Partito Comunista Internazionale

La crisi del Medio Oriente (Pt.1)

Categorie: Middle East and North Africa

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Le potenze anglosassoni per due volte hanno vinto la guerra mondiale e quindi per due volte hanno salvato il capitalismo dall’estrema rovina atteggiando sia vittime dell’aggressione. Bisogna riconoscere che non due casi il raffinato gioco diretto a costringere l’aggressore a sparare per primo è felicemente riuscito. È evidente che non l’abilità diplomatica con l’arte del vittimismo bensì materiali condizioni di sviluppo storico favoriscono l’ipocrita partita delle città delle imperialistiche occidentali: chi arriva ultimo nell’arena internazionale – ieri sulla Germania oggi la Russia – trova il “tutto esaurito” nella spartizione dei possedimenti delle colonie, dei protettorati, infine delle “sfere d’influenza”, sicché deve stendere le mani sull’altrui roba. Deve “aggredire”. Poco importa se il nuovo aspirante imperialista tende a ripercorrere il cammino già fatto da altri e a volere le stesse cose che vogliono i rivali già “arrivati “, egli rimane l’aggressore. È quello che appunto sta capitando alla Russia che, impedita nei decenni scorsi dal farlo, si sta faticosamente aprendo un varco nel Medio Oriente.

L’abilità russa! È un fatto che tutte le volte che la Russia è costretta a scoprire il proprio gioco, costrettavi dall’accanita resistenza occidentale alle richieste di “posti al sole” del nuovo concorrente imperialista, nonché ex alleato di guerra, la stampa ispirata e finanziata direttamente per vie trasverse dalle centrali imperialistiche di Washington e Londra grida all’abile mossa russa. Ora, ci domandiamo che c’è di abile nella recente grave decisione di Mosca di contribuire al riarmo dell’Egitto? Esistendo lo Stato virtuale di guerra tra l’Egitto e la Lega Araba da una parte e Israele dall’altra parte, se la guerra guerreggiata dovesse subire una ripresa, la Russia non vorrebbe trovarsi automaticamente nella posizione di “aggressore” sia pure indiretto? E se, come pare probabile, le grandi potenze riusciranno ad evitare il conflitto, il fatto che la Russia si faccia, al cospetto del mondo, mercante di cannoni, non costituisce una pura perdita per Mosca nella guerra della propaganda perché le mitragliatrici Skoda nelle mani degli ufficiali di Nasser buttano al macero tutta quanta l’alluvionale letteratura antibellica dei partigiani della pace? La verità è che ancora una volta gli altissimi pirati dell’imperialismo anglo-americano riescono a farsi passare per ” vittime dell’aggressione” e quindi a procurarsi ottime posizioni di partenza per la futura schifosa crociata a favore della “guerra di difesa”.

La verità è che l’offerta di armi all’Egitto avanzata dalla Russia, e la decisione dell’Egitto di accettarla passando sopra i severi moniti ed aperte minacce profferite dai governi inglese americano sono gli ultimi anelli di una ferrea catena di avvenimenti, che non possono certamente essere considerati prodotti della volontà dei governanti. Essi sono: la Seconda guerra mondiale, l’ingresso dell’imperialismo americano nel Medio Oriente, la costituzione dello Stato di Israele, la fondazione della Lega araba, la semi-rivoluzione egiziana, il patto turco-iracheno. Ognuno di tali giganteschi accadimenti ha impresso una forte accelerazione al moto storico nel Medio Oriente, ma nessuno di essi si può isolare dal complesso e tremendo quadro delle convulsioni degli ultimi due o tre lustri della storia mondiale.

Impresa vana, almeno per noi, è il tentativo che la stampa democratica-atlantica sta estendendo su scala gigantesca di attribuire i recenti sconvolgimenti medio-orientali alla “diabolica abilità ” di Mosca.

Ciò che sta avvenendo nella parte “mediana” dell’Asia, come ciò che è già accaduto nella parte “estrema” della stessa, scaturisce da formidabili contrasti provocati dalla nuova divisione del mondo, che , a differenza da quanto avvenne nel primo inter-guerra, ha suscitato deterministicamente l’incendio delle rivoluzioni nazionali di Asia e di Africa, grandioso manifestarsi della diffusione estrema del capitalismo nel pianeta.

Oltre che dall’intervento delle grandi potenze imperialistiche, la situazione storica del Medio Oriente era reso incandescente dalla guerra di sistemazione nazionale che è quella combattuta della Repubblica di Israele contro gli Stati arabi, mentre è tuttora in piedi l’aspro conflitto diplomatico politico tra l’Egitto e l’Iraq, che pure sono entrambi stati-membri della Lega Araba. In tale intricato groviglio di interessi, che riflettono sia il gioco mortale delle condizioni inter-continentali che è circoscritto contrasto dei poteri statali locali che sono di ordine sia imperialistiche che nazionalistico, se la sbrighi la stampa, che vive di questo pane, a scoprire l’ “aggressiore”. Del resto, s’è siffatta qualifica si vuole affibbiare russi perché stanno tentando di aggirare la ” posizione-chiave ” del Medio Oriente, prendendola alle spalle, una facile retrospezione storica ci avverte che gli anglo-americani non da sempre hanno spadroneggiato in questo importante teatro strategico e zona petrolifera, che fino alla prima guerra mondiale rimase chiuso nell’Impero Ottomano.

D’altra parte, ad onta della campagna vittimistica scatenata dai rispettivi governi, anzi al riparo di essa, gli Stati maggiori degli Stati Uniti e dell’Inghilterra sono riusciti, sfruttando il tema puttanesco della ” difesa contro l’aggressore “, a mettere a segno un grosso colpo che meritavano da tempo: l’ammissione dell’Iran nel patto di Baghdad. Fin dall’epoca della sanguinosa soppressione del regime di Mossadeq, gli occidentali disegnavano di includere la Persia nello schieramento Atlantico, essendosi già impossessati dei pozzi petroliferi mediante l’accordo-capestro tra il cartello internazionale del petrolio e di governo di Teheran. Ma sempre ne erano stati distolti dal timore che la Russia di fronte ad una tale mossa occidentale ritenesse di dover applicare le clausole del trattato russo-persiano del 1921 che autorizza il governo russo ad occupare la parte settentrionale della Persia qualora si profili il pericolo di un intervento di una terza potenza nel paese. La decisione clamorosa di fornire armi all’Egitto evidentemente è stata interpretata dai governi occidentali come il massimo rischio che Mosca era disposta a correre nella zona è, in conseguenza, è stato dato il ” verde ” al governo di Teheran. Il ragionamento doveva risultare esatto: Mosca si è limitata a protestare violentemente, adattandosi volente o no l’ente al fatto compiuto. I due avvenimenti si sono succeduti nello spazio di meno di due settimane: il 2 ottobre il colonnello Gamel Abdel Nasser confermava alla radio, nel corso di un violento attacco alla politica occidentale nel Medio Oriente, la notizia diffusa in precedenza dal Foreign Office sulle forniture di armi ceche e russe: il 12 lo Scià annunciò al parlamento la decisione dell’Iran al patto di Baghdad. Ecco un saggio della tecnica anglosassone dei costringere l’avversario a colpire per primo e addossarsi la taccia di aggressore.

Del patto di Baghdad, così denominato dalla capitale in cui venne firmato il 24 febbraio di quest’anno, parleremo anche in seguito. Qui ci limitiamo a dire che in origine fu un trattato bilaterale tra Turchia e Iraq. Esso fu congegnato evoluto dalla diplomazia anglo-americana che in tal modo riusciva gettare la discordia la scissione nella Lega Araba i cui membri si erano impegnati, col patto di sicurezza inter-arabo del settembre 1950, a non aderire a coalizioni militari estranee, e, pertanto, arrecava un grave colpo all’Egitto che , specialmente dall’epoca della rivoluzione, si atteggia a potenza-guida, come si suol dire, del mondo arabo.

L’opposizione russa al Patto si spiega agevolmente tenendo presente che esso sancisce un’alleanza militare ostile alle frontiere meridionali della Russia, per di più collegata, tramite la Turchia, al Patto Atlantico. L’adesione dell’Inghilterra, avvenuta nell’aprile, mostrò lampantemente come lo strumento diplomatico fosse stato architettato da mani inglesi. In settembre entrò a farne parte il Pakistan, che negli scorsi anni ha stipulato accordi con la Turchia e con gli Stati Uniti. Pezzo su pezzo, le potenze occidentali, soprattutto la Gran Bretagna, venivano completando un poderoso sbarramento sulle vie di accesso russa al Medio Oriente. Si tenga presente che la Turchia, li Iraq e il Pakistan, compresi tutti tra il 30º e il 40º parallelo, confinano tra di loro e ognuno con la Russia. La cessione delle armi Cecoslovacchia all’Egitto ha significato un tentativo russo di rompere l’accerchiamento di attestarsi alle spalle del nemico. Ma, colpiti in Egitto, le anglo-americani passavano al contrattacco in Persia, l’unica potenza confinante con la Russia è che ancora si teneva fuori dal patto anglo-turco-iracheno-pakistano.

In sede di consuntivo, è difficile stabilire quale delle parti in lotta abbia guadagnato di più: se i russi che hanno steso una mano sulla “porta di accesso” all’Africa, come la stampa definisce l’Egitto, o gli anglo-americani, i quali, inglobando l’Iran nel patto di Baghdad, praticamente hanno colmato la lacuna che esisteva nella gigantesca catena di alleanze intercontinentali che ora si stende dalla Norvegia al Pakistan. Certo è che la propaganda atlantica, sempre per atteggiarsi a vittima, ha esagerato il successo di Mosca, perché è notorio che l’Egitto, ad onta delle sue orgogliose affermazioni di indipendenza, è soggetto ai finanziamenti esteri che occorrono per mandare avanti l’ambizioso programma quinquennale di grandi opere d’irrigazione di costruzioni industriali, dietro le quali il regime al potere tenta di nascondere la mancata rivoluzione nelle campagne.

Così, dalla grande opera idrica di Assuan, un’impresa gigantesca che costerà più di 300 miliardi di lire, il governo del Carico si attende di ottenere un prestito da 200 a 300 milioni di dollari dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Questo organismo finanziario, come è noto, viene gestito formalmente da 57 nazioni. In pratica, per avere gli Stati Uniti versato il 72% del capitale sociale e acquistato il 65% delle obbligazioni emesse, è uno strumento della politica estera degli Stati Uniti. Un’altra gigantesca “opera del regime”, una grande fabbrica di concimi chimici del costo di Lit 45 miliardi, attende di vedere la luce anche essa grazie agli aiuti americani. Le considerazioni che suggeriscono simili attenti legami finanziari dell’Egitto con l’area del dollaro, spingono a ridurre al loro giusto valore gli effetti della riuscita operazione diplomatica di Mosca presso il governo del Carico. Si, il rifornimento di armi, e di istruttori all’esercito egiziano, crea condizioni favorevoli alle stendersi dell’influenza russa nel Paese, ma è altrettanto chiaro che Mosca costruirà sulla sabbia finché il governo del Cairo busserà a dollari presso i plutocrati statunitensi. Non a caso, dunque, la Russia si è offerta di fornire aiuti per la nuova grande diga di Assuan. Ma l’ambasciatore egiziano gli Stati Uniti, che ne ha dato notizia durante una conferenza stampa tenuta a Washington lo scorso 18 ottobre, ha tenuto a dichiarare che l’Egitto attende l’esito dei negoziati che si sta conducendo presso la banca internazionale, per prendere in esame l’offerta russa. Accetterà il Cairo, dopo le armi, i rubli? La comune opposizione al patto di Baghdad sarà sufficiente, nel futuro, a mantenere operante l’attuale amicizia russo-egiziana?

L’immobile Occidente e il dinamico Oriente

La guerra ha giovato immensamente al Medio Oriente. Non abbiamo paura di dirlo, perché non giudichiamo gli avvenimenti alla stregua dello stupido e inconcludente pacifismo. È anche vero che in Europa e in America la guerra, a conti fatti, ha ritardato di decenni la rivoluzione: il proletariato internazionale, anziché praticare il disfattismo rivoluzionario e puntare sulla guerra civile di classe, si è lasciato corrompere ed ingannare dall’opportunismo, accettando di combattere per gli stati belligeranti, sia nella divisa di soldato regolare che nella casacca del partigiano dietro il fronte. Ma, in assenza della dittatura proletaria del socialismo, si sono mosse all’Asia all’Africa. Le rivoluzioni nazionali che vi si svolgono sono indirizzate verso il traguardo dell’industrializzazione capitalista, di ciò non è lecito di dubitare, ma il loro movimento è reale ed effettivo, perché si lascia dietro le forme sociali caratteristiche del dispotismo asiatico. Accade allora che è, dopo tanto parlare che si è fatto nel passato sulla “immobilità orientale”, a muoversi sia proprio all’Asia, mentre la progredita area euro-americana, che è più che matura per il ” salto ” rivoluzionario del socialismo, rimane ferma capitalismo. Naturalmente il fenomeno rinnovatore non si presenta con la stessa intensità nello stesso ritmo in tutto il vasto teatro geopolitico del vicino Medio Oriente.

Nel Medio Oriente il movimento iniziò con la dissoluzione dell’impero ottomano che , finché fu in piedi, funzionò da formidabile bastione reazionario, contro il quale le correnti radicali del pensiero politico occidentale non potevano assolutamente fare breccia. Praticamente non era “successo niente” in questa zona cruciale del mondo da più di 100 anni – cioè dalla spedizione di Napoleone in Egitto – fino a quando l’impero di Costantinopoli, alleato di guerra degli Imperi centrali, si sfasciò sotto i colpi della sconfitta militare.

Ebbe inizio da allora il processo di formazione degli attuali stati indipendenti, ma il virtuale moto rivoluzionario fu bloccato dall’ingresso nell’ambita regione ( che era diventata ormai è oggetto delle contese imperialistiche ) dalla potenza britannica, e, in posizione subordinata, del colonialismo francese.

È noto che il trattato di Sèvres firmato l’ 11 agosto 1920, assegnò il ” mandato ” in Palestina, in Transgiordania e in Mesopotamia all’Inghilterra e il ” mandato ” in Siria alla Francia. L’Arabia si giovò di un regime formalmente autonomo ma si suddivise in parecchi Stati indipendenti che subirono successivamente ulteriori trasformazioni, finché nel 1926 l’egemonia passò decisamente nelle mani degli Al Saud, la dinastia che oggi regna.

La supremazia britannica nella regione non significò per tutti gli strati sociali indigeni una sovraimposizione dall’esterno e dall’alto, perché le finalità della politica mondiale della Gran Bretagna ( è un fatto che la dominazione inglese sull’India è cessata nello svolto storico che vedeva ridursi enormemente l’influenza inglese nel Medio Oriente ) si incontravano con gli interessi delle classi conservatrici locali, per le quali la rivoluzione nazionale non poteva che suonare il funerale al loro privilegi. Le monarchie assolute, i principati, le inferiori gerarchie e burocrazie di regimi asiatico-dispotici, cioè tutte le forze interessate al perpetuarsi della dominazione aristocratica sulla terra e sulle primitive comunità, che spesse volte assume la forma della tribù nomade, non potevano trovare migliore protezione che all’ombra dell’impero britannico. È quello che avvenne all’estremità nord-occidentale dell’Africa, ove contro il movimento indipendentista si schiera di capitalismo metropolitano indigeno di nazionalità francese, che fa cassa comune con le locali caste semi feudali.