Il congresso delle Trade Unions o i sindacati a difesa del regime salariale
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L’atteggiamento delle correnti rivoluzionarie di fronte ai problemi sollevati dalla necessaria lotta economica considerata al suo livello più basso, e cioè quello salariale, non è stato mai compreso dagli opportunisti, perché costoro sono incapaci di avere una esatta cognizione della natura del salariato. Il salariato non è una categoria eterna dell’economia. Ha la sua storia, cioè il suo originarsi da determinate condizioni sociali e il suo prevedibile scomparire. Nasce con il capitalismo, si sviluppa quantitativamente con esso, dovrà scomparire nella misura in cui il tipo di produzione capitalista sarà strappato, brano a brano, dal corpo sociale per opera della dittatura del proletariato.
Da tale visione di principio, documentata da tutta quanta la storia delle società di classi, di cui si compone il periodo della civiltà, discende conseguentemente l’atteggiamento pratico delle forze politiche rivoluzionarie di fronte alle lotte a sfondo salariale. Quale? Vediamo, anzitutto, le conseguenze cui sono portati i partiti cosiddetti operai che guidano essi stessi le agitazioni operaie per il miglioramento dei salari, adeguandosi al principio della «difesa del salariato».
Due avvenimenti non troppo invecchiati: l’annuncio ufficiale della adesione dei sindacati americani alla campagna elettorale del partito democratico di Truman, e il congresso delle Trade Unions britanniche, serviranno benissimo allo scopo. Benché formalmente autonomi e indipendenti da partiti politici, il sindacalismo americano e britannico, si appoggiano apertamente a forze politiche, ben determinate o ipocritamente dissimulate, come nel caso americano. Questo è un dato di fatto visibile a tutti. Nessuno ignora che le Trade Unions sono la edizione sindacale del Labour Party, come il meno unificato. ma non meno accentrato sindacalismo statunitense rappresenta l’appendice e la riserva di caccia elettorale del partito democratico. Materialmente, la confluenza e la comunione delle organizzazioni politiche sindacali in parola (come succede del resto altrove) si concretizza nella coincidenza di attribuzioni di cariche di partito e confederali nelle persone fisiche dei funzionari. Ad esempio, in Italia, la burocrazia confederale, di destra o di sinistra, si inquadra contemporaneamente in apparati di partiti. Ma non deriva dal «cumulismo» cariche la soggezione del sindacato al potere politico, direttamente o indirettamente, al servizio del capitalismo. Tutto al contrario: ciò è effetto, non causa. Partito politico borghese e sindacato, operino in ambiente di democrazia formale o di rigido totalitarismo, sono organizzazioni che tendono necessariamente a confluire e fondersi, nel senso dell’azione pratica, non per volontà e determinazione dei capi, ma, al contrario, per effetto di una ferrea legge obiettiva ed impersonale. Quale? La difesa, cioè la conservazione dello istituto del salariato, ossia la compravendita della forza lavoro delle masse lavoratrici. Altro legame tra politica borghese e sindacalismo non può che considerarsi secondario e derivato.
Ciò è dimostrato dalle conseguenze innegabilmente politiche, le quali discendono propriamente dalla attuazione del principio della difesa del salariato. Coloro che si fanno paladini della conservazione del salariato, limitando la loro azione «anticapitalista» a limare il blocco dei profitti aziendali con agitazioni salariali concepite come fine a sé, non possono necessariamente che farsi parte integrante dell’apparato di conservazione del capitalismo. Coloro che difendono uno solo degli elementi del modo di produzione capitalista, cioè il salariato, difendono con ciò stesso tutta la restante macchina di sfruttamento e di oppressione. Ne vale la sofistica spiegazione che la difesa del salariato equivale a difesa della classe operaia e lotta contro il capitale, perché le lievi scalfitture che essi riescono ad operare sui profitti capitalistici le pagano, cioè le fanno pagare agli operai, con rafforzamento della presa dello Stato capitalista sulle masse.
Dicevamo degli ultimi clamorosi atti ufficiali dei sindacati americani e britannici, i più numerosi e potenti dell’intero mondo capitalista, entro e fuori il famoso sipario di ferro. Dell’avvenuto affitto dei sindacati americani (AFL, CIO ecc.) all’edificio elettorale del partito democratico, abbiamo già parlato nello scorso numero, allo scopo di dimostrare che il dissimulato totalitarismo americano appare alla luce del sole appena si considerino i rapporti di stretta dipendenza e di soggezione allo Stato capitalista dei sindacati. Ugualmente discorremmo a suo tempo, del valido appoggio dato dal governo di Truman al sindacato dei siderurgici, sceso in sciopero contro gli industriali dell’acciaio. L’azione del governo di Washington, che non si asteneva persino dal contrariare gli industriali, che stava a significare se non il supremo interesse della dominazione capitalista a che le masse lavoratrici non escano giammai dalle rivendicazioni di miglioramento, e per ciò stesso li conservazione, del salariato? D’altra parte è fin troppo chiaro per le burocrazie sindacali che il relativamente alto tenore di vita degli strati superiori del salariato americano dipende strettamente dal funzionamento della macchina statale di Washington, in quanto sentinella vegliante sulla conservazione dell’economia capitalista. Logicamente, poiché il salariato non si può concepire senza il capitalismo, chi si occupa esclusivamente della indefinita difesa del salariato, e stiamo parlando dei sindacati, non può che lavorare nello stesso tempo a spianare degli ostacoli la via della produzione capitalista. Come fu chiaro all’epoca della crisi 1929-32 quando il salariato languì e si riprese la produzione capitalista.
Che queste cose non siamo i soli a capirle, che esse siano comprese a fondo soprattutto dalle burocrazie sindacali e dalle dirigenze dei parti politici pseudo-proletari, fatto questo che prova da solo il loro carattere di forze reazionarie, sta a provarlo la risoluzione votata dal Congresso delle Trade Unions, tenuto ai primi del mese, con la quale si approvava il programma di riarmo del governo. Approvazione a grande maggioranza: cinque milioni e mezzo di voti favorevoli contro un milione e mezzo di voti contrari. Orbene, gli oratori laburisti, favorevoli al riarmo nonostante il fatto che al governo ci siano i conservatori, non ebbero ritegno di affermare che il riarmo una esigenza insopprimibile per la salvezza dell’economia britannica. Altrimenti detto, essi non esitavano, posti davanti al dilemma: riarmo o crisi dell’industria pesante e degli armamenti britannica, a votare per riarmo. Guerrafondaismo! si mise gridare la stampa stalinista. Le edizioni in lingua russa, polacca ecc. del verbo cominformista, non parlano un linguaggio diverso, postulando la necessità di armarsi per difendersi ecc., ma aveva ragione, tuttavia, l’Unità di accusare i dirigenti laburisti delle Trade Unions di guerrafondaismo. Ma il guerrafondaismo, l’adesione alla guerra imperialista, non casca dal cielo, meno che mai da odio per l’URSS. I dirigenti laburisti, riuniti a Congresso a Margate, non avevano altro da dire: il riarmo era, resta, lo sbocco necessario dell’industria inglese e non solo inglese. Loro che sono cani da guardia del salariato non potevano, non possono, che lavorare a salvare la industria degli armamenti, soprattutto ora che il capitalismo inglese sta puntando le sue migliori speranze sulla carta del potenziamento della produzione degli armamenti. Conclusione: ben venga il riarmo, se esso salva i salari.
Il voto delle Trade Unions a favore del riarmo è esempio eloquentissimo di come la difesa programmatica del salariato non possa effettuarsi che nella generale politica di difesa e conservazione del capitalismo, da cui il salariato è condizionato. La difesa del salariario non necessariamente, come sembrerebbe, lotta per liberare la classe operaia dallo sfruttamento del capitalismo, se, e i fatti stanno a provarlo, conduce alla collaborazione con i governi borghesi e alla adesione alla guerra. Capitale e salario sono le due facce, apparentemente opposte, di una stessa indivisibile realtà, gli elementi insostituibili di uno stesso tipo produzione. Chi accetta l’uno, accetta l’altro, e viceversa. Pura illusione è l’assenza del capitalismo in un’economia in cui sussiste il salariato.
Quando diciamo ciò, gli opportunisti e i falsi marxisti ne approfittano per accusarci di negare la lotta economica. Completamente falso. La lotta economica tra salariati e capitalisti, che si riduce in sostanza a spostare a vantaggio degli uni o degli altri i limiti del profitto, è fatto necessario quindi non negabile. Comunque il potere capitalista si configuri, tale lotta, aperta o sorda, si perpetua, ineliminabile. Ne consegue che un partito che pretende di essere del proletariato non può ignorare tale lotta e se ha un legame con le masse per ciò stesso è costretto a parteciparvi. Però, la differenza tra i marxisti e le varie sottospecie dell’opportunismo risiede in ciò: riformisti opportunisti si battono per difendere il salariato in quanto istituto economico e sociale: i marxisti tendono alla sua abolizione rivoluzionaria, possibile solo in forza di un gigantesco e radicale sconvolgimento dell’economia dello Stato, che strappi la produzione al carattere mercantile e monetario proprio del capitalismo.
Ma le forze rivoluzionarie operano innanzitutto nel seno della società borghese, nel regime del salariato, non possono dunque che partecipare alle agitazioni a sfondo salariale, che sono, nonostante le limitazioni ad esse proprie, il grado più basso della lotta di classe. Per il fatto che diciamo che nella attuale situazione dei rapporti di forze tra le classi dello sviluppo del partito, la nostra attività deve essere convogliata per il 90 per cento verso il riordinamento teorico, non neghiamo affatto la lotta economica anzi, ribadiamo ad ogni occasione che, in mutate circostanze, il nostro intervento nelle agitazioni dovrà allargarsi e approfondirsi. Ma la nostra educazione ai principii marxisti ci impedirà sicuramente di cadere nello sciatto collaborazionismo e nel tradimento di classe, in cui incorrono incorreggibilmente i compilatori di mozioni per il riarmo o di piani di ricostruzione nazionale.
Lasciamo al capitalismo il compito di «difendere» il salariato. Nello stesso tempo in cui proclamiamo che gli operai hanno il diritto di strappare con mezzi di classe il massimo dei miglioramenti salariali, e mostriamo gli atti essere per questa lotta elementare, non ci esimiamo dal dire che la rivoluzione socialista ha per scopo l’abolizione del salariato. Diffondere tale principio al fine rafforzare il costruendo partito rivoluzionario, è l’obiettivo posto al nostro intervento nelle questioni sindacali.