Il proletariato indonesiano sa combattere
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“Il potenziale esplodente è quello della classe operaia indonesiana”, titolava un recente numero del nostro giornale in riferimento all’ormai passata in sordina crisi di Timor Est ma che potrebbe estendersi alla successiva nelle Molucche, volendo rimarcare che la vera questione insoluta in Indonesia non è la questione nazionale, ma quella dei rapporti di classe fra borghesia e proletariato. A dimostrazione di quale sia questo “potenziale esplosivo” la notizia di qualche giorno fa di una vera e propria rivolta scoppiata tra i lavoratori di una fabbrica della Nike che chiedevano una gratifica in coincidenza con le festività.
In Indonesia lavorano per la Nike, a quanto riporta la stampa, ben 120.000 lavoratori in 12 fabbriche di scarpe e in altri 20 stabilimenti in cui si producono abbigliamento ed accessori. «Un operaio guadagna 330 mila rupie al mese, molto di più del minimo sindacale previsto in Indonesia che è di 172.500 rupie». Per ottenere questo salario (che corrisponde a 45 dollari, meno di 100.000 lire mensili) devono lavorare a cottimo per circa 60 ore settimanali.
La rivolta degli 8.000 lavoratori di una di queste fabbriche, che hanno sfasciato macchine e attrezzature e sono stati impediti dall’assalire i dirigenti di fabbrica dall’intervento di centinaia di poliziotti, dimostra, al di là del motivo contingente, l’energia di questi lavoratori supersfruttati, benché non dispongano di alcuna organizzazione di difesa economica dato che i sindacati ufficiali sono legati a doppio filo col padronato e col governo.
Queste rivolte si moltiplicheranno, si allargheranno sempre più, diverranno base solida per il formarsi di organizzazioni sindacali di classe che riuniranno tutti i lavoratori dell’arcipelago indipendentemente dalla loro razza e dalla loro religione. Questa è la nostra certezza.