Haider venga in Italia ad imparare dalla “sinistra” a lagerizzare gli immigrati
Categorie: Austria, Immigration, Italy, Spain
Questo articolo è stato pubblicato in:
A seguito della vittoria – democraticissima – del destro Haider in Austria sono tornati a risuonare i belati sulla tolleranza democratica e sui genocidi etnici del nazismo. Ma in tutto la realtà di oggi si rivela una continua conferma della vittoria totalitaria del fascismo.
Una delle tante conferme ci è data non dall’Austria ma dalla rinascita nella (ancora demosinistra doc) Italia dei campi di internamento per immigrati (ben 11 in soli sei mesi!) dove sono rinchiusi gli stranieri senza permesso di soggiorno, in attesa della seletcia: i più sani, docili e robusti saranno inseriti nella macchina del superlavoro, gli altri rigettati nell’inferno del proprio paese di provenienza, con gli auguri, altra delicatezza democratica, di una silenziosa morte per fame. Il nome dato a questi istituti è molto soft: “campi di accoglienza provvisori”. Quanto questi campi siano accoglienti ci è mostrato dalle numerose rivolte degli ultimi mesi contro gli alimenti avariati e le condizioni igieniche, dalla morte di 5 internati a Roma e a Trapani durante un disperato tentativo di fuga e da un’altra fuga tentata da 22 prigionieri dal campo di internamento di Torino.
Mentre in Italia si parla di immigrazione con toni da teatro delle marionette, un episodio in Spagna dimostra come la questione immigrazione può essere fomentata nel momento che la crisi economica si fa crudamente sentire. In Andalusia, a El Ejido, l’assassinio di una ragazza da parte di un maghrebino è stato utilizzato per provocare una caccia all’immigrato, quasi un linciaggio: gli arabi sono stati costretti alla fuga, hanno trovato bruciati i propri negozi e i bar dove si ritrovano, le automobili rovesciate, ecc. Il tutto con il beneplacito della polizia che non ha gran ché disturbato le azioni. Migliaia di questi immigrati lavorano nella zona 10-12 ore al giorno per stipendi decisamente più bassi del normale. «Da anni si è lasciato che la situazione si deteriorasse, scrive “Le Monde”. Datori di lavoro senza scrupoli utilizzano marocchini e africani, giovani, poveri, forniti dalle reti clandestine di manodopera. I dirigenti politici chiudono gli occhi davanti a questa situazione, dato che gli stessi lavoratori non posseggono alcun diritto, vivono in baracche insalubri e subiscono quotidianamente soprusi di vario genere. E le autorità, abituate alla pratica di due pesi e due misure, spesso terrorizzano gli immigrati, e più sovente ancora fanno loro subire vessazioni o comunque li fanno sentire indesiderabili in una regione che però deve molto al loro contributo di lavoro. Questo insieme di vigliaccherie non confessate e di irresponsabilità condivise è andato a finire come era logico: col grido all’omicidio». E pensare che Andalusia è nome arabo che sta per “paese che è al di là”.
Eppure il bombardamento ideologico cui siamo costantemente sottoposti fa demagogicamente appartenere il “valore” dell’antirazzismo alla sinistra borghese e l’anti-valore del razzismo alla destra. I “sinistri” sarebbero quelli dal cuore tenero e “aperti” ad ogni popolo, i “destri” i pragmatici senza un briciolo di solidarietà. Pare dunque che nella società multietnica, che si sta estendendo a paesi che ancora non la conoscevano, la grande questione che si imporrà all’Uomo del XXI secolo sarà quella del suo rapporto con lo “straniero”, quella della “scelta” fra “tolleranza” e “non tolleranza”.
Noi siamo da 150 anni, per definizione, internazionalisti, da sempre disdegnamo l’appartenenza ad una qualsiasi patria o stirpe, da sempre preconizziamo l’abbattimento dei confini nazionali. La questione, però, della contrapposizione “ideale” fra razzismo e antirazzismo, diciamo noi, non è altro che una mistificazione costantemente alimentata da una propaganda oculata che fa credere al proletariato che le grandi questioni storiche siano decise dai buoni sentimenti, dall’individuale volontà o dalla morale democratica, escludendo sempre la ripresa della lotta di classe.
L’emigrazione è fenomeno che ha avuto grande sviluppo negli ultimi due secoli, da quando cioè domina il modo di produzione capitalistico. Il capitalismo ha costretto gli uomini – per fame – ad andare a vendere la propria forza lavoro a decine di migliaia di chilometri di distanza, ha basato l’accumulazione di profitti sulla trasformazione in proletari della gran parte dei viventi. Ma prospera anche sulla sottomissione dei 3/4 del pianeta ai diktat delle metropoli del Capitale.
È «nel carattere di crisi storica del Capitale lasciare sussistere un Nord senile e sempre più sterile, in cui la popolazione è stagnante e decrescente, e un Sud vitale e prolifico che tende a sommergere di bipedi umani il mostro capitalista, ma al quale lo sviluppo economico viene proibito», scrivemmo in “Emigrazione, fattore di progresso e di rivoluzione” su questo giornale nel 1995.
Mentre diffonde il suo modo di produzione e i suoi “valori” individualistici e mercantili in tutto il mondo, sconvolgendo cose e ritmi di vita, e lacerando corpi, affetti e menti, il Capitale conserva, insieme alle forti differenze economiche, distinzioni per nazionalità, per etnia, per religione, per razza. Costringendo i gruppi umani ad una lotta perenne e ad una disperata difensiva dei soccombenti, ne rafforza e perpetua l’attaccamento alle forme culturali specifiche, agli stili di vita e di pensare la vita. Insomma obbliga gli uomini a mantenere le loro differenze ideali e lo spirito chiuso di gruppo come sollievo all’individualismo e alla concorrenza borghese dominante.
Essendo però l’emigrazione un fenomeno di cui il Capitale avrà sempre bisogno affinché si possa procurare forza-lavoro a basso costo e possa così spingere verso il basso la media dei salari, vengono a diffondersi sempre più le società multietniche, misto di integrazione sostanziale e di separazione ideale. In queste società fa decisamente comodo al Capitale alimentare il fenomeno razzista, sia a sfogo di una demente e schifosa piccola-borghesia precipitante nella crisi, sia a dividere un proletariato smarrito dalla controrivoluzione ma che minaccia di ritrovare la sua unità di classe, sia a terrorizzare i “salvati”. Un popolo che ne opprime un altro non potrà mai essere libero.
Mentre è una illusione per i proletari stranieri attendersi di ottenere che il razzismo sia sconfitto dagli astratti ideali di uguaglianza borghese, il proletariato cosciente deve far propria e lottare per la rivendicazione della totale estensione dei diritti civili e di lavoro a chiunque presti la sua opera al Capitale. Il proletariato conosce solo la cittadinanza di classe, che sola può fa sentire il lavoratore straniero veramente uomo fra gli uomini. La difficile questione – nelle condizioni di oggi fonte di non poca concorrenza fra venditori di braccia – potrà porsela solo un risorto e forte movimento sindacale di classe, che punterà non soltanto a che tutti i lavoratori stranieri abbiano la necessaria Carta che consenta loro almeno di farsi sfruttare liberamente, cosciente del fatto elementare che la difesa di tutti passa per la difesa delle condizioni dei più deboli compagni di lavoro.
È una questione di classe e in quanto ciò i lavoratori non si schiereranno a favore delle varie leghe antirazziste che accettano servilmente che gli stranieri si facciano massacrare 10 o più ore al giorno per una paga che permette a malapena di vivere!
Manifestazioni come quella di Haider in Austria, di El Ejido in Spagna, dei campi di internamento in Italia altro non esprimono che l’attuale necessità del capitalismo da una parte di utilizzare come propri schiavi i disperati del Terzo Mondo, dall’altra di fomentare sempre, anche in modo non esplicito, l’odio razzista e ritardare così il risorgere del genuino e giusto odio di classe.
Il capitalismo è basato sull’emigrazione forzata di masse di proletari. Il comunismo è invece un piano razionale e necessario che prevederà il progressivo confluire, sulla base della tecnica e della scienza moderna, dei mille sfaccettature del complesso percorso storico umano, tutto fondendo, nulla perdendo. Per questo occorre che gli attuali diseredati di tutto, i senza-cultura e senza-terra si riapproprino del loro unico motto: Proletari di tutti i paesi unitevi!