Partito Comunista Internazionale

Sull’origine delle religioni Pt.1

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MONOTEISMO “INNATO

 Secondo la teologia cattolica «uno studio diretto ed accurato dei fatti ha portato alla scoperta di un culto dell’Ente Supremo, che si riscontra più o meno in tutti i popoli primitivi. L’Ente Supremo o Gran Dio è presentato come creatore di tutto, anche degli spiriti o divinità inferiori, come onnipotente, immenso, giusto. Questo fatto abbastanza costante nei popoli più antichi dimostra che il Monoteismo è anteriore al Politeismo e che questo è una degenerazione di quello (…) Il Monoteismo, conservato mirabilmente nella tradizione ebraica, (…) fu la religione primitiva» (Dizionario di Teologia Dogmatica – Roma, 1945). Fino dalla sua comparsa, o meglio dalla sua “creazione”, l’uomo avrebbe avuto coscienza dell’esistenza di un Ente Supremo, Dio unico ed onnipotente. E ciò sarebbe stato possibile attraverso la “rivelazione” che, teologicamente, è l’atto con cui Dio si rivela, anzitutto nella creazione dell’Universo. È la cosiddetta “rivelazione naturale”.

 L’uomo, fin dall’inizio, avrebbe avuto una volontaria disposizione dell’anima a riconoscere Dio come Ente Supremo e padrone dell’Universo e a rendergli il culto dovuto. Senza contare che Dio, si legge nella Genesi, con l’uomo parlava, passeggiava, mangiava e perfino misurava la sua forza fisica nella lotta. La Bibbia (Genesi, 32-24/32) racconta dello scontro fisico, durato una notte intera, tra Giacobbe e Dio in persona e come, in seguito a questo avvenimento, Dio stesso abbia cambiato il nome di Giacobbe in Israele, “colui che combatte”, “il guerriero”.

 Continua il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Nel corso della loro storia, e fino ai nostri giorni, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc). Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme d’espressione sono così universali che l’uomo può essere definito “un essere religioso”».

 Quindi se idolatria, feticismo, politeismo, rappresentano solo una degenerazione del primitivo monoteismo, nondimeno confermerebbero la necessità, connessa alla natura umana, della credenza in un Essere Superiore.

 Ne L’Origine della Famiglia, della Proprietà privata e dello Stato, Engels descrive in questi termini lo stadio inferiore dello stato selvaggio: «Fanciullezza del genere umano, il quale viveva, almeno in parte, sugli alberi – solo così si spiega il suo sopravvivere di fronte ai giganteschi animali da preda – e si trovava ancora nelle sue sedi originarie: foreste tropicali o subtropicali. Frutta, noci, radici servivano di nutrimento; la formazione del linguaggio articolato è il risultato principale di questo periodo. Di tutti i popoli conosciuti in epoche storiche, neppure uno si trova più in tale stato primitivo. Sebbene questo periodo abbia potuto durare migliaia di anni, non abbiamo prove dirette della sua esistenza, ma una volta ammessa la discendenza dell’uomo dal regno animale, bisogna necessariamente ammettere questo passaggio».

 In questo stadio iniziale della storia umana, quando gli strumenti utensili sono pressoché inesistenti, le facoltà rappresentative minime e lo stesso linguaggio fonetico quasi inesistente, i nostri progenitori conducevano una vita troppo simile a quella degli animali per poter esprimere una qualsiasi forma religiosa.

 Ma la capacità evolutiva dell’uomo, stimolata dalla necessità di provvedere ai propri bisogni, ha creato i primi mezzi tecnici per produrre il necessario per vivere. «È in questo meccanismo di sviluppo dei bisogni sociali, di organizzazioni sociali, e quindi di sviluppo di conoscenza, che, ad un certo punto del cammino dell’umanità, si forma ed appare, in tempo vario ed in modo pressoché uguale nei vari aggruppamenti di essa, quel fenomeno intellettuale che, ad un certo grado della sua evoluzione, assume i caratteri per cui viene designato col nome di religione».

 Possiamo quindi affermare che dopo un lunghissimo periodo in cui l’idea di religione fu del tutto inesistente, l’evoluzione umana ha conosciuto le religioni delle comunità primitive, cui seguirono, dopo lungo corso di millenni, le religioni della società schiavistica, poi quelle della società feudale, infine di quelle del capitalismo. Poiché l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza, se lo raffigura in base alle idee della società in cui vive. Già il filosofo greco Senofane, vissuto circa cinque secoli avanti Cristo, affermava: «Se i buoi, i cavalli e i leoni avessero le mani e potessero con quelle mani dipingere, i cavalli dipingerebbero gli dei simili a cavalli, i buoi simili a buoi, e forgerebbero i loro corpi come ognuno di loro è forgiato (…) Gli etiopi sostengono che i loro dei sono camusi e neri, i traci che hanno occhi cerulei e capelli rossi».

 Dopo un lunghissimo periodo durante il quale la vita dell’uomo poco o nulla si differenziava da quella di altri animali, quando l’uomo è finalmente riuscito a forgiare i primi mezzi tecnici per produrre il necessario alla vita e le singole società umane hanno acquisito delle caratteristiche che differenziano i suoi componenti dal resto degli animali viventi, a quel punto si forma ed appare quel fenomeno intellettuale che viene designato col nome di religione.

 Non vi sono religioni diverse a seconda delle diversità di tribù o popoli messi sommariamente a confronto, ma a seconda delle fondamentali epoche storiche nelle quali è suddivisa l’evoluzione dei singoli popoli.

 «Lo spirito umano – scrive L.Morgan in L’Antica Società – che è lo stesso in tutti gli individui, in tutte le tribù, in tutte le nazioni, e limitato rispetto all’estensione delle sue forze, opera e deve operare in direzioni uniformi e costanti e in stretti limiti di variabilità. I risultati ai quali perviene in paesi lontani nello spazio e nel tempo, costituiscono gli anelli di una catena logica e continua di esperienze comuni (…) Come le successive formazioni geologiche, le tribù dell’umanità possono essere catalogate in strati successivi in base al loro sviluppo: così classificate esse rivelano con precisione quasi assoluta il cammino completo del processo umano, dallo stato selvaggio alla civiltà (perché) il corso delle esperienze umane ha seguito vie quasi uniformi».

 Se il pensiero filosofico, religioso, morale, ecc., percorre determinati ed analoghi stadi, ciò significa che i popoli, qualunque sia la loro razza ed il loro ambiente geografico, nel corso del loro sviluppo sperimentano esigenze materiali ed intellettuali analoghe in corrispondenza ad analoghi processi di produzione. La conclusione è quindi quella che, poiché le religioni corrispondono a comuni necessità di interpretare i fenomeni non controllabili dall’uomo, seppure in epoche ed in regioni differenti, ad un medesimo sviluppo sociale corrispondono le medesime idee religiose.

IL TOTEM

 La più antica forma di religione, anteriore alla divisione della società in classi, è il cosiddetto “totemismo”. La parola Totem, presa dal dialetto algonchino significa “l’affine del fratello” o “il consanguineo”. È il vincolo di parentela che intercorre tra il clan ed il suo capostipite presunto che, il più delle volte, viene ravvisato in un animale, in una pianta, in un fiume, dal quale il sostentamento del clan dipende, ne garantisce la sopravvivenza e la continuità. Nel mito latino che narra di Romolo e Remo allattati dalla Lupa affiorano i residui leggendari di una antica società totemica, e gli stessi affiorano anche nel mito biblico del Serpente (divenuto solo in un secondo tempo ingannatore) che permette all’uomo la conoscenza del Bene e del Male. Nella religione giudaica le figure totemiche animali, specialmente il Serpente e il Toro, hanno lasciato forti tracce, dimostrando come sia del tutto falso che il Monoteismo, conservato mirabilmente nella tradizione ebraica, fosse la religione primitiva, anzi, si dimostra come tale religione abbia, al pari delle altre, attraversato tutti gli stadi in concomitanza allo sviluppo dei modi di produzione, di scambio e dell’organizzazione sociale, riferentisi non soltanto ai limiti nazionali, ma, come minimo, a quelli di una area geografica che andava dalla valle del Nilo fino a quella del Tigri ed Eufrate.

Per quanto riguarda il Serpente possiamo ricordare, oltre all’arcinoto rettile del paradiso terrestre, quello di bronzo costruito da Mosè e che fu posto in mezzo all’accampamento perché chi fosse stato morso da un serpente, guardandolo, potesse guarire (Numeri, 21-8/9). Il popolo di Israele continuò a bruciare incensi e a venerare il Serpente bronzeo fino a che non venne fatto a pezzi dal re Ezechia (IV libro dei Re, 18-4). Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni (3-14/15), viene paragonato al Serpente di bronzo innalzato da Mosè. Aronne, fratello di Mosè, fu il gran sacerdote del Toro d’oro, ridimensionato poi a vitello in segno spregiativo. Il culto totemico nei riguardi del Toro, diffusissimo su tutto il bacino mediterraneo, aveva ancora presso gli ebrei grande prestigio tant’è che il Dio degli eserciti ebbe serie difficoltà prima di riuscire a sbarazzarsi di questo tenace concorrente. Si veda nella Bibbia il III libro dei Re (12-28) ed il IV libro dei Re (10-29 e 17-16).

 Le figure totemiche assumono il ruolo di progenitore, parente, amico. Il rapporto che si stabilisce tra il gruppo umano ed il Totem è quello di reciproca dipendenza. Il Totem non è ancora un Dio, è soltanto il progenitore; ad esso non vengono rivolte preghiere, al contrario si danno degli ordini, manifestando con riti, ritenuti magici, la volontà collettiva del clan.

 L’uomo che viveva in una società a carattere comunista, ragionava in modo comunista. Ricorreva a rappresentazioni fantastiche della realtà per integrare la relativa parzialit… delle sue conoscenze. Questo però non gli impediva una lucida visione dei rapporti intercorrenti tra uomo e natura. «Le religioni naturali, come il feticismo dei negri o le comuni religioni primitive degli ariani, nascono senza che vi giochi un ruolo l’impostura; l’impostura dei sacerdoti diviene molto presto inevitabile nella loro successiva formazione» (Engels, B.Bauer e il Cristianesimo Primitivo). Nelle religioni primitive nessuna separazione esisteva tra religione e vita: le due cose erano una sola cosa.

 A dimostrazione riportiamo brani da un discorso del capo Seattle della tribù del Duwamish nel territorio di Washington (North West Coast), del 1855. Il governo degli Stati Uniti aveva proposto al capo pellerossa l’acquisto di alcune terre di appartenenza della sua tribù. Le parti del discorso che riportiamo riguardano la risposta del capo dei selvaggi.

 «Il Grande Capo di Washington ci fa conoscere il suo desiderio di comprare la nostra Terra. Il Grande Capo ci invia anche espressioni di amicizia e di pace. È un gesto gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli in cambio non ha molto bisogno della nostra amicizia.

 Esamineremo la vostra proposta, poiché sappiamo che, se non vendiamo, l’uomo bianco può venire con i fucili a prendere la nostra terra.

 Come si possono comprare o vendere il cielo, il calore della terra? È un’idea assurda per noi. Come potreste infatti comprare da noi la frescura dell’aria o gli zampilli dell’acqua, dal momento che non ci appartengono? (…) Ogni angolo di questa terra è sacro al mio popolo. Ogni ago di pino scintillante, ogni lido sabbioso, ogni bruma nei boschi ombrosi, ogni radura, ogni insetto che ronza sono sacri nella memoria e nella esistenza del mio popolo. La linfa che scorre negli alberi porta il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono le nostre sorelle; il daino, il cavallo, la grande aquila, questi sono i nostri fratelli. Le cime rocciose, le linfe nei prati, la foga irruenta del cavallo e l’uomo, tutto appartiene alla stessa famiglia (…) L’acqua limpida che scorre in ruscelli e fiumi, per noi non è solo acqua, ma il sangue dei nostri antenati. Se vi vendiamo della terra dovrete ricordare che essa è sacra, e dovrete insegnare ai vostri figli che è sacra e dire loro che ogni ombra che si riflette nell’acqua chiara dei laghi parla di fatti e di ricordi della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli, placano la nostra sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli (…)

 Sappiamo che l’uomo bianco non comprende il nostro modo di pensare. Per lui un pezzo di terra vale l’altro, poiché egli è uno straniero che arriva di notte e prende dalla terra tutto ciò che gli piace. La terra non è per lui un fratello, ma un nemico e una volta che l’ha conquistata l’abbandona. Egli si lascia alle spalle la tomba di suo padre e non se ne cura. Non gli importa di privare della terra i suoi figli. Egli trascura le tombe dei padri e i diritti vitali dei figli. Tratta sua madre la terra e suo fratello il cielo come cose che si comprano, si saccheggiano, si vendono, non diversamente da pecore e gemme scintillanti. La sua voracità divorerà la terra e lascerà dietro di sé il deserto.

 Io sono un selvaggio e non comprendo un modo di pensare diverso dal mio. Ho visto un migliaio di bisonti in putrefazione nella prateria, lasciati dall’uomo bianco che li aveva abbattuti sparando da un treno in corsa. Io sono un selvaggio e non comprendo come il fumante cavallo di ferro possa essere più importante del bisonte che noi uccidiamo solo per sopravvivere. Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se essi sparissero l’uomo morirebbe per una grande solitudine dello spirito. Tutto ciò che accade agli animali ben presto capita anche agli uomini; tutte le cose sono collegate fra loro. Tutto ciò che la terra subisce lo subiscono anche i figli della terra. Se gli uomini sputano per terra, sputano sopra se stessi.

 Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo: tutte le cose hanno un legame, come il sangue che unisce una famiglia. Ogni cosa è collegata alle altre. Qualunque cosa accada alla terra, accadrà anche ai figli della terra (…)

 Anche i bianchi passeranno, forse più in fretta degli altri popoli. Continuate ad insudiciare il vostro letto e una notte morirete soffocati dai vostri stessi rifiuti».

 Il primitivo, nella suo sentire la vita, non contrappone l’uomo alla natura, lo immedesima nella natura stessa e su questa base imposta il suo lavoro e i suoi rapporti sociali. Il Totem è una rappresentazione ingenua, ma non falsa, di questi rapporti. La teoria della continuità delle specie della scienza moderna, non solo era già stata intuita dai pensatori del Rinascimento e messa a punto dai naturalisti della fine del ’700, ma era conosciuta e vissuta dal selvaggio.

AGRICOLTURA E PASTORIZIA

 Quando i gruppi nomadi, che vivevano quasi esclusivamente dei prodotti offerti dall’ambiente naturale, cominciarono a stabilire fisse dimore e a coltivare la terra, per stimolare i cicli vegetali in modo da ottenere maggiori prodotti dovettero adattarsi ai cicli stagionali e a fissare delle regole che i primi capi ebbero interesse a determinare e a fare conoscere in modo generale. Di qui la necessità di portare l’attenzione sul movimento degli astri, primo fra tutti per i suoi effetti sul clima, il Sole che, in quasi tutte le religioni, è il più importante degli Dei. La parola Dio, in quasi tutte le lingue indoeuropee, si ricollega al principio della luce: la radice div, deiv, nella lingua latina divenuta deu(m), è antico aggettivo con il significato di luminoso. Questa derivazione è ben evidenziata dalla parola latina dies (il giorno), contrapposto al concetto delle tenebre, identificato con potenze malefiche, concetto sopravvissuto fino ad oggi.

 La espressione di queste regole aventi forza di leggi, non poteva che assumere forme vaghe, misteriose e fantastiche, tuttavia sorte direttamente da un bisogno reale e da un procedimento sperimentale.

 Il nascere della religione sta ad indicare che l’uomo è giunto a tal punto della sua evoluzione intellettuale che ricerca un rapporto causale tra i fenomeni ai quali assiste o partecipa e tenta di formulare una teoria, sia pure fantastica, che possa spiegare questi fenomeni.

 La pratica magica delle popolazioni primitive si presenta come un tentativo “sperimentale” di pressione materiale esercitata dall’uomo nei confronti nella natura. Come più tardi la filosofia e la scienza, la religione ebbe il compito di assolvere alla necessità di formulare delle ipotesi per spiegare i fenomeni dell’Universo. Religione e scienza sono state generate dalle stesse cause e, sostanzialmente, rappresentano il medesimo fenomeno a diversi gradi di sviluppo.

 Le scienze procedono costruendo ipotesi che successive osservazioni eliminano, in tutto od in parte, per formularne di nuove. Queste sono possibili e costituiscono un progresso in quanto si avvalgono delle nozioni precedentemente formulate che sono servite da base, anche se talvolta in contraddizione con esse. Ogni passo avanti si trova, però, ad essere imprigionato nei limiti costituiti dalle cognizioni socialmente già acquisite. Così anche nella religione la nuova dottrina, considerata “più vera” di quella che fino a ieri era ritenuta tale, prende campo e soppianta quella precedente perché riesce a dare una spiegazione a fenomeni naturali o sociali fino a quel momento non spiegati o inesistenti, oppure ne dà una spiegazione più accettabile, completa, precisa.

 Con l’evoluzione sociale incomincia la trasformazione religiosa. L’uomo, diventato pastore ed agricoltore, acquista nuovi rapporti di dipendenza con la natura fino ad allora non avvertiti. L’uomo, che fino ad allora aveva guardato alla Terra, rivolge ora il suo occhio al Cielo: al sole, alle nubi, alle stagioni. Nasce la credenza in forze personalizzate che presiedono al succedersi dei cicli e delle alternanze atmosferiche. Questa credenza, molto probabilmente, è sorta in questo modo: esisteva la osservazione ancestrale che vi erano esseri che si muovevano, si alimentavano, si modificavano e morivano; vi erano altri esseri che si modificavano e morivano, ma non si muovevano e non si alimentavano; vi erano, infine, esseri (o cose) che non si modificavano e non si muovevano da se stessi e per muoversi dovevano essere trasportati o spinti da altri esseri che avevano la facoltà di muoversi. L’idea del moto fu fra le prime a formarsi. Fu allora un significativo passo nella conoscenza quello che consisté nella formulazione della ipotesi che corpi (come ad esempio del Sole e della Luna) non appartenenti a quelli che si muovevano da sé, dovessero essere spinti o trainati da esseri simili a uomini o animali dotati di enorme potenza, anche se non visibili. Ammessa l’esistenza di questi esseri si dovette ammettere anche la caratteristica dell’immortalità. L’idea della divinità era nata.

 La parola “religione” viene fatta derivare dal latino relegere (ripensare), o religare (legare strettamente), oppure reeligere (rieleggere). Comunque sia, in definitiva, la religione costituisce una legge, un vincolo morale, una regola, che lega gli uomini nei loro rapporti: è il “senso della giustizia”. I concetti che nelle varie epoche e nelle varie società hanno costituito l’idea della giustizia dipendono dai rapporti sociali esistenti nei diversi stadi dell’evoluzione storica ed economica umana.

GIUSTO E INGIUSTO

 Scrive P.Lafargue, in Il Determinismo Economico di Marx: «Le passioni e le nozioni esistenti nell’uomo prima della costituzione della proprietà, e gli interessi, le passioni, le idee che la proprietà genera, agendo e reagendo gli uni sugli altri, hanno finito per partorire, sviluppare e cristallizzare nel cervello dei civilizzati l’idea del giusto e dell’ingiusto. Le origini umane dell’idea di giustizia sono le passioni della vendetta e il sentimento dell’uguaglianza».

 La vendetta è uno dei sentimenti più antichi dell’animo umano. I selvaggi trasmettono di padre in figlio il ricordo di una offesa patita e l’impegno a vendicarla. La Bibbia ci insegna che Dio vendica «le iniquità dai padri nei figli e nei nipoti fino alla terza e quarta generazione» (Esodo, 34/7).

 Il Dio ebraico non differiva per niente dagli Dei babilonesi, egiziani e di qualsiasi altro popolo. Il primitivo, in continua lotta con l’ambiente ostile, gli animali e le altre genti, non concepiva il senso dell’individualità. Non potendo vivere isolato si radunava in tribù; i membri della tribù agivano e pensavano in sintonia: andavano a caccia, combattevano e coltivavano in comune. L’uomo selvaggio non riusciva a concepire la vita individuale al di fuori dall’ordine sociale comunitario. La punizione più grave che veniva inflitta a coloro che venivano meno alle regole del contratto sociale era l’espulsione dalla tribù, cosa che equivaleva ad una condanna a morte. Caino, scacciato dopo l’assassinio del fratello Abele, innalza il suo lamento: «Ecco, tu mi scacci oggi sulla Terra; fuggirò la tua faccia, e sarò fuggiasco e ramingo nel mondo. Perciò chiunque mi trovi mi ucciderà» (Genesi – 4-14).

 La tribù riteneva di avere lo stesso antenato, lo stesso sangue era il sangue che scorreva nelle vene di tutti; versare il sangue di un membro della tribù equivaleva a versare il sangue della comunità. Tutti i membri avevano il dovere/diritto alla vendetta. È presumibile che questo sentimento comunitario, garanzia alla protezione che ne derivava nei confronti dell’offesa subita per opera di un estraneo alla tribù, comprendesse perfino il membro allontanato per indegnità. A Caino che teme per la sua sorte, Dio assicura: «No, non sarà così. Anzi chiunque ucciderà Caino sarà punito sette volte di più. E pose il Signore su Caino un segno acciocché nessuno che lo incontrasse lo uccidesse» (Genesi, 4-15).