Cecenia campo di prova della generale guerra imperialista
Categorie: Capitalist Wars, Chechnya, Russia
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È di qualche giorno fa la notizia che lo Stato russo ha deciso di aumentare notevolmente il bilancio militare; i giornali hanno parlato addirittura di «un aumento del 50% delle spese per la progettazione e per la produzione degli armamenti». Il presidente Putin ha commentato «Per molti anni l’industria della difesa e le forze armate erano sottofinanziate. La sicurezza del paese è in pericolo». I proletari russi, per la gran parte quasi ridotti alla fame, dovranno stringere ancora di più la cinghia: più cannoni, meno burro.
La Russia sta impiegando nella guerra ben 140.000 soldati e 300 carri armati, appoggiati dall’artiglieria e dall’aviazione, circa un terzo dell’intero potenziale dell’armata. «Uno sforzo logistico enorme e un impegno considerevole in uomini, materiali e approvvigionamenti, una sfida che per l’esercito russo, visto il suo stato rovinoso, non sarà facile da affrontare. Inoltre, poiché da molti mesi non viene pagato il soldo ai mercenari (35$ al giorno) si fa sempre più grande la tentazione di vendere le armi ai “banditi”, come è successo nella prima campagna cecena» (“Le Monde”, 19 gennaio).
Più ottimista il corrispondente de “La Stampa” del 14 febbraio che riporta una dichiarazione di un colonnello: «Stavolta a differenza della prima guerra cecena tutti hanno avuto quanto era stato pattuito (…) Chi partecipa alle operazioni belliche, chi si trova in zona di rischio prende 820 rubli al giorno, uno sull’altro. Faccia i conti, sono l’equivalente di 1.000 dollari al mese. Un ufficiale arriva vicino ai 1000 rubli al giorno, due volte una pensione minima mensile». L’articolo prosegue spiegando che il contratto può durare uno, tre o cinque anni e che i soldati che non partecipano alle operazioni militari prendono molto meno, circa 100 rubli al giorno.
Sull’altro lato del fronte, i gruppi guerriglieri, ben pagati e finanziati dall’Occidente, Stati Uniti in prima fila, possono approvvigionarsi o corrompendo gli ufficiali russi o acquistando sul mercato internazionale delle armi, sempre aperto per chi ha denaro.
Per la Cecenia, che prima del 1940 forniva il 45% del petrolio all’URSS, e adesso solo l’1%, la dichiarazione d’indipendenza ha significato la riduzione dei rapporti commerciali con la Russia e la fine dei finanziamenti che arrivavano dal governo centrale. I giovani, per sfuggire alla tremenda miseria in cui da anni si dibatte la regione, hanno davanti a loro l’alternativa fra farsi “guerrigliero” o arruolarsi nell’Armata russa, il che permette di ottenere un salario molto più alto di quello di un operaio. Mercenari contro mercenari, in una guerra in realtà contro i diseredati del Caucaso e contro l’intero proletariato di Russia.
Mentre le autorità russe accusano i guerriglieri ceceni di essere dei barbari, assassini che rapiscono e torturano i prigionieri, si moltiplicano le notizie sull’esistenza di alcuni campi di concentramento, o meglio di sterminio, gestiti dall’esercito russo in cui sono rinchiusi decine di migliaia di civili ceceni, anche donne e bambini. A simbolo della ferocia di questa guerra la distruzione completa di Grozny tanto che non sarà più la capitale della Repubblica, probabilmente sostituita da Gudermes, che pare abbia subito minori distruzioni ed è in grado di ospitarne il governo.
Frutti velenosi della guerra: secondo le ultime notizie sarebbero 15.000 i civili massacrati, 200.000 quelli costretti a fuggire dalle loro case; ma anche tra i soldati le perdite sarebbero ingenti, più di 3.000 i soldati russi caduti, 6.000 i feriti; anche le perdite dei guerriglieri ceceni dovrebbero essere di quest’ordine di grandezza; un tributo di sangue troppo alto per un’operazione “antiterrorismo”.
Secondo valutazioni russe restano ancora attivi alcune migliaia di guerriglieri che potranno dare molti fastidi alle truppe di Mosca, che dopo più di quattro mesi di guerra non hanno il completo controllo del territorio, soprattutto nella zona montagnosa a sud. Anche le zone “liberate” lo sono spesso solo parzialmente e ogni notte, mentre i soldati russi sono costretti ad asserragliarsi nelle caserme, i guerriglieri riprendono le posizioni perse durante il giorno. Il governo russo si prepara a lasciare nel paese un’armata d’occupazione di ben 50.000 uomini e costruisce caserme, aeroporti, campi fortificati.
La Russia, incalzata ad occidente dall’offensiva della Nato, che è riuscita a portare basi, armamenti e centri di osservazione a poche decine di chilometri dal suo territorio, cerca di evitare che anche da est o da sud si minacci l’integrità delle sue frontiere e si dispone a difendere gli enormi interessi legati allo sfruttamento del petrolio del Caspio. Lo Stato russo sta quindi impegnando in questa guerra tutte le sue risorse per mostrare al mondo che è ancora una potenza militare degna di rispetto. La stampa russa intanto, tallonata da una censura “democratica” che maneggia mazzette di dollari e killer meglio del decaduto KGB, soffia sul fuoco del nazionalismo, non lesina accuse contro l’Occidente, contro gli Stati islamici, contro la Turchia… I popi benedicono il santo macello, canute barbe di “dissidenti” slavi non dissentono più…
Questa è la guerra cecena, come è stata quella alla Serbia, un campo di prova per il terzo conflitto mondiale.