Miniere in Ucraina: ancora tributi di sangue al capitale
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Sabato 11 marzo 2000 verrà ricordato come un’altra tragica giornata per la classe operaia. Teatro di questo ennesimo lutto è la miniera di Barakova a Krasnodon, 850 chilometri ad est della capitale ucraina Kiev. Intorno alle 13 si è verificata una tremenda esplosione alla profondità di 664 metri. Ha provocato la morte di circa ottanta minatori.
Questo disastro è il più recente di una lunga serie; ne citiamo alcuni dei più importanti: aprile 1998 Donest 63 morti, maggio 1999, in un’altra miniera sempre a Donest 50 morti. Il totale dei morti nel 1999 è di almeno 274; 380 del 1998. Nel “nuovo millennio” e prima di Barakova i minatori vittime da incidenti erano già 48.
In questa miniera lo scorso anno una trentina di minatori, esasperati dai continui ritardi dei salari, cosa molto frequente in Ucraina e non solo in questo settore, si rifiutarono di risalire dal ventre della terra minacciando il suicidio; risalirono solo quando i dirigenti accettarono di liquidare i compensi arretrati.
Per la capitalistica legge della rendita è il prezzo di produzione delle miniere più avare che determina il prezzo mondiale di mercato del minerale. I proprietari delle miniere più ricche, siano essi privati o statali, guadagnano in più la differenza dovuta ai loro minori costi di estrazione. Quindi la loro ricchezza si fonda proprio sulle miniere meno redditizie e dove il lavoro è più difficile e meno remunerato. Che ci si muoia a centinaia è previsto e dovuto. I morti non costano. Qualche lacrima di coccodrillo, messe funerarie, inchieste impantanate, promesse legislative e amministrative per ingannare i nuovi senza riserva che prenderanno il posto dei morti nelle lugubri gabbie degli ascensori.
Solo la comunistica distruzione dei ciechi e spietati meccanismi del mercato capitalista ci potrà consentire di sigillare i pozzi di quelle infernali trappole, quando anche la richiesta di combustibili e metalli di molto si ridurrà in seguito alla eliminazione degli enormi sprechi dovuti all’assurdo iperproduttivismo attuale. Allora la scelta su quale miniera coltivare non sarà fondata soltanto sul monodimensionale criterio aziendale del numero di ore di lavoro necessarie alla produzione di una tonnellata di prodotto raffinato, ma si aggiungeranno nell’equazione molti altri coefficienti per dilatare il raggio di sapienza e previdenza nel tempo e nello spazio. Il comunismo è senz’altro un modo di produzione dai costi alti. Tutto il contrario della razionalità capitalista. Potremmo coltivare a cielo aperto una miniera oggi dai profondi neri pozzi per riempirla, fra un secolo, di acque increspate a scorta di quello che era un deserto venti gradi più a sud.
Oggi intanto i minatori possono e devono difendersi per imporre al loro bestiale nemico di classe tutti i provvedimenti per ridurre il rischio di incidenti, per alleviare la loro fatica e per ottenere le loro paghe. Per questo l’unica arma disponibile è quella di unirsi e di lottare.