Partito Comunista Internazionale

È il comunismo che riempie di sé il Novecento

Categorie: History of Capitalism

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 Eric Hobsbawn, celebre storico che i borghesi spacciano per “marxista”, ha denominato il Novecento “Il secolo breve”, eleggendo i limiti del secolo fra il 1914, cioè allo scoppio del Primo Macello Mondiale, e il 1989, presunta caduta dei regimi falsamente socialisti.

 Concordiamo, fin da nostre ormai lontane indagini storiche-economiche, sulla prima data, culmine dell’imperialismo, fine irreversibile di ogni ottocentesca Belle Epoque borghese, apertura del ciclo “delle guerre e delle rivoluzioni”, convulso trapasso mortale del capitalismo ove trionfa il fascismo come metodo di governo.

 Il crollo dell’URSS e satelliti, è invece un termine assai sciapo, senza un prima e senza un dopo, fenomeno che si iscrive nella generale crisi economica mondiale, giammai la sconfitta storica di una ideologia, quella produttivo-nazionalista dello stalinismo, né l’affermarsi di un modo nuovo di “pensare” la politica e l’economia, mercantile e democratico. La crisi dell’URSS è stato un fenomeno, a parte le dimensioni, qualitativamente della stessa natura del crollo del Sud-est asiatico e della Corea del sud, del Messico e del Sudamerica tutto.

 Proprio quando la borghesia costringe, come ora, i proletari ad abituarsi alla precarietà della propria esistenza senza dar loro prospettive di lavoro e si dedica alacremente a preparare nuovi conflitti dove gettare missili ed uranio, come in Serbia e in Cecenia, proprio ora la borghesia pretende decantare ai proletari quanto vi sarebbe stato di “grande” nel Novecento: dalla nuova vittoria della Ragione, della Pace e della Libertà democratica nella seconda metà del secolo, “superando” nei decenni la “barbarie” fascista e nazista. Qualche scheletro nell’armadio la borghesia di oggi ammette di averlo, ma come paragonarli agli “olocausti” che gli Hitler del passato hanno provocato?

 Noi che invece, noiosi come sempre, non perdiamo tempo nella ricerca giallesca di qualche scheletruccio, guardiamo in grande ed affermiamo che nella sostanza sociale ed economica il fascismo ha vinto e si è imposto in tutti i paesi sia dell’Est sia dell’Ovest come unica forma politica possibile per il Capitale nell’epoca dell’imperialismo. Negli Stati Uniti come in Europa o in Russia l’ipocrisia del galateo democratico super-ostentato copre la dittatura tirannica del grande Capitale che pervade ogni minimo anfratto delle cosiddette “libertà individuali” e collettive, partiti e sindacati.

 Spacciano i borghesi il Novecento come il loro secolo, con la “vittoria dell’individuo” sulle “ideologie”. Sotto queste frasi di povero significato si cela il fallimento di un secolo segnato fin dai suoi primi anni dell’irreversibile incarognirsi borghese, almeno nelle sue metropoli classiche. La borghesia in tutti i campi è in ritirata e in difensiva. Tanto più ingigantiscono le sue cattedrali del profitto in macchine mostruose, che la dominano, di altrettanto cresce il suo senso di smarrimento, impotenza, imprevidenza, insicurezza; di pessimismo in tutte le manifestazioni del suo pensiero.

 Provò a reagire col Futurismo in Arte e col Fascismo in politica, ma solo perché costretta dall’incalzare della nostra classe, cui, vecchia bagascia, cerca di rubare il segreto della vita.

 Le vantate acquisizioni in tutti i campi delle scienze dell’uomo e della natura, comprese quelle circa la fisica delle particelle e la stessa teoria della relatività e dei quanti, trovano le loro fondamenta nelle scoperte frutto dello spirito illuminato dei rivoluzionari secoli precedenti. L’incalare mercantile di infiniti sorprendenti aggeggi forniti da una deificata “Tecnologia” non allievano la miseria materiale e l’infelicità di sterminate masse umane.

 Il Novecento, per chi saprà finalmente vedere la storia, resterà solo il secolo del proletariato, nel quale ha trionfato prima sul terreno della teoria sociale, poi con la vittoria in Russia del 1917. Tutto l’onore del Novecento va solo al proletariato rivoluzionario e al suo per lunghi anni minuscolo partito di sinistra comunista, i soli che, battendosi in una prospettiva di rigenerazione dell’umanità lavoratrice, hanno alzato voce e, nella Prima, armi contro i due apocalittici macelli delle guerre mondiali.

 È la classe operaia la protagonista del trascorso secolo. Non solo si è numericamente diffusa, come previsto da Marx, in tutti i continenti, ma con la sua sollevazione allo svolto degli anni ’20 a seguito dell’Ottobre rosso, ha imposto alla borghesia l’edificazione degli attuali Stati ultracentralizzati, ultrapolizieschi e ultrarepressivi. Anche dopo la sconfitta della Rivoluzione, ogni volta che il proletariato è tornato, seppure episodicamente, nell’arena della lotta di classe la borghesia si è sempre mossa risolutamente per arginarne l’oggettiva potenza, o con mezzi diretti, polizia, carceri, leggi anti-sciopero, intimidazioni, o con mezzi “indiretti” quale l’utilizzo dell’opportunismo di sindacati di regime e di partiti pretesi comunisti.

 Il portato del Novecento siamo solo noi, Sinistra Comunista, prima reale minaccia al mondo borghese, poi, come in altre epoche storiche, piccola scuola che ha conservato, di fronte ad un mare di smarrimento, il senso del domani, il Filo del Tempo.

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 Come il secolo che è appena iniziato, il Novecento è cominciato con una gravissima crisi economica, la più grande che il capitalismo avesse visto fino ad allora. Come per ogni sua crisi il Capitale reagì con la violenta ricerca di nuovi sbocchi commerciali, con la caccia di materie prime a basso costo, con la vittoria dei monopoli e dei trust sui “pesci piccoli” dell’industria, ecc.

 Il Proletariato, che come sempre della crisi subisce il maggior peso, a differenza di oggi era in lotta coraggiosa, seppure guidato da una Seconda Internazionale troppo riformista che da lì a poco avrebbe tradito. Unica forza veramente vitale, la Sinistra dei partiti socialisti, in particolare in Italia e in Russia, per determinazione di classe sola nemica della retorica riformista e progressista di fine secolo e dell’anti-retorica ugualmente reazionaria e interventista del nuovo, gridava la condanna a questo mondo morente e lanciava al proletariato la consegna della sua violenta distruzione con le armi della sollevazione, della presa del potere politico, dell’esercizio della dittatura rossa.

 Nel ’14, terribile attesa apocalisse di cose, partiti e programmi, il Capitale dovette precipitarsi nella guerra, la Grande Guerra, massacro di proletari sui fronti a fine controrivoluzionario e per il tornaconto delle varie borghesie. Solo la guerra dà vigore al Capitale in crisi, soltanto 9 milioni di morti potevano ringiovanire il Dio Profitto.

 Ma qualcosa andò storto e il ’17 per la borghesia fu la grande paura: il proletariato in Russia aveva rovesciato lo zarismo ma, su indicazione del partito di Lenin, non cedendo lo Stato ad una democratica borghese repubblica ma assumendo su di sé tutti i poteri. Così cominciò il Novecento: fu il proletariato a prendere in mano i suoi destini minacciando l’ordine costituito. La minaccia proletaria fece cessare la guerra e in tutta Europa risuonò la parola d’ordine di “Tutto il potere ai Soviet”. Si combatté la internazionale guerra di classe.

 Fortunatamente per gli Dei borghesi in Italia fallì il Biennio rosso, per responsabilità politica della direzione riformista, in Germania Rosa e Carlo indugiarono a rompere con i socialdemocratici, i quali non persero tempo ad ammazzarli. Per le stesse incertezze i comunisti in Ungheria non mantennero il potere per più di un mese.

 Non si può comprendere la restante parte del secolo, quella del fascismo trionfante, poi della democrazia post-fascista, se non si conoscono cause ed effetti della sconfitta della Rivoluzione in Europa e in Unione Sovietica, nozione che è patrimonio esclusivo della Sinistra comunista.

 Il 1923 fu l’anno fatidico, quello della definitiva sconfitta della Rivoluzione in Germania. La Russia economicamente arretrata, non potendo procedere nelle sue riforme comunistiche senza l’appoggio materiale dei più industriali paesi occidentali, si trovò completamente isolata e l’Internazionale di Mosca, timorosa di “perdere il treno” della storia, volontaristicamente spinse i partiti comunisti ad adottare il metodo dei compromessi (già provatisi fallimentari) con la Socialdemocrazia, a non imporsi più una drastica selezione per l’accesso di nuovi elementi ed infine a piegarsi alle esigenze nazionali e alla forma di funzionamento politico interno del Partito Comunista Russo, devoto ormai solo alla “costruzione del socialismo in un solo paese”, perifrasi che altro non significa che capitalismo.

 Vinse, imponendo a forza concessioni e tattiche errate, lo Stalinismo. Esso si rilevò per quello che era, una forza del capitalismo russo, como si dimostrò con il tradimento della proletaria Comune di Shangai del ’27 e nel suo tragico epilogo. In Russia lo Stato, già proletario e comunista, divenne un altro leviatano borghese e i Partiti comunisti in tutto il mondo corsero dietro al carro dello Stalin vincitore, cioè della Controrivoluzione trionfante.

 Sconfitto il Comunismo il Capitale poté dedicarsi a risolvere la sua tremenda crisi economica del ’29 sulle spalle dei proletari, non più in grado di reagire, e riarmandosi per la ripresa del conflitto interrotto. In Italia il fascismo, in Germania il nazismo, negli Stati Uniti il New Deal, in Francia il Fronte Popolare, in Russia la corsa all’accumulazione sotto specie di “edificazione del socialismo”: queste le diverse ma convergenti forme che il Capitale poté imporre. In tutti i paesi capitalisti e nelle colonie del mondo il piombo fu l’immediata risposta ad ogni conato di ripresa rivoluzionaria e, grazie allo stalinismo, tutto fu benedetto dai capi “comunisti”.

 Altra trappola scattò intorno ai proletari con l’insurrezione del ’35 in Spagna: frastornati militanti e proletari si trovarono coinvolti in una guerra non loro, costretti a battersi sia con i fascisti di Franco, sia con i “compagni” stalinisti. Non esisteva più il loro partito rivoluzionario e si trovarono a fare i conti anche con gli opportunismi del POUM trotskista e con gli anarchici. Circa 700 mila furono i morti.

 Provate le armi nella guerra di Spagna e provata la debolezza proletaria i briganti poterono riaprire le danze della guerra del Secondo Macello Mondiale. Il Capitale tedesco, nella stessa morsa in cui era stato stretto venticinque anni prima, aprì quel conflitto che tutti i principali Stati del mondo attendevano e in cui trovarono interesse a precipitarsi. La borghesia vincitrice, quella americana, poté poi imporre la propria “verità”, quella della “cattiveria” congenita dei tedeschi e che la guerra fosse fra la barbarie nazista e l’alta civiltà democratica. Ma anche quella guerra, e il nostro partito fu l’unico a dirlo durante e dopo, altro non era che una contesa fra predoni imperialistici. Tanto per l’Asse quanto per gli Alleati si trattava di guadagnare alla sua fine enormi fette di mercato e di profitto. Entrambi massacrarono senza ritegno quanto era loro necessario per vincere.

 Il proletariato non poté rispondere come splendidamente aveva fatto nel ’17. La Russia di Stalin, ormai completamente capitalista, dopo una breve alleanza con Hitler aveva partecipato alla guerra, cambiando solo l’alleato. I vari partiti comunisti, completamente stalinizzati, dirottarono con abilità gli scioperi di fabbrica fra il ’43 e il ’45, nati istintivamente contro e per la cessazione della guerra, in lotta al tedesco “invasore e sanguinario” e la classe operaia venne spinta ad appoggiare uno dei predoni, quello anglo-americano, attraverso il coinvolgimento nel mito interclassista della guerra partigiana. Dalla formula leniniana della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile fra le classi alla formula stalinista e democratica: dagli al tedesco!

 Come nella precedente guerra imperialista entrambi i contendenti erano nemici naturali del proletariato. La Germania ebbe i suoi campi di concentramento (riservati per molti anni ai comunisti tedeschi), ma i francesi, gli americani e i russi non furono da meno. La Democrazia, santa e libera, si rivelò appieno nei bombardamenti sui quartieri proletari delle città tedesche e italiane ed infine con le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, vero inizio della pax americana. Così vinse il Capitale, democratico e costituzionale. Così perdette il proletariato.

 Questa la prima metà del Novecento dall’originale punto di vista del marxismo. Ma la seconda metà non sarà da meno. Dopo i circa 60 milioni di morti nella Seconda Guerra, altre decine ne faranno guerre più o meno locali, per non contare i morti di fame in un Terzo mondo che ha visto nell’ultimo cinquantennio il peggioramento ulteriore della possibilità di sopravvivenza dei propri abitanti. A questo prezzo è stato pagato il falso e fugace “benessere” occidentale.

 Dopo il ’45, come dopo ogni guerra, il Capitale si ritrovò rinvigorito e poté tornare a sfornare profitti su profitti per alcuni decenni. Ma per il proletariato la ricostruzione non significò altro che fame e sopralavoro. Le lotte di classe in Europa non erano cessate con il conflitto, come nemmeno sotto il fascismo: l’unica differenza fu che partiti come il PCI di Togliatti e sindacati come la CGIL di Di Vittorio erano ora collaudati per imbrigliare il proletariato accodandolo al carro borghese, facendo sfogare, quando incontenibile, la combattività proletaria per poi bloccarla a tempo opportuno.

 La Democrazia si era rilevata la continuazione del Fascismo: la polizia si potenziò ulteriormente e in Italia, Germania, Francia vennero mantenute pressoché intatte le vecchie prefetture fasciste o collaborazioniste. Si ereditò dal Fascismo la fusione fra lo Stato e i Sindacati compreso la costituzione corporativistica di questi, continuò la repressione in fabbrica e fuori numerosi sono i morti degli imponenti scioperi dell’immediato dopoguerra. Se una differenza vi era rispetto al Ventennio fascista fu questa: dopo il ’45 il capitalismo si ritrovò in un’epoca di forte espansione, di boom economico e poté così permettersi di corrompere parte del proletariato con briciole quali il “welfare state”, il “consumismo” mentre il pieno impiego garantiva un minimo di certezza del lavoro e un salario un po’ meno misero. Inoltre poterono svilupparsi nuovamente ampi strati di piccola-borghesia che fecero da fondamentale cuscinetto ideologico allo scontro di classe.

 Il proletariato, seppur sempre combattivo sul piano difensivo, non poteva riportarsi sul terreno rivoluzionario. Oltre al boom economico agirono in tal senso la pressione ideale dell’opportunismo del PCI e il mito dell’Unione Sovietica, che abilmente spogliarono la classe proletaria di ogni istinto rivoluzionario e anche classista. Il ruolo controrivoluzionario del PCI e dei suoi deteriori nipotini spontaneisti e maoisti si rileveranno nelle lotte operaie dal ’69 all’80 in cui, mentre la borghesia espresse tutto il suo apparato repressivo per mezzo della polizia e fino allo “stragismo”, l’opportunismo deviò costantemente ogni possibile istinto combattivo del movimento operaio fino a portare la classe operaia a ritrovarsi più nuda di prima.

 Tutte queste forze della conservazione hanno fatto degli ultimi vent’anni per il proletariato occidentale un periodo di inerzia e di sconfitta.

 In questi frangenti il partito, portatore della tradizione della Sinistra comunista, ha avuto il compito di difesa del programma originale ed incorrotto dall’assalto controrivoluzionario, proteggendolo dagli errori stalinisti, piccolo-borghesi, sessantottini, “brigatisti”, ecc.

 Nella seconda metà del secolo, invece, al di fuori delle metropoli imperialistiche il ciclo vitale del modo di produzione capitalistico aveva da compiervi passi epocali. I moti di indipendenza dei massimi paesi dell’Asia portavano ad una innegabile emancipazione di molti di quei popoli dal giogo coloniale dando vita a nuovi grandi Stati nazionali pronti a scendere sul terreno prima della accumulazione originaria, poi del commercio e della concorrenza mondiale e infine, domani, del confronto imperialista armato sull’intero sferoide.

 Queste emancipazioni nazionali di giovani borghesie, dal portato potentemente rivoluzionario, si sono avute in lotta aperta sia contro la politica post-coloniale dell’Occidente democratico (che in questa sua estrema resistenza trovava occasione per coprirsi ulteriormente di infamia, si pensi alla Francia in Algeria o gli Stati Uniti contro il Vietnam) sia contro le mene dell’Unione Sovietica, tendenti solo ad una spartizione del mondo con i compari occidentali.

 Il capitalismo occidentale ovunque ha teso al pieno controllo economico e militare; ovunque ha incontrato proletari pericolosi e guadagni da fare il Capitale non si è riguardato ad impiegare il suo arsenale dal napalm alle armi chimiche. Ha messo in piedi e sostenuto dittature feroci (come in Iran o in America Latina) e venduto armi per combattere i contadini poveri e i diseredati del mondo.

 Il Novecento borghese è il secolo della storia che ha visto più guerre e massacri. Il fascismo ha vinto su tutti i fronti: tutti gli organismi già della classe sono assoggettati allo Stato e anche il proletario occidentale si ritrova sempre più precario nelle sue condizioni materiali. Gli spazi anche solo di ritrovo e di discussione fra proletari sono ormai ridotti a nulla mentre sempre in aumento è la forza nemica, poliziesca e militare, che con metodi di controllo sempre più sofisticati quali droga e televisione mantengono il proletariato idiotizzato. Mussolini non avrebbe potuto far di meglio.

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 Il nuovo secolo del quale siamo sulla soglia come il Novecento comincia con una grave crisi economica che dal ’75 scava sotto il terreno dell’ormai gracile Capitale, continua a confermarsi e a lentamente acuirsi. Le leggi economiche che regolano ogni crisi capitalistica sono implacabili, che nessuna volontà può eliminare, portano irreversibilmente, se non soccorre l’intervento politico del proletariato rivoluzionario, alla finale soluzione militare della crisi, al Terzo Macello Mondiale. Il Capitale non possiede nella propria natura altro metodo che la guerra per risolvere le sue crisi strutturali. Con la guerra il Capitale distrugge le merci già vendute che intasano il commercio, conquista nuovi mercati attraverso la sconfitta del proprio concorrente economico, devìa i movimenti proletari nella difesa della patria dei padroni, e risolve alla radice il problema della disoccupazione.

 Di nuovo o Guerra o Rivoluzione è l’alternativa di questo nostro XXI secolo. Da un lato il perpetuarsi dell’infame presente, dall’altro la sua Fine, il proletariato mondiale che rialza la testa e generosamente abbatte il mostro capitalista, pone le fondamenta di una società in cui la guerra sia un ricordo sui libri di storia e l’intero globo partecipe del prodotto e del piano di vita sociale.

 Danno il Comunismo per sconfitto, e noi suoi difensori inconsistenti idealisti, perché vogliono convincersi che il proletariato subirà sempre sottomesso e che la storia si è fermata per sempre a questa fase di immondezzaio. Il nostro materialismo ci fa vedere periodi per il proletariato di avanzata a cui sono seguiti anche lunghi cicli di ritirata, sempre questi due poli della possibilità proletaria creati dalla realtà materiale in una data sequenza storica. Ci limitiamo ad osservare che le condizioni materiali determinate dalla crisi in atto non promettono nulla di buono alla classe da troppo tempo ormai dominante.

 In Asia, dove la crisi già manifesta gran parte della sua virulenza, il proletariato non è rimasto sull’attenti e, tanto nell’occidentalizzata Corea del Sud quanto nel Sud-est, i carri armati borghesi sono stati costretti ad uscire dalle caserme. La crisi in Sudamerica, causata dalla necessità del Capitale europeo ed americano di schiacciarne l’economia per imporre le proprie merci, ha anche mostrato un proletariato che, sebbene senza direzione e senza uno straccio di programma, alla crisi sa rispondere ed affrontare coi i propri petti il piombo della polizia. Il proletariato occidentale non si aspetti un’accoglienza migliore quando nelle metropoli del Capitale il peggioramento radicale delle condizioni di vita lo porteranno nuovamente a lottare.

 La classe dei senza riserve, quando si guarderà intorno alla ricerca dell’originale suo programma emancipatore, troverà il suo Partito e il ricordo della sua gloriosa secolare tradizione. Siatene certi, nel nuovo secolo ne vedremo delle belle!