantano chissà quali rivoluzionamenti dovuti alla ragnatela informatica, che sta conquistando fette di mercato in Tempo reale in virtù della potenza e velocità di comunicazioni e scambi, la questione era stata esattamente prevista dal materialismo storico, per la necessità immanente e cogente del modo capitalistico di produzione di accorciare il più possibile i tempi di distribuzione delle merci per compensare l’asfissia e l’intasamento dei mercati.
Per ammissione diffusa, che a noi interessa poco ma che pure un qualche significato dovrebbe averlo, mai come in questo fine millennio il pensiero borghese si è dimostrato tanto debole e infecondo. L’incapacità di progettare in grande, a scala sociale, in profondità nel Tempo futuro, sì da dar certezza materiale e ideale a quelli che nel nuovo secolo verranno a nascere, in nome di minimalismi di varia entità in tutti i campi dell’attività umana, conferma il nostro fondante giudizio: il modo di produzione capitalistico non ha futuro, è destinato a cadere sotto la pressione della sua ricchezza e della inevitabile ripresa internazionale della lotta di classe.
Il presunto trionfo del Mercato e della legge del Profitto nasconde in realtà l’inevitabile tendenza alla caduta del suo saggio a livello generale; non si vede con quali marchingegni la borghesia possa rovesciare tale tendenza se non col ricorso alla forza, che porta alla guerra generalizzata, e che nel frattempo significa pressione sempre più oggettiva e spietata sulla classe mondiale dei lavoratori.
Il fatto che solo il Partito veda queste cose, che ci fruttano l’appellativo di passatisti, dogmatici, fuori dal Tempo, non ci turba affatto: è il prezzo che abbiamo sempre pagato, che dobbiamo pagare alla ideologia dominante. Non riusciranno a farci accodare al sentimento, giustamente dominante, di impotenza, di rassegnazione, di rinuncia all’avvenire. Lo sappiamo bene che le formazioni decadenti hanno fatto tutte la stessa fine nella storia, in un finale di partita che ha inevitabilmente comportato stato marasmatico, spesso tragicommedia.
Noi comunisti siamo schierati contro questa atmosfera ingloriosa che il virtualismo di moda cerca di presentare come leggera, inevitabile, post-moderna. Per noi è l’espressione e il segno della necessità che le forze del futuro di riorganizzino, trascorso un duro secolo-breve di rinculo, ma anche di grandi lezioni e di nostra ordinata preparazione rivoluzionaria, disciplinata così com’è il lavoro del proletario e, vogliamo dire, davvero eroica in ricordo dei tanti compagni di milizia che il vecchio secolo si è portati con sé.
Allo scadere di un Tempo che non sta a nessuno scegliersi perché segnato dalla complessa dinamica del formarsi e del fragoroso frangere delle onde sociali che ogni argine travolge, si ergerà davanti a noi urgente il compito che il Partito si è dato e che la storia ha assegnato al moto ormai secolare della generosa e vitale classe dei nullatenenti.