Partito Comunista Internazionale

La lotta dei portuali di Liverpool

Categorie: TGWU, UK

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ovvero, COME NON SI CONDUCE UNO SCIOPERO

«Those who work hard and do their best / go down the road like all the rest» (quelli che lavorano duro e fanno del loro meglio vengono cacciati come tutti gli altri – Vecchio proverbio operaio).

 La lotta dei portuali di Liverpool è durata per più di due anni. Ha richiesto dosi enormi di determinazione e sacrifici, non solo da parte dei lavoratori ma anche per le loro famiglie e per i loro sostenitori. Sono stati maltrattati dalla stampa, arrestati durante i picchetti, alcuni feriti perché investiti da veicoli nel forzare l’entrata nel porto. Nel fare un riassunto ed un bilancio della lotta, e criticando la tattica seguita, compresa l’incapacità di svincolarsi dalla presa soffocante del sindacato, non intendiamo attribuire colpe individuali (come alcuni hanno fatto) né denigrare i portuali. D’altra parte, quelli che si sono messi semplicemente alla loro coda, senza proporre le alternative di lotta, hanno svolto un ruolo tanto distruttivo quanto quello dei denigratori, perché a ciò si riduce limitarsi a plaudire e a giustificare la credenza falsa e senza speranza che si potesse convincere i padroni ed il loro Stato che fosse nel loro interesse far tornare al lavoro gli scioperanti.

 Da un pezzo si doveva operare una “selezione” fra i portuali in seguito alla meccanizzazione, osannata dai sostenitori della “deprecarizzazione” di Devlin. Ma l’introduzione dei container non ha mai avuto l’obbiettivo di dare un futuro sicuro ai portuali – la classe operaia non ha mai avuto né può avere un futuro sicuro sotto il capitalismo. La costante ricerca del profitto significa per l’operaio insicurezza, sudore, malattie, e talvolta morte. Questo è il destino del proletariato, perlomeno fino al momento in cui sarà lo stesso capitalismo ad esser trattato come “esuberante”, quando la produzione sarà solo per i bisogni e non per i profitti, e i libri con i bilanci in partita doppia serviranno solo a riempire le sale più squallide dei musei.

I precedenti della agitazione.

 Lo sciopero dei quasi 500 lavoratori del porto di Liverpool (compresi gli operai del Torside), iniziato il 28 settembre 1995, ha avuto termine nel gennaio 1998. Le condizioni dell’accordo? Qualcuno ha avuto il posto di lavoro, la maggioranza solo l’indennità di licenziamento – non molto se si pensa che molti di loro non lavoreranno mai più. Un accordo che è del tutto simile a quello che un anno prima era stato respinto.

 I portuali erano dipendenti della Mersey Docks & Harbour Company (MDHC), di altre ditte di sua derivazione o di subappaltatori; Liverpool era considerato l’ultimo porto sindacalizzato dopo lo sciopero contro l’abolizione del National Dock Labour Scheme (NDLS) nel 1989. Tutti gli altri porti erano passati all’ingaggio di lavoro precario. La MDHC aveva promesso che il lavoro precario non sarebbe stato introdotto in quanto rimaneva dei docks di Liverpool, in particolare nel complesso intorno al terminal di container Seaforth. Con questa “garanzia”, e grazie alla completa collaborazione della Transport & General Workers Union (TGWU), la forza lavoro venne ridotta di più della metà degli effettivi, da 1.100 a 500 tra il 1989 e il 1991. Parte del lavoro già veniva subappaltato ad altre compagnie. Fu durante un’agitazione sulla riduzione dell’occupazione sulla banchina dell’Irish Traffic Berth che gli Shop stewards (consiglio di fabbrica, composto da funzionari sindacali del rango più basso) vennero disconosciuti dall’azienda.

 La Compagnia e il Sindacato stabilirono un nuovo accordo che avrebbe cambiato radicalmente il modo di lavorare: erano introdotti incentivi annualizzati, turni di dodici ore che potevano aver inizio a qualsiasi ora (al posto dei soliti turni di otto ore) mentre il lavoro del fine settimana non veniva più pagato come straordinario e i lavoratori dovevano essere sempre reperibili e disponibili nell’eventualità che fosse richiesta la loro presenza con urgenza. Tutto questo si accompagnava a riduzioni salariali del 25%.

 La questione del riconoscimento degli Shop stewards divenne una componente essenziale del nuovo ordinamento del lavoro. L’MDHC accettò di mantenere il riconoscimento degli Shop stewards a condizione che gli eletti firmassero un modulo di accreditamento presso Sindacato e Direzione aziendale che limitava la loro libertà di azione; inoltre le elezioni si dovevano tenere per posta e non, come era l’uso, per alzata di mano sul posto di lavoro. Questo sistema di accreditamento degli Shop stewards andava più che bene al TGWU, che si diede da fare per farlo accettare, anche se un terzo dei lavoratori era contro la necessità di tenere un qualsiasi tipo di elezione. Ma gli attacchi veri dovevano ancora arrivare.

 La minaccia di licenziamenti di massa, mentre sui giornali locali si offrivano a crumiri quegli stessi posti, riuscì a costringere i lavoratori ad accettare l’accordo, anche se con una maggioranza di soli cinque voti. Il fatto che fece pendere la bilancia in favore dell’accettazione fu la possibilità di mantenere i rappresentanti sindacali; ma i portuali avrebbero pagato un alto prezzo per questa capitolazione. Non solo così si spianava la strada al definitivo licenziamento di tre anni più tardi, ma si sprecava anche un’ottima possibilità di unirsi ai lavoratori precari per condurre una lotta per la difesa degli interessi di tutti i lavoratori portuali del paese.

La vertenza iniziale

 L’agitazione del 1995 iniziò come uno sciopero nella forma di rifiuto di attraversare una linea di picchetti costituiti da 80 giovani portuali licenziati da una compagnia minore (Torside). Presto si trasformò in una serrata, quando la MDHC licenziò tutti i lavoratori che avevano partecipato.

La Torside Ltd aveva licenziato 20 lavoratori il mese prima (agosto 1995), con l’intenzione di rimpiazzarli con lavoro precario o part-time. Gli operai rifiutarono di accettare questo peggioramento ed iniziarono a picchettare i docks. Inizialmente i licenziamenti furono ritirati, ma poi, il 26 settembre, tutti gli operai furono licenziati. Di fronte a un simile attacco molti altri lavoratori, allora assunti in modo permanente dalla MDHC, si rifiutarono di attraversare le linee dei picchetti e furono quindi licenziati a loro volta. Il sindacato TGWU tentò di convincere gli operai a tornare al lavoro entro il 9 ottobre ma a questo si opposero i padroni, e quindi iniziò anche una serrata.

 Per gli operai era uno sciopero, per il sindacato una serrata. Per i primi tutti dovevano essere riassunti, il secondo invece si adoperò, attraverso una serie di assemblee e riunioni, per raggiungere un accordo per cui alcuni sarebbero stati ripresi, altri licenziati ma con una indennità. Date le cifre irrisorie offerte inizialmente le proposte furono respinte dagli scioperanti.

 Il 23 ottobre la MDHC annunciò la sua intenzione di rimpiazzare l’intera forza lavoro con manodopera assunta in altri porti e con crumiri locali. Lo scioperò si trasformò quindi in una scomoda combinazione di attività tese ad estendere la lotta e di una campagna per influenzare le ditte di spedizioni che utilizzavano le strutture portuali. Utilizzando come slogan le stesse frasi che i padroni usavano sugli opuscoli pubblicitari: “I dockers di Liverpool, i migliori in Europa”, il comitato degli Shop stewards insisteva sul fatto che nei loro obbiettivi era il mantenimento di un porto redditizio sulla Mersey. E di fatto essi non facevano che continuare sulla linea condotta dal sindacato nel 1993, quando rinunciarono a opporsi in quanto pensarono che la loro esistenza come struttura fosse più importante della lotta contro l’accordo capestro.

 Il sindacato ha collaborato a dimezzare la forza lavoro. I posti scompaiono attraverso il “ricambio naturale”, cosicché non c’è stato bisogno di renderli ufficialmente esuberanti (né di pagare compensi per il prepensionamento o altri incentivi), alcuni se ne vanno perché trovano altri posti, altri vanno in pensione o divengono in qualche modo inabili al lavoro. Si tratta di un modo di vedere le cose tipicamente da sindacalista. Quelli che abbandonano il lavoro prendendo incentivi in denaro sono marchiati per aver “venduto il posto”, come se privassero le future generazioni dei loro “diritti”. Ma il disprezzo e gli insulti per chi parte servono soprattutto a isolare e terrorizzare sempre di più quelli che restano.

 Molte migliaia di portuali nel passato, resi esuberanti, avendo capito che cosa stava succedendo avevano votato con i loro piedi lasciando il porto e accettando gli incentivi. Tra questi era la gran parte dei lavoratori più giovani e più combattivi, la spina dorsale degli scioperi selvaggi, non “ufficiali”, cioè non dichiarati dal sindacato, di fatto la gran parte di quelli che si erano opposti alla “deprecarizzazione”.

 Questa, la “deprecarizzazione” (decasualisation), che è stata realizzata a partire dagli anni ’60 secondo lo schema Devlin, non significa, come vorrebbero la TGWU e gli stalinisti intorno a Jack Dash, maggiore dignità e sicurezza. Lo stesso termine serve solo a creare confusione. Il vecchio sistema di assunzione dei portuali o a ore o a mezze giornate, era già finito nel corso della seconda guerra mondiale (i padroni non possono condurre una guerra impegnativa con certi sistemi di gestione della manodopera) ed era stato rimpiazzato dal “sistema consorziale” gestito dall’NDLS, che forniva manodopera alle aziende di spedizioni. Fu questo “sistema consorziale” che consentì ai dockers di organizzarsi e, attraverso lotte economiche di lunga durata, di innalzare i loro salari e la loro dignità ad un livello tale da farli divenire una minaccia non solo nei confronti degli interessi delle imprese portuali, ma talvolta anche verso la stessa economia nazionale. Nei fatti, il “sistema consorziale” tendeva all’unificazione dei lavoratori, e questa è una delle ragioni per cui è stato abolito, mentre l’affidamento dei lavoratori a diversi imprenditori ha significato divisione in piccoli gruppi e frammentazione delle eventuali azioni di lotta.

 Ma la ricerca dell’impiego permanente significò il passaggio dei lavoratori alle dirette dipendenze di aziende ben decise a sfruttare fino in fondo sia il porto sia i portuali per raggiungere i loro scopi, cioè il massimo profitto possibile a tutti i costi. Ne conseguì l’introduzione della meccanizzazione, con massiccia riduzione della manodopera e dei salari, e la preparazione per la “selezione” finale dei dockers.

Gli inizi della campagna di solidarietà

 Il primo volantino che indiceva un corteo popolare e un comizio portava come slogan, tra l’altro, “Liverpool è il nostro porto e deve essere mantenuto nell’interesse della nostra comunità”. Il volantino invitava i “contribuenti” a meditare su come era stato speso il denaro pubblico, e sottolineava come il governo mantenesse ancora una partecipazione del 20% nella MDHC. All’epoca c’era un governo Tory a controllare questa quota azionaria. In seguito i laburisti di Blair hanno aspettato che finisse lo sciopero per vendere le azioni quando sono risalite con un considerevole profitto, come una qualsiasi banda di capitalisti quali essi sono.

 Il volantino continuava affermando che gli armatori “sono pubblicamente e giustamente critici” nei confronti della MDHC; il tono del testo mostra come si ricerchino alleanze nei ranghi degli armatori piuttosto che in altri settori della classe operaia. Non ci si rivolge principalmente ai lavoratori, né si affrontano questioni legate agli interessi di larghi strati proletari, ma ci si appella piuttosto all’orgoglio regionale e civico, con frasi come “Il nostro porto, linfa vitale della comunità, simboleggia la rigenerazione della nostra grande città”. Si ripete il copione stalinista della preparazione della sconfitta come fu nel caso dei minatori nel 1984-85, quando si difese l’attività di estrazione mineraria come industria, invece di mettere avanti a tutto e in esclusiva il destino degli operai.

 Le prime piattaforme rivendicative scricchiolavano sotto il peso dei deputati e del resto della marmaglia borghese; d’altronde, via via che lo sciopero si allungava, e gli oratori “rispettabili” svanivano come neve al sole, la “svolta” fu di rivolgersi ai dirigenti di altri sindacati, soprattutto di altre fabbriche locali. Così, questi campioni degli accordi sulla produttività e di tutti i tipi di attacchi ai lavoratori delle fabbriche che “rappresentavano”, hanno potuto rifulgere nel lucore della solidarietà, anche se sotto sotto, sui posti di lavoro, ringhiavano su “che diamine hanno mai fatto i portuali per noi?” In effetti da parte dei sindacati dei portuali in passato non era arrivato grande sostegno alle lotte operaie non “ufficiali”; qualche soldo venne raccolto, ma mai che si tentasse di organizzare scioperi di solidarietà. Questo non vuol dire che solidarietà non ci fosse con i compagni in lotta di altre categorie: atteggiamento che si traduceva di solito nel boicottaggio di merci in transito verso o da particolari fabbriche. Inoltre la categoria era attiva negli scioperi di tono più politico, come nel caso della guerra del Vietnam. Ma tutto questo era frutto dell’attività degli aderenti ai vecchi movimenti non “ufficiali”, al di fuori del controllo della TGWU, e più tardi dei loro delegati.

 I capi di questo sciopero non avevano alcuna relazione con i vecchi movimenti e con le loro espressioni organizzate; al contrario, ne erano stati fieri oppositori. Parleremo con più ampiezza di questa storia in altra sede, ma in breve possiamo ricordare che il movimento “non ufficiale”, i comitati indipendenti dei lavoratori del porto, costituiva un ostacolo all’ammodernamento dei docks. Ammodernamento che poteva essere realizzato solo alla condizione di distruggere i comitati di base, e di ristabilire l’autorità della TGWU. L’obbiettivo fu raggiunto con l’applicazione del Piano Devlin, e quindi con la “deprecarizzazione”. Gli Shop stewards, i delegati dei consigli di fabbrica, che come sindacalisti sostenevano il Piano Devlin, e i funzionari di vario rango del sindacato diedero una mano a modernizzare il porto, anche se questo non impedì ai padroni di cacciare anche gran numero di essi nell’esercito dei disoccupati. Una triste glossa a questa storia è che costoro non ne hanno tratto insegnamento alcuno.

Una svolta “internazionale”

 Siccome i primi contatti con l’azionariato della MDHC non erano riusciti a far riassumere i lavoratori, e poiché le dimostrazioni davanti alla Borsa Valori e ad altre importanti istituzioni della borghesia non avevano raccolto alcuna solidarietà da parte del mondo degli affari, si verificò una evoluzione tattica. Non volendosi scontrare con le burocrazie sindacali, né impegnarsi in azioni che avrebbero rappresentato un pericolo per le casse del sindacato, si decise di operare una svolta “internazionale”. La scelta servì soprattutto per evitare di fare appello al resto della classe operaia del paese. Non ci sogniamo certo di criticare qualsiasi scelta tendente ad internazionalizzare le lotte essendo qualsiasi azione che tenda ad allargare l’ambito delle lotte è per noi sempre positiva; ma come la stesso Marx ebbe a sottolineare parlando della questione polacca, l’internazionalismo comincia in casa propria.

 Questa “internazionalizzazione” della vertenza consisteva in parte nel tentativo di convincere uno dei più importanti clienti statunitensi della MDHC, la American Containers Ltd, a rescindere il contratto se la forza lavoro licenziata non fosse stata riassunta. Tre portuali di Liverpool fu spediti a New York dove tanto si diedero da fare che ottennero qualche ritardo nella partenza di navi dirette a Liverpool, ma ciò fu frutto solo del sostegno dei portuali americani. Altri porti furono contattati e un pò da tutto il mondo arrivarono promesse di solidarietà, compresi scioperi, e soldi, dei quali c’era disperato bisogno. Scioperi e boicottaggi si verificarono quindi sporadicamente in numerosi porti, in paesi anche lontani come l’Australia.

 Il 17-23 febbraio 1996 si tenne a Liverpool una Conferenza Internazionale dei Lavoratori Portuali, con la partecipazione di delegati e simpatizzanti da un gran numero di porti di tutto il mondo. In quell’occasione furono stretti legami tra lavoratori di diversi mestieri e

località; anche associazioni di lavoratori donne, il cui sostegno allo sciopero era stato determinante sin dall’inizio, sotto la sigla WOW (Women of the Waterfront, Donne del Fronte del Porto). Una delle principali posizioni prese allora fu la rinuncia ad allargare la lotta a altri porti della Gran Bretagna, questo fu ammesso nella dichiarazione di prima pagina del “Dockers Charter” (La Carta, lo Statuto del Portuale) n.5, del marzo 1996: «Il comitato dei delegati (Shop Stewards) del Porto del Mersey, conscio del fatto che la sua azione è stata non ufficiale e illegale, e che non è possibile ricevere sostegno fisico da parte dei portuali degli altri porti britannici, si rivolge ai fratelli nei paesi di tutto il mondo».

 È proprio questa reverenza, questo rispetto per le leggi anti-sindacali (che poi in realtà sono leggi anti-sciopero), l’atteggiamento che impedisce il collegamento dei vari settori operai. L’MDHC possedeva e possiede anche il porto di Medway, vicino a Londra, ma questo sembra sia stato dimenticato, e nessun tentativo fu fatto per estendere lo sciopero almeno là. Se lo si fosse fatto, questo è certo, ci si sarebbe trovati immediatamente in conflitto con la TGWU.

 Neppure ci si rivolse ad altre categorie di lavoratori sottoposte a simili attacchi della borghesia, sia in patria sia all’estero. E di fatto era assai improbabile che ciò avvenisse. Il Liverpool City Council (il Comune) permise ai portuali di utilizzare i locali del Consiglio Comunale, in Municipio, per la Conferenza. Tale aiuto e i suoi promotori furono nell’occasione lodati in modo sperticato; ma conseguentemente ci si guardò bene da offrire un collegamento tra l’agitazione dei portuali e la situazione drammatica dei dipendenti comunali che l’amministrazione stava attaccando a tappeto (contro i lavoratori destinati all’assistenza a domicilio dei bambini bisognosi, contro i lavoratori precari che venivano licenziati, contro tutti i dipendenti perché sempre più si faceva ricorso a contratti stagionali piuttosto che a regolari assunzioni a tempo indeterminato, insomma la copia carbone della strategia praticata dalla Dock Company).

 Un’altra Conferenza del National Labour Movement si tenne il 27 aprile 1996 alla Transport House di Liverpool, la sede regionale della TGWU. Erano presenti 195 delegati in rappresentanza sia di gruppi di lavoratori sia di sezioni sindacali, di gruppi politici o semplicemente di se stessi. Era uno spaccato che ben rappresentava la confusione politica che ancora domina nella classe operaia inglese.

 Uno degli scopi della conferenza era di discutere sulle azioni di solidarietà da adottare per il 1° Maggio. Nel corso delle discussioni furono sollevate critiche nei confronti del comportamento della dirigenza della TGWU; era anche nell’aria che sarebbero state presentate mozioni per criticare ed emendare le dichiarazioni conclusive che già si conoscevano. Il presidente della riunione, un delegato dei portuali, mise bene in chiaro che, per quanto riguardava gli Shop stewards come lui, «la TGWU dietro le quinte aiuta i portuali e li rappresenta nella loro azione “non ufficiale”». Doveva quindi essere chiaro a tutti che loro non si sarebbero associati ad alcuna critica della TGWU che sostenevano al 100%.

 Con la garanzia di questa “posizione”, non sorprende che gli scioperanti potessero utilizzare i locali della TGWU con libero accesso a telefoni, fax, ecc. e mentre il sindacato si accollava i costi del fondo di sostegno per il comitato di sciopero. Provatevi ad uscire allo scoperto e non vedrete più un penny!

 I principali gruppi trotskisti, in particolare il Socialist Workers Party, il Workers Revolutionary Party (Workers Press) e Militant Labour, non esitarono a mettersi in riga. Certo, si fece un gran parlare di temi molto “sinistri”, su come influenzare i sindacati, sulla “ricostruzione” della dirigenza, ecc., ma ci si guardò bene dal criticare in modo serio le direttive dello sciopero. Ci fu solo una voce a sostegno di un emendamento che criticava la TGWU, emendamento cassato d’autorità dal presidente della seduta…

 La solidarietà con i portuali, da esprimere in una dimostrazione in occasione del 1° Maggio, fu sostenuta da tutti, ma anche in questo caso il tipo di sostegno che intendevano i sindacati apparve chiaro. Un sindacato in particolare, quello dei lavoratori dei servizi sociali, o per meglio dire i rappresentanti della sezione di Liverpool, fecero una bella dichiarazione annunciando che i lavoratori della sezione si sarebbero messi in agitazione e che sarebbero stati tutti fuori per il 1° Maggio (che in Gran Bretagna non è, vivaddio, festa nazionale). Ma ciò non avvenne, per un fatto che è indicativo del clima che vige da quelle parti (e non solo). Poco prima della data fatidica tutti i lavoratori dei servizi sociali di Liverpool ricevettero due lettere, diverse nella forma ma identiche nella sostanza, una del Comune di Liverpool, l’altra del loro sindacato; vi si diceva che lo sciopero proposto non era ufficiale, quindi illegale, e che quindi i lavoratori in esso coinvolti si sarebbero posti in una posizione di infrazione del contratto di lavoro. Poche ma chiare parole, che indicavano come sia il padrone sia il sindacato minacciavano gli eventuali scioperanti di licenziamento! Salvo rare assenze individuali non vi furono né azione di solidarietà né astensione dal lavoro.

 Non sorprende che le sezioni sindacali siano sempre più svuotate di lavoratori e frequentate solo da burocrati occupati in un lavoro fine a sé stesso, per produrre documenti, passare risoluzioni, organizzare conferenze che non interessano a nessuno; è solo l’apparenza di una attività sindacale che la storia in questo momento affida ai sindacati ufficiali.

 Una imponente dimostrazione ebbe comunque luogo il 1° Maggio 1996, ma non vi si accennò mai ai veri problemi dei portuali (né, a dire il vero, a quelli di tutta la classe operaia nel suo insieme). Gli oratori parlarono dal terrazzo del municipio di Liverpool, quello stesso, che aveva minacciato i suoi dipendenti di licenziamento se avessero osato scioperare. Si proclamò solidarietà, ma ci si dimenticò di dire in vista di quale obbiettivo. Venne anche una artista della TV, a dichiarare che i portuali sono sexy! Un’altra macchietta fra il tragico e il comico fu quella di un delegato sindacale dei minatori bosniaci che, dopo aver espresso il suo sostegno ai portuali, fece un appello perché “la nostra società mineraria ha bisogno di denaro per funzionare come si deve”. Nessuno gli spiegò che una volta provvista di risorse la compagnia avrebbe fatto a loro quello che la MDHC stava facendo ai dockers!

Il silenzioso disfacimento della vertenza

 Subito dopo la marcia di solidarietà del 1° Maggio gli Shop stewards annunciarono che la vertenza sarebbe stata sottoposta ad arbitrato, e quindi messa nelle mani dell’ACAS; in poche parole, si tratta di una conciliazione fra le parti e del raggiungimento di un accordo grazie al quale gli interessi dei padroni sono salvaguardati, a parte qualche briciola gettata ai lavoratori. Di fatto le discussioni più importanti si tennero tra MDHC e TGWU, mentre gli Shop stewards aspettavano nella stanza accanto. Dovrebbe essere questo quello che i capi degli scioperanti intendevano quando parlavano di “far passare la loro rappresentanza attraverso la TGWU e giungere a vere trattative con i padroni del porto”!

 Il gran manovrare attraverso la TGWU per convincere i padroni a restituire i posti perduti non ebbe esito alcuno. Vi fu una serie interminabile di iniziative atte a convincere particolari compagnie di spedizioni, come l’ACL, a andarsene da Liverpool, ma anche qui non si ebbe alcun risultato. Si riteneva che questo tipo di pressioni avrebbe convinto gli azionisti a intimare ai dirigenti di restituire agli operai i loro posti! Come se gli azionisti, in genere grosse istituzioni finanziarie, non fossero interessati in altro che alla capacità dell’azienda nel produrre profitti; e i profitti si possono far crescere solo colpendo gli operai. Subito prima del fallimento finale dello sciopero vi fu anche un’iniziativa per “destock the Dock”: tutti i fondi, compresi quelli pensionistici e altri, che i sindacati avessero investito in azioni MDHC avrebbero dovuto esser venduti per protestare conto il modo in cui i portuali erano stati trattati.

 Altre bozze di accordo per “farla finita con lo sciopero” furono rigettate dagli scioperanti. Vi fu un graduale calo nella mobilitazione, che alla fine si riduceva a qualche contatto internazionale e alla gestione di un sito web, oltre a dimostrazioni di sostegno e alla pubblicazione del “Dockers Charter”, che ripeteva le seguenti richieste: «1. Non si torna al lavoro precario; 2. Posti veri in un porto redditizio ed in espansione per i disoccupati del Merseyside; 3. Niente vendette: tutti i lavoratori licenziati devono essere riassunti; 4. Ristabilimento del riconoscimento dei sindacati e riconoscimento dei rappresentanti (Shop stewards) eletti».

 Le richieste erano molto “ragionevoli” non solo perché si volevano rivolgere a tutto le “persone ragionevoli” quanto alla dirigenza del TGWU, visto che gli scioperanti continuavano ad utilizzare gli uffici di Liverpool del sindacato per le riunioni e come centro organizzativo. Tutte le volte che si creava qualche problema il centro nazionale del sindacato alludeva, nemmeno tanto oscuramente, alla possibilità di cacciarli fuori; a quel punto il comitato di sciopero sdegnato faceva i suoi progetti per spostarsi in altra sede, ma poi tornava infallibilmente in riga. Il fatto che uno dei dirigenti del comitato fosse anche nel comitato esecutivo del TGWU non ebbe, in fine, alcun peso. Il TGWU perseguiva i suoi scopi, che si identificano, in questo caso, negli interessi delle aziende portuali, ovviamente contro quelli degli scioperanti. D’altronde i dirigenti dello sciopero non criticarono mai la politica del TGWU, nemmeno i più “sinistri”.

 Mentre i negoziatori ufficiali del TGWU continuavano a lavorare per “sistemare la vertenza”, il picchettaggio ai cancelli dei docks stava costando caro agli scioperanti. Ogni giorno essi dovevano affrontare violenza e intimidazioni e arresti sempre più frequenti. Nel frattempo le azioni di sostegno internazionale, come quella dei portuali della East Coast U.S.A. che avrebbero dovuto boicottare carico e scarico di merci dalle navi che andavano o tornavano da Liverpool, si risolsero in niente.

La situazione richiedeva con urgenza un cambiamento di strategia, perché quella della “via internazionale”, de “il mondo è la nostra linea di picchetto” evidentemente non funzionava. La situazione finanziaria delle famiglie degli scioperanti cominciava a farsi drammatica all’avvicinarsi della fine del primo anno di lotta. Un cambiamento vi fu, ma in peggio. Ci si spostò verso il populismo del tipo più triviale e bancarottiero, per estirpare dallo sciopero quanto ancora vi rimaneva di proletario, e affogarlo nella melassa di questioncelle politiche da parolai, come l’ambientalismo e affini. La copertura politica per questo trapasso venne dai trotskisti di Workers Press e di Militant Labour.

Gli “Eco-guerrieri”: una meteora

 Forze fresche da portare sul campo di battaglia, così fu detto, sotto lo slogan “vogliamo il futuro”. Questo chiedeva il “Dockers Charter” sul numero dell’anniversario. Il “Workers Press” del 24 agosto aveva preparato la svolta trasformando la dimostrazione di solidarietà in un raduno anti-inquinamento: “gli inquinatori minacciano il Merseyside”. Così gli operai del porto erano stati trasformati da lottatori in difesa del posto a amici dell’ambiente! La dimostrazione dell’anniversario ebbe regolarmente luogo, con qualche ambientalista che passeggiava nel porto per protestare sulle importazioni di rifiuti tossici. Ci fu una festa, e poi tutti a casa. E per i portuali niente.

 Esistevano oggettivamente alternative davanti ai dockers in quel momento? Esistevano altre forze con le quali stabilire legami e mobilitarsi? A quel tempo era in corso una campagna sul meccanismo di sostegno ai disoccupati. Il vecchio sistema veniva sostituito dalla Job Seekers Allowance e per il nuovo sistema chi chiedeva di percepire i benefici di sussidio doveva dimostrare di stare attivamente cercando lavoro e di essere pronto ad accettare qualsiasi condizione fosse offerta, compresi lavori pagati appena al di sopra della indennità di disoccupazione. Il bello è che ai padroni che utilizzavano questo lavoro sotto-pagato oltre tutto ricevono altri soldi dallo Stato come “indennità di addestramento”. La prospettiva di una condizione analoga a quella americana – o fai qualcosa, o non prendi niente – era, ed è ancora, reale. Ma un collegamento di questo tipo tra portuali e disoccupati non fu stabilito. La prospettiva di organizzare i disoccupati era sicuramente “fuori linea” e li avrebbe posti in rotta con il resto del mondo sindacale, in particolare con i burocrati dei sindacati e delle loro organizzazioni dei disoccupati. Sarebbe stato certo duro, ma avrebbe dato qualche possibilità in più di vincere la lotta piuttosto che l’alleanza con i “Verdi”!

Un accordo ispirato dal TGWU

 A dicembre 1996 i capi del TGWU erano di nuovo a negoziare con la MDHC per raggiungere una “sistemazione”. Per chiudere la vertenza, con la rinuncia ai vecchi posti e a qualsiasi altro impiego nei docks, si offriva un’indennità di licenziamento fino a 25.000 sterline (sui 75 milioni di lire), più altre 3.000 sterline (9 milioni) per un contratto a termine di 12 settimane. Avrebbero anche potuto fare domanda per quaranta posti che erano disponibili, ammesso naturalmente che la MDHC avesse ritenuto opportuno riassumerli, ma la possibilità di riavere i posti sui docks era divenuta estremamente remota, se non per attività ausiliarie, come pulizie, ecc.

 L’offerta fu fatta una settimana prima di Natale, e sarebbe stata valida solo fino al 31 dicembre. Si trattava della famosa tattica di presentare le scelte da farsi in momenti particolari nella speranza che la disperazione degli operai li avrebbe spinti ad accettare; ma a volte l’effetto è il contrario di quanto atteso, poiché è proprio in quei momenti che sentono di aver ormai speso tanto nella lotta che non ha più senso accettare condizioni capestro. L’offerta fu respinta.

 Il gennaio successivo gli Shop stewards dei portuali resero note proposte tese a “sbloccare l’ingorgo” e a produrre un accordo di compromesso. L’accordo era stato preparato dal TGWU ed era un bell’esempio di come essi intendessero mantenere buoni rapporti con i padroni. I dockers avrebbero ricevuto un’indennità di licenziamento, poi avrebbero costituito una cooperativa e fornito alla MDHC il lavoro che questa necessitava, quando serviva. La MDHC sarebbe stata l’azionista di maggioranza, e altri azionisti sarebbero stati trovati per avere i necessari fondi per l’investimento. Questa proposta, dicevano gli Shop stewards, era una soluzione improntata al buon senso, e avrebbe dovuto funzionare seguendo le regole della buona gestione commerciale. Il fatto che questo significava vendere lavoro a salari ancora più bassi di quelli miserabili pagati ai crumiri in quel momento non fu detto. Né vi fu nessuno che ricordasse come tutto ciò avrebbe esaltato proprio quanto lo sciopero voleva scongiurare, il precariato.

 Ma in realtà la MDHC non vedeva alcun interesse in questa particolare proposta e lo scopo vero dell’”accordo” era di distrarre gli scioperanti da altre eventuali soluzioni da perseguire e di tenere tutta l’attenzione concentrata sulla questione della redditività economica del porto. Esso svelava anche i veri interessi del TGWU, cioè garantire gli interessi economici dei padroni del porto a scapito dei suoi iscritti. In questa vicenda in realtà è impossibile individuare la minima discrepanza di interessi tra padronato e TGWU.

 La proposta non arrivò ad alcun esito e un altro anno passò con qualche dimostrazione di sostegno ogni tanto, ogni volta più disperata e con meno partecipanti. Infine, nel gennaio 1998, ad una votazione passò con una maggioranza di 4 a 1 una proposta di porre fine allo sciopero. All’epoca gli Shop stewards non dissero perché avevano raccomandato di accettare il piano liquidatore della MDHC; la spiegazione venne qualche giorno più tardi: la TGWU aveva annunciato che non avrebbe più erogato i fondi di sostegno agli scioperanti.

 In conclusione, l’idea che gli attuali sindacati siano aperti ad una possibile influenza degli operai, senza che questi siano organizzati come classe, ha portato al disastro. Il desiderio di trovare punti di forza della lotta di classe all’interno dei sindacati – che hanno dimostrato ripetutamente e in ogni occasione di essere dalla parte dei padroni – serve solo a guidare gli operai alla sconfitta ed è solo una copertura per il tradimento ed il disfattismo. Anche accodarsi a queste manovre significa collaborare allo schiacciamento e alla sconfitta dei lavoratori in lotta.

 Le lezioni negative a volte sono le più utili: in questo caso, è facile vedere come non si deve condurre uno sciopero. Come già ha cominciato ad avvenire in altri paesi, le lotte economiche degli operai saranno costrette a spostare i loro centri organizzativi al di fuori dei sindacati ufficiali, che ormai sono legati allo Stato e ai padroni da mille legami inscindibili, e a strappare il potere di direzione delle lotte dalle mani dei cosiddetti “dirigenti operai”, il cui scopo primo è da decenni quello di parcheggiare i loro eminenti deretani sulle panche della Camera dei Lords, e accontentandosi i più delle sinecure locali.