Alleati nei fini reazionari entrambi i fronti in Kosovo
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È passato poco più di un anno da quando, era la fine marzo del 1999, la NATO scatenò la sua guerra contro la Repubblica Iugoslava.
Come hanno ricordato anche i commentatori di regime, la guerra ha presentato caratteristiche particolari: per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale la NATO si sarebbe assunta il compito di “tutrice dell’ordine mondiale”, scavalcando l’ONU; per la prima volta si sarebbe fatta guerra ad uno Stato indipendente per motivi di politica interna a quello Stato.
L’interpretazione apologetica la descrive come guerra “umanitaria”, “operazione di pulizia” necessaria per difendere la popolazione albanese del Kosovo dai soprusi della parte serba e dello Stato iugoslavo, benché ripetute “rivelazioni” giornalistiche abbiano confermato come gli Stati Uniti avessero diretto la regia dei movimenti diplomatici che prepararono la guerra, in modo da costringere infine Belgrado a respingere gli accordi di Rambouillet, dando un pretesto a Washington per scatenare gli attacchi aerei, coinvolgendo in essi gli alleati europei.
Ma nessuno ha potuto trarne un bilancio positivo. I massicci bombardamenti della NATO, spesso contro obbiettivi civili, mentre venivano a rafforzare, come facilmente prevedibile, il regime di Belgrado, non impedivano alle sue forze speciali di continuare i massacri e i saccheggi che spingevano centinaia di migliaia di kosovari a lasciare la regione per rifugiarsi in Albania, dove sono sopravvissuti per mesi nei campi profughi sotto la premurosa tutela delle mafie locali e occidentali, ufficiali e no.
Tornati nel loro paese al seguito delle truppe Nato alla fine della guerra, hanno trovato case e paesi distrutti, campi devastati, mine e contenitori di bombe all’uranio impoverito dappertutto. I serbi, dal canto loro, sono scappati dal Kosovo quasi tutti rifugiandosi nella ex Iugoslavia, trovandosi lì in condizioni del tutto analoghe, anch’essi affidati alle cure della loro stracciona ma non meno spietata borghesia. I rimasti in Kosovo vivono nella paura delle non rare rappresaglie dei miliziani albanesi che ripetono le gesta dei loro colleghi serbi.
Ma è il proletariato tutto della ex Iugoslavia – che non ha ancora l’energia per alzarsi in piedi – ad essere schiacciato dalle privazioni, dal regime di guerra, dalla disoccupazione, dai bassi salari, dalle bande paramilitari che il regime sguinzaglia contro ogni opposizione.
Il “grande criminale” Milosevic, al contrario, sta al suo posto e nessuno lo tocca, elevato da tutti a simbolo della bistrattata “nazione serba” serve da garante della pace sociale interna, oggettivo alleato del “nemico” europeo e statunitense quanto un Saddam Hussein.
Questa guerra imperialista è stata quindi doppiamente odiosa: sul fronte iugoslavo per cercare quella borghesia di mantenere in vita il cadavere del suo nazionalismo con la propaganda e le persecuzioni di razza e di religione; sul fronte degli occidentali per nascondere la protervia imperialista sotto la mistificazione dei fini umanitari e degli strumenti “chirurgici”.
Nei fini reazionari si rispecchiano i due fronti. Infatti la guerra è finita con una tregua di compromesso: la NATO ha concesso che il Kosovo, pur avendo diritto ad uno statuto di autonomia, resti parte integrante dello Stato iugoslavo; in seguito a questo riconoscimento le truppe di Belgrado hanno lasciato la regione permettendo all’alleanza di evitare quei combattimenti terrestri che erano paventati soprattutto dagli europei ma che sarebbero costati cari anche agli Stati Uniti.
Il Kosovo adesso è occupato da circa 40.000 soldati della NATO, che certo non sono lì per evitare che si mantenga l’odio tra le diverse nazionalità; il Marco ha sostituito la moneta jugoslava; la polizia è guidata e composta dagli stessi mercenari che costituivano il famigerato UCK, l’esercito di liberazione albanese.
Gli Stati Uniti hanno però stanziato le loro basi militari al confine bulgaro. Con la guerra l’imperialismo occidentale ha voluto aprire una via di penetrazione militare nei Balcani, una ferita aperta e che non si rimarginerà, tanto è il bisogno di guerra che il capitalismo mondiale ogni giorno di più manifesta per l’aggravarsi delle sue contraddizioni economiche fondamentali. È un episodio della guerra permanente fra colossi capitalistici produttori di merci che le leggi del Profitto spingono a sfociare nel lago di sangue di un terzo macello mondiale.
Alla nuova guerra generalizzata una sola alternativa, la rinascita di un movimento anticapitalista del proletario mondiale, che impedisca la guerra preparando e vincendo la Rivoluzione Comunista.