Riuscito lo sciopero di CoMU e Coord. Consigli dei delegati
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Lo sciopero del 4 febbraio ha evidenziato che in ferrovia esiste una lotta che abbraccia tutte le categorie: non sono più soltanto i macchinisti a scendere in campo, ma ampi settori che vanno dalle stazioni, agli uffici, alle officine.
La bozza di contratto siglata dai sindacati tricolore, che attacca a tutto campo le condizioni di lavoro dei ferrovieri, ha rotto l’immobilismo di tanta parte della categoria. Illusioni e speranze sono cadute dinanzi alla richiesta di una diminuzione occupazionale di altre 20.000 unità, dopo le 100.000 perse dal 1987 ad oggi, calo che comunque non coprirebbe la richiesta del 20% di abbattimento del costo del lavoro. Sono stati, infatti, ipotizzati altri tagli. Sei giornate di ferie in meno, il giorno di Pasqua non più considerato festivo, niente aumenti salariali, anzi la costituzione di una quota parte da separare dallo stipendio base e che sarà assicurata agli attuali ferrovieri soltanto sino al 2003, mentre non sarà considerata per i nuovi assunti, cifra che si aggira nell’ordine delle 3/400 mila lire. Oltre a queste richieste si pretenderebbe un ovvio aumento della produttività grazie a nuove “elasticizzazioni”.
Insomma un attacco massiccio portato da un padrone costretto ad una infinita “ristrutturazione” aziendale e che vede diminuire il tempo a disposizione. Gli “ammortizzatori sociali” sin qui usati trovano oggi contrari i governanti, stretti a loro volta tra necessità politiche e ristrettezze finanziarie. Nuovi prepensionamenti sarebbero il solo modo per espellere altri lavoratori, ma alla maggioranza di questi, assunti nei primi anni settanta, mancano troppi contributi per giustificare un ricorso massiccio alla cassa integrazione in attesa della quiescenza.
Il Coordinamento Macchinisti Uniti all’interno di questo movimento appare ancora il punto di riferimento, anche se il Coordinamento dei Consigli dei delegati, nato negli ultimi mesi, ha avuto un’importanza fondamentale per allargare le iniziative e per organizzare le altre categorie.
La preoccupazione dei sindacati di regime di fronte a questa mobilitazione è stata tale da subito proclamare per il 18 febbraio uno sciopero, nella speranza di recuperare un minimo di consenso e credibilità. Chiaramente un’azione di disturbo e di disorientamento che, se mai fosse confermata, chiederebbe ai ferrovieri un suicidio per pura fede, in nome di un accordo mai discusso e men che meno approvato in una qualsiasi assemblea o tanto meno con referendum. Ma la volontà della base si è ben manifestata ugualmente con l’adesione maggioritaria allo sciopero.
Apprezzando come sia complessivamente corretta la struttura organizzativa, lodevole l’opera di allargamento agli altri ferrovieri e relativamente in crescita la combattività, rileviamo come all’interno del CoMU si siano recentemente espressi notevoli dissensi tra chi si dimostrerebbe sin troppo disponibile alla trattativa pur di esserci e chi invece da sempre sostiene che i rapporti con la dirigenza FS possono affrontarsi soltanto facendo leva su rapporti di forza favorevoli e che qualsiasi compromesso deve chiaramente finalizzarsi al rafforzamento generale e alla chiarezza di indirizzo del movimento.
Deve esser chiaro che, come per FS e Confederali, che si appoggiano a tutte le risorse del regime borghese e del suo Stato, anche per il CoMU valgono le necessità di uno scontro che non può essere vinto se non in una prospettiva ampia, che veda nella lotta di tutti i lavoratori la via unica e necessaria per imporre le necessità di classe ad un padrone forte soltanto in apparenza, profondamente vulnerabile dalla ben diretta lotta generale operaia.