Un esempio di capitalismo di Stato nel Quattrocento italiano
Categorie: Maritime Republics, State Capitalism
Questo articolo è stato pubblicato in:
Sicuramente l’imperialismo è la fase dell’evoluzione del capitalismo in cui le forme di gestione statale della produzione, alias capitalismo di Stato, sono quantitativamente in aumento. Ma questo capitalismo che spregiudicatamente rende manifesta la dipendenza e l’asservimento dello Stato al Capitale, non presenta nulla di inedito. E’ detto nella Relazione della Riunione di Napoli, tenuta il 1 settembre 1951: «Pel fatto della gestione di Stato esso si collega a cento esempi storici, da quello già ricordato dei Comuni d’Italia dove si affermò d’altronde la prima forma di investimento statale per la produzione industriale… E così sempre Stati e re armarono le prime flotte e fondarono le compagnie imperiali donde il capitalismo giganteggiò».
Tale importante argomento, che basta da solo a fare giustizia di tutte le rodomontate pseudo-teoriche basate sul «fatto nuovo» del capitalismo di Stato, venne trattato analiticamente nel Filo del tempo «Andamento ed investimento» (Battaglia Comunista, anno 1951, n.17). Fu mostrato inequivocabilmente come le repubbliche civiche indipendenti, citate nel Manifesto dei Comunisti, e rappresentanti il primo tipo di Stato borghese autonomo da imperatori e vescovi feudali, svolgessero funzioni svariatissime non solo nel campo politico, ma anche in quello economico, poiché regolavano tutta la disciplina dei mestieri e degli scambi. «Tali forme – si legge nel Filo citato – sono di decisivo capitalismo di Stato: esse vanno fino ad un aperto monopolio del commercio da parte delle autorità civica».
Molto meglio, visto che la presente nota è compilata su citazioni, riprodurre integralmente il passaggio del «Filo» che segue. Eccolo:
«La cosa riesce espressiva fino a sfiorare tipi di economia collettiva se ci rifacciamo alle repubbliche marinare; e non tanto a quelle che furono veri e propri Stati unitari con ampio territorio, come Pisa, Genova, Venezia, quanto alle più antiche con territorio limitatissimo: Salerno, Amalfi…
«Questi navigatori abilissimi dell’anno mille allacciarono le relazioni commerciali mediterranee, che poi divennero imponenti grazie alle repubbliche centro-settentrionali nei secoli. Nelle Crociate le armate occidentali, sotto le mura di Antiochia, di Laodicea, di Gerusalemme o a S. Giovanni di Acri, malgrado i successi militari avrebbero ceduto per difetto di organizzazione e di logistica senza le flotte di Venezia e di Genova che giungevano cariche non solo di armi ma di viveri, di mezzi per l’artiglieria del tempo e di provetti costruttori ed artefici di macchine belliche. Le potenti repubbliche ne trassero trattati di monopolio commerciale in date zone di Oriente».
Considerando le influenze determinanti che le Crociate esercitarono sulla evoluzione degli Stati dell’Europa Occidentale, e quelle che il commercio mediterraneo esercitò sulla formazione dei primi nuclei della borghesia, si desume la enorme importanza che ebbe l’armamento delle flotte nel Medioevo. Orbene, furono capitalisti privati ad armare le flotte delle borghesi Repubbliche marinare? Rispondeva il «Filo del tempo»:
«Occorre per costruire una nave un cantiere con molti operai di varie capacità, con una piena divisione del lavoro tra carpentieri fabbri, calafati, vetrai, cordai ecc. Ed anche per condurre una nave sul mare occorre numeroso equipaggio con specialisti, gabbieri, nocchieri e cosi via. Una tale organizzazione non era alla portata di nessun privato: nessun borghese era tanto ricco, le leggi medioevali lottavano per vietare al mercante o banchiere ogni arruolamento di operai, il signore terriero non aveva diritto sulla città marittima gelosamente indipendente né avrebbe avuta alcuna tecnica adeguata al costruire e guidare navigli.
«Facile arguire che il primo armatore, il primo investitore di capitale nella navigazione fu la Città, la Repubblica: Io Stato, dunque, primo capitalista.
Potremmo esumare altri esempi di imprese da capitalismo di Stato, cui furono costretti persino potenze feudali di primo ordine, come la Monarchia Spagna, che finanziò e organizzò la spedizione di Colombo che, con la scoperta dell’America, doveva provocare una colossale rivoluzione nel mercato mondiale, alla fine del 1400. Saltando i secoli, potremmo soffermaci altresì sull’esempio dello zarismo che, nonostante la sua natura di potere feudale, dovette per necessità statali creare l’industria pesante e di guerra, forme tipiche del capitalismo di Stato. Eguale compito era toccato alle monarchie assolute per quel che riguarda gli arsenali ecc. Ma preferiamo limitare il discorso agli investimenti e gestioni di poteri statali borghesi autonomi dalle burocrazie feudali. Sotto tale definizione, accanto alle Repubbliche marinare di Pisa, Amalfi, Genova, Venezia, si colloca la Repubblica di Firenze, il cui carattere borghese è molto ben dimostrato tra l’altro dalla acutezza delle lotte civili tra popolo «grasso» e «minuto», embrione della moderna lotta di classe tra borghesia e proletariato. Con la differenza che, nel caso della Repubblica Fiorentina, non è la costruzione di navi a fornire esempi di capitalismo di Stato, ma l’edilizia monumentale, e precisamente, l’erezione di Santa Maria del Fiore.
Le notizie sono prese da un articolo di Guelfo Civinini, apparso sul Giornale del 20-7-52. Trascriviamo i brani che ci interessano spogliandoli degli eleganti ornamenti letterari, che male si adattano ad una nota di giornalismo politico.
«Fin dal Mille – scriveva il Civinini – avevano signoria su tutta la Romagna e sul Casentino i conti Guidi di Poppi. Poi la contea si divise in due rami, quello di Modigliana e quello di Battifolle. Sulla fine del Trecento, Francesco di Modigliana prese armi contro Firenze. Sconfitto, ebbe confiscati dalla Repubblica tutti i beni, e fra questi la parte a lui spettante della foresta casentinese, sul versante che guarda la Romagna. In nome della Repubblica, i Consoli dell’Arte della Lana ne presero possesso (una statizzazione direbbero i delusi teorici da strapazzo che conosciamo) e la donarono all’Opera di Santa Maria perché i proventi di essa sopperissero alle spese necessarie pel compimento e l’abbellimento della costruzione. Lo stesso accadde, mezzo secolo dopo, a un conte di Battifolle che dovette cedere ai fiorentini il resto della foresta che guarda l’alta Val d’Arno e che l’Arte della Lana aggiunse a quella che l’Opera già aveva».
Non basta. Alla aggiudicazione di proprietà allo Stato si accompagnò la gestione statale della coltivazione e sfruttamento della foresta che implicò una organizzazione notevole di ampiezza, estesa com’era a vasto territorio, e comportante l’esercizio di un potere politico centrale.
«Divenuta la principale sorgente d’entrate per l’Opera – prosegue l’articolo – la foresta casentinese fu oggetto delle cure più gelose e più sagge per la conservazione e perché desse il maggior possibile rendimento. Ai Consoli della Lana (dunque a funzionari statali) erano riservate le più importanti attribuzioni relative a licenze di taglio alle zone di riserva, alla disciplina dei pascoli, alle revisioni annuali dei conti… Per le tortuose mulattiere che ancora scalano la linea crinale per affacciarsi dal versante romagnolo alla opposta sottostante Valdarno, dozzine e dozzine di buoi trainarono di greppo in greppo i tronchi giganteschi scortecciati. Tutti i Comuni limitrofi, romagnoli e casentinesi, furono obbligati da una convenzione a fornire il bestiame dei traini». Evidentemente, non occorre arrivare al totalitarismo imperialista per avere esempi dell’utilizzazione della forza politica a scopo di produzione capitalistica! Ma proseguiamo nella citazione: «In riva all’Arno il legname era accatastato nei depositi dei porti fluviali, misurato, segnato, numerato pezzo per pezzo, e registrato dalle guardie dell’Opera (ahi, ahi!) e lì rimaneva a stagionare in attesa delle piene». Il resto si intuisce: col sistema della fluitazione il legname della foresta casentinese arrivava a Firenze, ove era avviato nei cantieri del Duomo. Ma i reggitori della Repubblica di Firenze erano oltretutto borghesi e commercianti, anche se preoccupati di lasciare ai posteri opere d’arte che i loro discendenti non potevano mai più emulare. In breve: il legname «statale» arrivato a Firenze, non poche volte proseguiva fino a Pisa, e per i Fossi fino a Livorno. «Fu una miniera verde che diede a Firenze, nei secoli, tonnellate d’oro. Oltre l’utilizzazione diretta del materiale che occorse alla costruzione del Duomo, vasti furono i guadagni che l’Opera (oggi diremmo: l’Ente statale X Y) ritrasse dal commercio dei suoi legnami. Forni arsenali di artiglieria, quelli marittimi di Livorno, dei Cavalieri di Malta e del Mezzogiorno di Francia».
Che occorre ancora per concludere che lo sfruttamento delle foreste casentinesi, volto sia alla costruzione di un edificio meraviglioso sia alle esigenze puramente economiche di un vasto commercio di legname con relazioni internazionali e marittime, comportante la concentrazione di numerose unità lavorative quali boscaioli, taglialegna, trainatori, segatori ecc. e di colossali masse di denaro) irregimentate, amministrate e gestite da funzionari governativi, che altro occorre concludere che dava vita ad una azienda statale, che nulla aveva di meno delle imprese nazionalizzate? Eppure, si era nel 1400, cinque secoli prima delle statizzazioni inglesi e del «comunismo» russo.
Un’impresa del genere era assolutamente al di fuori delle possibilità potere feudale fondato sulla parcellizzazione delle forze produttive. Nessun dubbio adunque sulla natura capitalistica di essa. Ma pure nessun dubbio sul carattere non privato della gestione dell’Opera di Santa Maria. Nessun banchiere privato possedeva a Firenze i mezzi finanziari necessari ad una produzione che d’altronde esigeva l’esercizio del potere politico centrate. Quindi, impresa capitalista statale. Essa, siccome altri casi, costituiva l’eccezione, e non la regola? Già ma anche oggi, nella metà del secolo XX, avviene lo stesso. Per accertarsene basti constatare quello che esiste nell’Europa Occidentale, negli Stati Uniti, Canadà, Giappone ecc., che costituiscono senza dubbio la parte del mondo in cui il capitalismo segna in suo sviluppo più alto in senso qualitativo. Ora si registra in questi paesi super-industrializzati il più compiuto asservimento dello Stato al Capitale, manifesto nell’interventismo e del dirigismo statale della economia sociale? Sicuramente. Ma nemmeno questo è una novità, un fatto edito nel secolo XX. In realtà, fin dal suo sorgere, il capitalismo può avanzare nel campo puramente economico e sociale alla condizione immancabile della esistenza di un potere statale, il cui primo compito è di tutelare con la forza la conservazione dei rapporti produttivi propri del capitalismo. Sta a provarlo la storia delle Repubbliche marinare, in cui è contenuta in nuce tutta la quanta l’evoluzione della società borghese.