Le difficili condizioni di organizzazione e di lotta del proletariato agricolo pugliese
Categorie: CGIL, CISL, FLAI, UIL
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Le federazioni agricole pugliesi di CGIL-CISL-UIL il giorno 1° marzo hanno mobilitato per uno sciopero di quattro ore la numerosa categoria dei braccianti contro l’INPS. L’Istituto, cui vengono addebitate alcune inadempienze come il ritardo nella compilazione degli elenchi degli operai disoccupati per la riscossione dei sussidi, essendo un organo dello Stato borghese, non può non essere scandalosamente lassista nell’esercitare i controlli sulla regolarità della contribuzione previdenziale. La sua complicità col padrone è fatto diremmo statutario e scandalizza solo gli ipocriti democratici.
La manifestazione si è tenuta quindi sotto la sede INPS di Bari con un concentramento di braccianti, cosa che non avveniva da anni, fatti venire da tutta la Puglia. Si indirizza così la combattività proletaria verso un obiettivo del tutto laterale rispetto al vero nemico che sono le imprese agrarie e la vera questione che è quella di cercare di imporre loro almeno il rispetto degli accordi contrattuali, gli sciagurati contratti di “riallineamento”. Indicare ai lavoratori l’INPS come avversario serve a lasciar defilate le responsabilità della borghesia agricola, dimostrando ancora come questi sindacati siano talmente degenerati da ignorare perfino quale sia la controparte! Purtroppo centinaia di braccianti sono stati irreggimentati dietro questa povera piattaforma.
Mentre la Confagricoltura minaccia di ricorrere alla Corte Costituzionale pur di non cedere al modesto contratto di riallineamento, il sindacato di regime spinge la categoria ad affidarsi alle sole sovvenzioni statali, che certo non evitano le asperità di un confronto di classe durissimo. Quando non può evitare le mobilitazioni fa il suo sporco gioco, riprende il frasario massimalista e rispiega le bandiere rosse, ma contro quel carrozzone dell’INPS che, detto per inciso, è diretto proprio da sindacalisti che hanno fatto carriera.
Ma l’attivismo sindacale non si ferma qui, segno che la classe minaccia di far da sé. La FLAI-CGIL del comprensorio di Bari ha indetto per il 3 marzo una “giornata dei diritti dei lavoratori”; la manifestazione, simboleggiata, nello stile fra l’asettico e il demente in voga, da una margherita pratolina, è organizzata anche per richiedere l’introduzione delle RSU nelle aziende agricole, ritenute strumento utile per la tutela degli interessi dei lavoratori.
L’Italia è un paese industrializzato, ma nel suo Mezzogiorno il 50% della manodopera attiva è in agricoltura; ci sono centri come Andria (90.000 abitanti) nel barese, che sono enormi città agricole; quel centro nel ’22 vide il suo proletariato resistere strenuamente, su basi di classe, alle squadracce fasciste, tradizione che la FLAI-CGIL di oggi cerca ancora di usurpare come dirigente di lotte operaie. Certi geografi, come il Baldacci, riconoscono ancora nel proletariato la tradizionale vis combattiva, scrivendo in un testo del 1972, “Puglia”: “La notevole massa di popolazione, affollata più che accentrata, costituisce un problema economico particolarmente preoccupante dato che l’unica risorsa è rappresentata dall’agricoltura, che assorbe la maggior parte della popolazione attiva. Gli addetti all’agricoltura sono 13.684, di questi 11.196 – cioè l’82% – sono coadiutori di indipendenti e dipendenti, che, in parole povere, vuol dire braccianti. Questo grosso gruppo di individui forma la piaga sociale che bisogna sanare, e dalla quale possono essere ottenuti ottimi risultati di operosità e di lavoro”.
In Puglia, regione che concorre per il 9% alla costituzione del prodotto lordo vendibile agrario italiano, con punte del 37% per l’olivocoltura, del 17% per la viticoltura e del 16% per gli ortaggi, la FLAI recentemente ha mostrato una certa vivacità, di fronte ad una situazione di sua palese resa nei confronti della voracità vampiresca dei capitalisti agricoli: convegni e dossier di denuncia sono stati approntati per cercare di accreditarsi come organizzazione di tradizionale riferimento per i braccianti, mentre in realtà è in totale balia degli agrari. Anche le federazioni agricole di CGIL-CISL-UIL (FLAI, FISBA, UILA), nonostante in periferia mostrino ancora atteggiamenti “intransigenti”, non possono più nascondere il ruolo di organizzazioni divenute ormai emanazioni statali e quindi al servizio dell’accumulazione capitalistica e della pace sociale.
Dall’altra parte, la borghesia agricola, dopo aver ripreso con il fascismo il controllo dei campi e manovrato poi nel dopoguerra in chiave “democratica”, grazie ai buoni uffici del PCI e della CGIL nel lavoro di pompieraggio, ha potuto godere per decenni di una posizione di forza tale per cui, per esempio, solo agli inizi degli anni ’70 ha dovuto accettare l’applicazione di un qualche contratto di lavoro collettivo, mentre l’obbligo della busta paga risale a solo gli anni ’90. Nel settore dei contributi, poi, è nota l’evasione per migliaia di miliardi all’anno, con l’effetto che ai pensionati agricoli l’INPS assicura un trattamento da miseria, mentre sul rispetto di leggi a tutele del lavoratore e accordi salariali gli inadempimenti sono frequentissimi e solo l’intervento dello Stato per mezzo dei sussidi di disoccupazione tempera il caldo clima dei rapporti di classe.
Le recenti concessioni al comparto in termini di finanziamenti europei (“Agenda 2000”), proroga di regimi fiscali privilegiati e sanatorie previdenziali, “vittorie” per cui vanno tanto fieri Confagricoltura, Coldiretti e CIA, mostrano quanto politicamente siano forti in Italia i capitalisti agrari; se negli ultimi tempi lo Stato ha esercitato una minima attività di controllo è stato su pressione delle altre borghesie europee, concorrenti, che hanno imposto si toccasse questo settore prima dimenticato dai vari gabellieri.
Ma il “lavoro di sensibilizzazione” della FLAI ha riscosso da parte del governo e dell’INPS risposte deludenti: l’allora sottosegretario al Lavoro circa l’intermediazione clandestina della forza lavoro si limitò alla platonica affermazione che “la richiesta di manodopera va effettuata tramite il collocamento”, quando ben conosce le lamentele dei vari dirigenti INPS circa la carenza in pianta organica di personale ispettivo.
Dal canto suo la FLAI ha ammesso di aver “collaborato” nel ricercare delle soluzioni, aprendo a relazioni “più moderne”, cioè la concertazione e la flessibilità, accettando i famosi contratti di riallineamento che, pur essendo favorevoli al padrone, sono rimasti disattesi.
Non sono quindi le manifestazioni con l’offerta di margherite pratoline ai braccianti a far recuperare terreno nello scontro fra le classi.
Il padronato agricolo per difendere i suoi interessi arriva fino al’omicidio, anche in tempi di repubblica democratica e col centro-sinistra al governo, come è avvenuto nel settembre scorso in Capitanata durante la raccolta del pomodoro: un bracciante albanese fu ucciso perché aveva rifiutato di versare parte della sua paga giornaliera ai caporali. Le carogne sindacali locali stravolsero l’accaduto insinuando un legame tra caporalato e delinquenza organizzata al fine di nascondere il contenuto sociale e di classe di queste forme di violenza.
È noto che il caporalato è una funzione organica all’azienda agricola: il “fattore” o “caporale” per conto del proprietario acquista la forza lavoro e controlla il “regolare” svolgimento dei lavori, anche ricorrendo alle armi.
Le forze dell’ordine sono ovviamente più impegnate ad individuare e a sanzionare i braccianti immigrati senza documenti in regola che a debellare queste floride organizzazioni illegali. Durante la raccolta del pomodoro a Palazzo San Gervasio (PZ) un rastrellamento in una tendopoli al bordo dei campi fece scaturire una risposta violenta dei braccianti lì ammassati per essere ingaggiati “in nero”. In questo clima di totale subalternità lo Stato si accanisce sui lavoratori extracomunitari stagionali non riconoscendo loro l’assegno familiare (che, se riscosso, sarebbe comunque predato dall’imprenditore) e l’indennità di disoccupazione: i contributi che si sarebbero dovuti versare agli stagionali sono invece collocati in un “Fondo nazionale per le politiche migratorie”, l’uso delle quali risorse, è facile prevedere, non andrà certo a favore dei lavoratori né tantomeno degli immigrati!
Del caporalato si sa tutto. A Foggia per ogni cassone di pomodori (3 quintali) l’azienda versa al caporale 13.000 lire di cui solo 8.000 vanno all’operaio; il caporale riceve anche 5.000 lire per il trasporto di ogni lavoratore sui campi e 100.000 lire giornaliere per il controllo e la gestione della manodopera. Gli operai stranieri devono pagare anche un capetto connazionale che procaccia loro l’ingaggio. A Potenza caporali “neri” contrattano a cassone una tariffa che va dalle 11.000 alle 17.000 lire. A Taranto è avvenuto che rispettabili Cooperative di servizi facessero da intermediari illegali di manodopera. A Brindisi ogni lavoratore paga di tasca propria al caporale almeno 15.000 lire al giorno per l’intermediazione e il trasporto. Da notare che la paga giornaliera stabilita dai contratti di riallineamento è di 99.000 lire, mentre il minimale stabilito dall’INPS è di 57.000 lire; la paga di fatto oscilla dalla 30.000 alle 70.000 lire. La Confagricoltura in Puglia raccomanda ai suoi iscritti di riconoscere agli operai solo il minimale, così giocando al risparmio anche sulla paga di piazza.
Nonostante tutto gli agricoltori si lamentano che il costo del lavoro è alto, anche 10 volte di più rispetto a quello di altri paesi mediterranei.
Oggi il proletariato agricolo, al pari di quello industriale e dei servizi, non riesce a salvaguardare i diritti più elementari; a tale risultato si è giunti anche grazie all’opera guastatrice di sindacati e partiti ritenuti amici. Solo la riorganizzazione di classe in organismi estranei a CGIL-CISL-UIL – che organizzi, difenda e mobiliti insieme lavoratori italiani e stranieri – può portare con le lotte alla tutela di questi diritti così palesemente calpestati. Una forte organizzazione della solidarietà proletaria che sola può piegare agrari e loro caporali i quali ricorrono alle minacce, alla bastonature e anche all’omicidio per zittire i lavoratori più coraggiosi e scoraggiare il risorgere di un Sindacato degno di questo nome e delle grandi tradizioni di lavoratori della terra.