L’agonia del capitalismo nelle crisi delle produzioni e delle monete
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Rapporti esposti alle riunioni di maggio e settembre 1978 e gennaio 1979 [RG11, RG12, RG13].
Nel primo numero del 1968 dell’allora nostro organo di stampa, il Programma Comunista, titolavamo con ostinata scientifica caparbietà: Crisi monetaria – crisi capitalistica mondiale, e nel maggio dello stesso anno: Crollano i miti borghesi del benessere. L’esperienza del decennio successivo ha confermato quella diagnosi. L’avvicendarsi ciclico di sempre dell’accumulazione capitalistica, di fasi di maggior slancio a periodi di stagnazione delle produzioni e dei traffici, si è ripetuto in questi anni nei diversi paesi industrializzati marcando però crisi più profonde, maggiori recessioni nei volumi prodotti e riprese di breve durata con oscillazioni intorno ad una tendenza media di rallentamento fin quasi all’arresto della crescita della massa del capitale in funzione.
È definitivamente chiuso un periodo di sviluppo travolgente dell’imperialismo: dalla fine della guerra, e proprio grazie alle immani distruzioni di questa, fino alla crisi del 1975 il mostro capitalistico ha goduto di tre decenni nei quali la macchina dell’industria si è ingigantita, ha schiacciato nazioni già coloniali e ha corrotto il proletariato occidentale. La massa dei prodotti è cresciuta, di 4,6 volte in Germania seppure dimezzata, in America idem, in Giappone addirittura di 11 volte. Si è ripetuto, a scala ingigantita, lo slancio espansivo capitalistico, con robuste e prolungate riprese produttive e con rallentamenti appena accennati, come l’Europa conobbe dalla guerra franco-tedesca del ’70 fino alla crisi dei primi anni del secolo, anche allora tre decenni di accumulazione, di arricchimento borghese, senza guerre in patria, di corruzione della classe operaia e di influenza opportunista sul partito e sull’organizzazione proletaria.
Oggi questa fase di capitalismo “opulento”, nella quale è possibile far penetrare nel proletariato le ideologie nemiche del pacifismo sociale, del riformismo, della collaborazione fra le classi, del gradualismo e del progressismo arivoluzionario, è irreversibilmente chiusa né riusciranno a resuscitare l’esaurito slancio capitalistico la demagogia degli ideologi ufficiali del regime né degli osceni rattoppi della propaganda opportunista a base di pianificazione e partecipazione.
Il capitalismo imperialistico mondiale accede al periodo delle crisi, nel quale si sconta la caduta ineliminabile del saggio del profitto e la sproporzione accumulata fra produzione e consumo. A distanza di 70 anni il capitale è giunto di nuovo alla sua “massa critica”, è troppo ingigantito per poter impiegarsi con profitto nella sua metamorfosi produttiva, la forma mercantile-proprietaria della ricchezza non riesce a soddisfare nemmeno nella misura precedentemente raggiunta i bisogni sociali, anzi necessita per la futura ripresa della produzione la distruzione violenta, al di fuori del circuito e delle leggi del mercato e del capitale, dell’ingombrante eccedenza di merci invendute, di capitale monetario e di mezzi di produzione inutilizzati.
Capitale è miseria e distruzione
L’impossibilità per il capitalismo di uno sviluppo non traumatico e continuo, l’assurdo, dimostrato in teoria dalla nostra scuola e verificato dall’esperienza storica, del perpetuarsi del processo di accumulazione deriva dalla contraddizione intima propria della natura duplice delle merci, contraddizione resa allo stato puro e generalizzata fino all’esplodere critico del modo capitalistico di produrle socialmente.
Mentre la produzione del profitto è per sua natura senza misura e tendente ad accrescersi in modo autonomo dalla quantità e qualità dei bisogni sociali, la scala del consumo sociale in grado di compensare il valore dei beni si contrae sempre più proprio per effetto e parallelamente alla maggior scala della produzione delle merci. Da un lato un’industria grandeggiante cresce secondo leggi e ritmi suoi propri e privi di qualsiasi possibilità di controllo e di pianificazione, dall’altro l’estendersi della proletarizzazione di tutti gli strati sociali, con il ridursi inesorabilmente del rapporto fra consumi finali e massa del capitale in movimento. Anche se la dimensione del consumo tende storicamente ad aumentare, seppure lentamente, enorme è il capitale morto che incombe sulla società. E con il crescere e il concentrarsi del capitale e con il suo svincolarsi nelle forme anonime, si gonfia mostruoso il suo apparato statale di gestione politica, affiancato dai massimi rappresentanti delle grandi industrie e della grande finanza.
L’apparente benessere dei decenni trascorsi è stato manifestazione fugace, ben sfruttata dagli incensatori del regime, propria soltanto di una fase del ciclo, pagata con l’enorme aumento della produttività e durata del lavoro nelle fabbriche e con la rapina sistematica e la morte lenta per fame delle popolazioni di interi continenti ad opera delle centrali imperialistiche.
Ma nemmeno la “società dei consumi” ha potuto e potrà mai realizzare il valore in fantastico crescendo delle merci vomitate sul mercato. È utopia reazionaria pretendere di far sopravvivere il capitale estendendo i consumi. La produzione e la vendita, procedenti al massimo ritmo, continuano in tutte le sfere produttive e su tutte le piazze quando già il mercato al dettaglio non è più in grado di assorbire nuove merci. A questo punto si innesca la crisi commerciale, il panico nella classe borghese, il crollo dei prezzi e il blocco della riproduzione. Il ristretto consumo individuale, ulteriormente ridotto per la diminuzione dei salari e dell’occupazione e per i minori redditi delle classi borghesi, piccolo-borghesi, professionali e intellettuali, mai potrebbe assorbire la crescita esponenziale della produzione.
Del resto quote ingenti e crescenti della produzione capitalistica dei paesi più industrializzati non trova consumo finale in patria bensì sul mercato mondiale, sensibilissimo alle variazioni di prezzi e di congiuntura economica. Al termine del periodo del benessere il capitale ha riempito al massimo tutti i pori del “consumo solvibile”.
Per sua legge interna la composizione organica del capitale cresce insieme all’aumento della sua massa totale: la miglioria tecnica del processo produttivo implica l’aumento della massa e del valore delle macchine ed impianti, come quello della materia prima trattata, e si riduce la massa del lavoro necessario per metterle in moto. Il valore del salario, del resto, si riduce per la riduzione del valore dei mezzi di sostentamento del proletariato a causa dell’aumento della produttività nei settori che li producono. La massa dei salari complessivamente pagati, il capitale variabile, diventa una frazione decrescente del capitale totale. L’aumento dello sfruttamento del proletariato, necessariamente limitato alla durata naturale della giornata lavorativa, non compensa al capitale l’enorme e potenzialmente infinito aumento della sua composizione organica, i giganteschi apparati messi in moto dal singolo operaio. Ne consegue la riduzione dal saggio del profitto, già negata da schiere di teorici universitari ben pagati, e che oggi si impone con la evidente drammaticità delle crisi.
Si esaspera la concorrenza fra capitali, porzioni crescenti del capitale non possono investirsi con profitto in mezzi di produzione e in forza-lavoro, non riescono a proseguire la loro metamorfosi e in forma monetaria, vagano per i mercati finanziari del mondo intero, sospinti qua e là anche da minimi differenziali nei tassi di cambio, nei tassi di interesse, manovrati dalla speculazione. C’è sovrapproduzione di capitale, prima che di merci.
Ma il capitale può riprodursi mantenendo costante la massa del profitto, intensificando lo sfruttamento del proletariato con l’applicazione della scienza alla produzione materiale, solo se può estendere la scala della sua riproduzione a tutti i rami ed a tutti i continenti. La contrazione produttiva non è quindi pianificabile e contenibile nella continuità del regime economico, non può sottostare alle medesime leggi dell’accumulazione generale, non può manifestarsi che in modo catastrofico inducendo un regresso generale della società, una moderna imposta barbarie artificiale e temporanea, ove i miti contrabbandati infino ad ieri come eterni vengono improvvisamente capovolti nel loro contrario.
Nella attuale fase imperialistica del decrepito capitalismo, quando tutte le regioni del globo sono state sottomesse alla rapina di pochi paesi ricchi, tutti i mercati sono colmi di merci ed ogni capitalismo nazionale cerca di esportare la propria sovrapproduzione di merci, di disoccupazione, di inflazione sugli altri, l’esito non può che essere lo scioglimento violento, con confronto diretto delle forze militari, dei non altrimenti sanabili contrasti di interessi. Solo dalla guerra, come già al culmine del periodo di stagnazione capitalistica fra i due scontri mondiali, dopo la crisi del 1929-33, con la distruzione di grande parte del capitale sociale accumulato, di mezzi di produzione, e con i nuovi bisogni che le distruzioni impongono, può rigenerarsi diabolicamente lo slancio verso una nuova spartizione delle zone di influenza, verso lo svecchiamento generale del capitale fisso, verso nuova accumulazione, nuova occupazione e super-sfruttamento, nuove ondate migratorie, consumi, “benessere”.
Scosse premonitrici
La concordanza internazionale dell’andamento della produzione nell’ultimo decennio è evidentissima, tanto che è possibile descrivere in un unico alternarsi i diversi momenti della stagnazione capitalistica in tutto il mondo.
A grandi linee la curva oscillante della produzione industriale segna tre marcate e comuni depressioni: nell’inverno del 1970-71, nell’inverno del 1974-75 ed in quello 1977-78. Si riscontra concordanza internazionale negli spasimi dell’accumulazione non solo in termini di sincronismo temporale del ciclo, ma anche come ampiezza delle perturbazioni: la prima delle tre recessioni, misurata come regresso sulla base media dell’anno solare, marca una recessione negli USA ma solo un brusco e netto rallentamento nei capitalismi europei ed in Giappone. Troviamo valori negativi dei tassi di incremento trimestrali su base annua, con minimo variabile dal -6% degli Stati Uniti al +3% della Francia.
Ben più improvvisa e profonda per tutti i capitalismi è la crisi del 1975 che ha distrutto i miti dello sviluppo indefinito ed ha richiamato ad economisti e a borghesi lo spettro del 1929. Nel primo trimestre del 1975 il Giappone contrae la sua produzione industriale del 20%, che comporta -10% su media annua, che segue un altro -4% del 1974. Il fermo della produzione interviene con relativa velocità: si passa da ritmi di accumulazione del 16% al valore minimo predetto nell’arco di 16 mesi. La stagnazione su tale bassa dimensione produttiva si protrae per un anno circa, cominciandosi a manifestare la ripresa dal fondo solo all’inizio del 1976. Andamento produttivo pressoché uguale hanno mantenuto gli Stati Uniti, limitando il minimo trimestrale della recessione a -11%, dimostrando che nella crisi capitalistica crolla più a fondo chi maggiormente ha accumulato e sovraprodotto: è crisi di troppo industrialismo capitalista, non di scarsi “investimenti produttivi” o di “arretratezze strutturali”, né di “lacci” alla libertà di intrapresa. I capitalismi europei presentano i medesimi tempi ed analoghe dimensioni nei regressi.
Lo svolgimento successivo ha segnato ovunque ripresa. Ma, mentre il capitalismo statunitense riusciva a stabilizzare la sua crescita ad un ritmo annuo intorno al 5% (il che ci fa ivi prevedere la prossima crisi più profonda), la recessione tornava a frenare l’accumulazione in Europa ed in Giappone ove i valori trimestrali scendono a -1% nel Giappone, nel settembre 1977, a -8% in Italia a metà inverno ed a valori intorno allo zero per gli altri industrialismi, nella successiva primavera.
Emerge quindi una riduzione della durata del ciclo industriale. Più di un secolo di capitalismo americano dimostrano il ripetersi costante di due serie di cicli fra loro sovrapposti. Negli Stati Uniti dal 1873 al 1970 è ben marcato, con otto periodi regolari di ampiezza compresa fra 10 e 14 anni, il ciclo circa decennale già riconosciuto da Marx ed Engels. A questi si inframmezzano altre recessioni periodiche, più frequenti, distanziate di circa quattro anni e che di regola si manifestano due volte per ogni ciclo decennale.
Simile tendenza ad alterno andamento è dimostrabile nell’accumulazione degli altri capitalismi nazionali, anche se la coerenza temporale dei cicli si verifica soltanto negli svolti storici di crisi generale del regime. Uno di questi fu l’immediato dopoguerra con le crisi mondiali del 1919 e 1921, altro famoso dal 1929 al 1933. In questo dopoguerra non sono mancate le stagnazioni ed anche le recessioni produttive ma di breve durata e si sono sempre prodotte sfasate temporalmente da un paese all’altro sicché è sempre stato possibile per il capitalismo mondiale nel suo complesso attenuare l’impatto della recessione compensando gli squilibri sul mercato mondiale delle merci, dei capitali e della forza lavoro. Oggi la ciclicità è in concordanza di fase ovunque, proprio per il trentennale assestarsi dei flussi di capitali, e l’interesse di ogni capitale nazionale non si integra ma urta e contende lo spazio all’altro.
Negli ultimi mesi la produzione industriale in tutti i paesi capitalisticamente maturi ha teso ad aumentare, riuscendo a superare i massimi del 1973-74: in quattro cinque anni il sorpasso di se stessi è soltanto del 4-5% per i capitali europei, tranne l’inglese che staziona, e per il Giappone, 13% invece per gli USA.
Gli indici più recenti della produzione starebbero ad indicare che un nuovo massimo nella velocità espansiva capitalistica è con questi valori già stato raggiunto e significherebbe che il 1979 porterebbe un nuovo periodo di decelerazione. La produzione industriale giapponese ha accusato infatti in gennaio il tasso di incremento più basso verificatosi dall’agosto scorso, in Italia i ritmi annui misurati a dicembre e gennaio sono la metà di quelli dei mesi precedenti mentre la Repubblica Federale Tedesca annuncia crescita nulla nel gennaio rispetto all’anno innanzi ed è da dimostrare quanto vi concorra lo sciopero dei siderurgici.
L’inflazione castiga il dirigismo
L’innalzarsi del saggio di inflazione nettamente al di sopra dei valori medi mantenuti per tutto questo dopoguerra risale ai primi anni ’70, precede quindi e non segue l’aumento del prezzo del petrolio avvenuto nella misura del 120% nell’autunno 1973 e per una ulteriore triplicazione il primo gennaio 1974. L’ascesa dei prezzi al consumo era già iniziata nel marzo 1973 in Francia, già dal 1970 nella Repubblica Federale, dall’aprile 1972 in Italia. L’aumento del greggio è quindi da considerare piuttosto come reazione al deprezzamento del dollaro sul mercato mondiale, mirante a difendere la retribuzione del valore in termini reali ai paesi produttori. Da allora il prezzo è stato mantenuto costante in termini reali fino al 1976 per poi diminuire leggermente a causa della declinante domanda dei paesi consumatori.
L’inflazione galoppò a più del 20% l’anno al dettaglio in Giappone, Gran Bretagna ed Italia, a più del 10% negli USA ed in Francia. Forti inflazioni permangono fino al precipitare della crisi 1975. Generalmente, infatti, in tutti i paesi la recessione produttiva è seguita da un rientro dell’inflazione ma non esiste una correlazione diretta fra livello produttivo ed inflazione. Nell’anno appena trascorso le maggiori monete mondiali hanno conosciuto una stabilizzazione nei ritmi di deprezzamento ma assestandosi su velocità inflattive molto diverse fra loro: dal 12% annuo dell’Italia fino al minimo tedesco col 2%. Tale stazionarietà relativa dell’inflazione è però smentita dalle più recenti misurazioni dei prezzi che indicherebbero un inizio di ripresa all’insù nelle variazioni: il dato di febbraio degli Stati Uniti, Gran Bretagna e più marcatamente dell’Italia ed i dati di dicembre e gennaio della RFT segnano una tendenza al rialzo.
L’eccesso inflattivo dell’ultimo decennio si spiega con l’emissione di carta moneta da parte di governi impegnati al sostegno interventista di una economia tendenzialmente in declino: l’inflazione è la reazione del sistema economico alla forzatura che gli si vorrebbe imporre, reazione con la quale ritornano a farsi valere le leggi del mercato.
Nel Capitale di Marx è compiutamente inquadrato il fenomeno della variazione dei prezzi, non dipendente da variazioni nel valore delle merci o da oscillazioni accidentali nel rapporto fra domanda ed offerta, in regime monetario a corso forzoso, con un automatico adeguarsi del valore socialmente convenzionale della massa di moneta cartacea circolante in un mercato alla somma di valore effettivamente richiesta ed accettata per compensare le transazioni ed i pagamenti e che realmente come tale è in funzione: la massa di valore scambiato definisce il valore della massa del circolante cartaceo; l’unica sua misura è l’effettivo riconoscimento di valore che si effettua per la circolazione e nella circolazione. A differenza della moneta d’oro, o scambiabile con l’oro in proporzione fissa, merce questa prima che moneta, la carta di Stato è merce solo e nella esatta misura in cui è riconosciuta e funziona come tale. Se una contrazione generale dei traffici o un loro più lento procedere, ovvero un funzionamento troppo allegro dei torchi, altera il rapporto numerico fra portatori di carta e portatori di merci è il mercato stesso che ristabilisce l’eguaglianza con una alterazione generale della scala dei prezzi.
Sul mercato capitalistico si scambiano non soltanto merci destinate al consumo contro reddito in forma monetaria ma, in parte preponderante, mezzi di produzione contro capitale in forma monetaria. La crisi influenza l’inflazione in due sensi opposti: da un lato si gonfia la massa del capitale monetario in forma cartacea e non tesaurizzabile senza grave rischio per il capitalista monetario, mentre crolla la circolazione delle merci e la velocità dei passaggi di mano del denaro; dall’altro l’offerta eccedente di merci invendute tende a produrre un crollo dei prezzi per effetto della concorrenza. Nelle crisi di questo decennio i mercati non sono ancora arrivati ad essere così ingolfati di merce invendibile da far prevalere la tendenza alla deflazione. In tal caso la merce di riferimento non può che essere l’oro: se il prezzo delle merci rimane costante in rapporto all’oro ci troviamo evidentemente, com’è il caso recente, in presenza di inflazione per alterazione della scala dei prezzi, per variazione dei soli segni cartacei; quando invece il prezzo dell’oro crescerà accanto a deflazione generale sarà il tempo quello della più generale crisi di sfiducia, traumatica precipitazione della crisi di sovrapproduzione.
Oggi la massa dei capitali vaganti in cerca di investimento a tassi remunerativi aumenta a ritmo velocissimo con spiccata accelerazione nel 1978: la dimensione dei capitali in prestito sull’euromercato è passata da 63 miliardi di dollari nel 1976 a 69 nel 1977 fino a 51 miliardi nel solo primo trimestre del 1978. Tali enormi masse di denaro provengono per gran parte dal deficit della bilancia commerciale americana che dall’inverno del 1976 all’estate del 1978 è passata da uno stato di eccedenza su base annua di 10 miliardi ad un deficit di 33. È il segno della fine del predominio americano come potenza commerciale, incalzata da vicino dalle più produttive concorrenti giapponesi e tedesca. L’imperialismo statunitense compensa l’ammanco commerciale con le esportazioni massicce della propria verde moneta. Anche se, rapportato al prodotto interno americano, tale ammanco non rappresenta che poche unità percentuali l’effetto inflazionistico sui mercati mondiali è determinante.
Nuovi concorrenti si affacciano per il capitale USA: il mese scorso per la prima volta nella storia le esportazioni tedesche hanno superato in quantità quelle americane, avvenimento da tempo dal partito previsto, significando le grandi capacità espansive del capitale della dimezzata Germania. Per quanto riguarda le esportazioni di capitali è invece il Giappone che aumenta come parte sul tutto, a spese della quota USA, mentre cresce la parte dei capitali europei che si investono in USA e del Giappone che già investe in America un terzo dei suoi capitali all’estero, facendo produrre così direttamente sul posto quelle merci che barriere protezionistiche gli impedirebbero di esportarvi.
L’insicurezza dei capitalisti monetari ad investire per il rischio di profitti nulli o addirittura per la perdita del capitale che la crisi comporta è tale che mentre tutti cercano di investire i loro capitali, magari a basso saggio, ma a breve termine, l’offerta di prestiti a lunga scadenza si va rarefacendo e gli stessi Stati-imprenditori trovano difficoltà ad investire i loro “residui passivi” in progetti a rotazione decennale. L’intermediazione bancaria si trova quindi, come in tutti i periodi di crisi, compresa quella del 1929 classica, a raccogliere capitali a breve scadenza mentre i suoi capitali sono già vincolati per molti anni. Si viene a creare uno stato di grande rigidità che, se in un primo momento è la risorsa del capitalismo per “inventare” una volontà ad investire, in realtà inesistente e non giustificata dalle previsioni più ragionevoli e ritardare così la recessione, poi, quando la realtà dell’esubero di capitale si impone, è l’innesco ed amplificazione del tracollo bancario, del crac della finanza. Attendiamo il fenomeno, non attenuato ma generalizzato dalla sempre più stretta connessione e centralizzazione degli istituti di credito fra loro e con gli istituti di emissione e col tesoro dei governi.
Fluttuazione nei cambi come bollettini nella guerra commerciale
Il riflesso della eterogeneità dello sviluppo o del regresso dei vari capitalismi nazionali si legge nell’incoercibile oscillare dei tassi di cambio delle monete. In parte il fenomeno è dovuto al raccordo di sistemi monetari con ritmi di inflazione diversi per cui la variazione di cambio non fa che riflettere il reale deprezzamento di una moneta rispetto all’altra, misurata sulla base di una serie di medesime merci. Sta di fatto però che il tasso di cambio è influenzato non solo dal movimento delle merci ma anche dai flussi di capitali, dai diversi saggi del profitto da un paese all’altro, cioè dal diverso grado di sviluppo delle forze produttive e dalla diversa sottomissione del proletariato allo sfruttamento. Il cambio può essere anche volontariamente alterato con lo spostamento massiccio di una massa monetaria da una piazza all’altra e per la amplificazione psicologica che ne deriva.
Tutte le epoche di crisi capitalistica segnano anche l’alterazione delle vecchie parità monetarie. Sul mercato mondiale l’uso della moneta d’oro è proseguito ben più a lungo che all’interno dei singoli mercati nazionali, addirittura ancora permane per il saldo degli scambi con i paesi dell’Est. L’oro è stato infatti per lungo tempo l’unica autorità superiore a quella dei singoli Stati e riconosciuta da capitalisti e mercanti: l’oro è merce e come tale ha valore in sé. È risultato della maturazione imperialistica l’affermarsi della moneta del capitalismo dominante anche nei traffici internazionali. E con la vittoria militare e con la preponderanza economica e politica americana il dollaro può sostituire sui mercati la già padrona sterlina inglese: la base dell’autorità del dollaro sono le riserve auree del tesoro ma anche la potenza della sua marina e del suo esercito.
Il processo di corrosione del valore del dollaro è però contemporaneo al suo dominio sui mercati e si manifesta apertamente con la fine del regime dei cambi fissi: è processo continuo, accelerato negli ultimi dieci anni. La velocità di deprezzamento della moneta americana esorbita il naturale differenziale fra la inflazione interna e la media delle devalorizzazioni nei paesi concorrenti. Ne consegue:
1) un continuo deprezzamento delle merci esportate dagli USA ed un rincaro di quelle importate;
2) una svalutazione degli ingenti debiti americani: di fatto gli USA ottengono da tutto il mondo prestiti a tasso negativo, restituendo al momento del pagamento carta svalutata.
Come prima reazione a questi fenomeni il dollaro ha perso di autorità ove è indispensabile la permanenza del valore rappresentato, cioè come moneta di riserva. Le riserve in oro delle banche centrali sono tutt’ora notevoli (75% in Francia, 40% nella RFT). Ma come mezzo di pagamento il dollaro resta la moneta assolutamente dominante: la moneta cattiva, infatti caccia la buona, tutti i detentori di denaro cercando di disfarsi di dollari, piuttosto che di marchi, yen od oro.
L’utopia dell’ultramoneta
La necessità capitalistica della continua espansione degli scambi sul mercato mondiale, in un regime di (oggi impossibile) circolazione monetaria stabile, ha indotto la ricerca da parte dei minori capitalismi di una alternativa monetaria al declinante dollaro, una unità più “neutrale”, che evitasse le turbative indotte dall’oscillante corso del dollaro e dai suoi flussi speculativi manovrati dalle finanziarie americane. Gli altri imperialismi, nell’impotenza e nel disaccordo reciproco circa l’imposizione di una seconda moneta sul mercato mondiale, hanno avviato a più riprese negoziati multilaterali, regionali, e dato il via ad esperimenti per la emissione e controllo comune di mezzi di pagamento convenzionali. Avrebbero dovuto essere tali istituti comuni il coronamento monetario della filosofia ultraimperialistica della coesistenza pacifica fra capitalismi concorrenti, mito reazionario ed utopistico che si dimostrerà definitivamente tale con l’acuirsi dello scontro fra capitali, con la chiusura dei mercati, con il protezionismo, ma che il consesso delle borghesie mondiali non è riuscito ad avviare nemmeno in periodo di floridezza.
La crisi monetaria è solo un aspetto della crisi dell’accumulazione e delle tensioni che si generano fra le diverse partizioni del capitale mondiale. Qualsiasi accordo monetario è destinato a vita quanto mai effimera per il continuo ribollire caotico delle produzioni e degli scambi, per il capovolgersi di interessi e di flussi di merci e di capitali.
La prima formulazione di accordo monetario fu quello del Fondo Monetario Internazionale che emise i “Diritti Speciali di Prelievo”. Dopo l’abolizione ufficiale del prezzo dell’oro i DSP hanno una quotazione quotidiana risultante da una media ponderata dei cambi delle 16 principali monete pesate secondo la loro partecipazione al commercio mondiale. All’origine l’autorità della nuova “unità di conto” derivava dalle riserve auree del Fondo conferitegli dai diversi paesi partecipanti alla convenzione. Tale garanzia reale ha fatto sì che i DSP abbiano svolto la funzione di moneta e anche di riserva, sebbene nella modesta proporzione del 3% sul totale e siano ancora molto lontani dal sostituire i dollari come mezzo di pagamento e nemmeno come unità di conto per i prezzi. Il fallimento del progetto è da far risalire al sabotaggio da parte degli Stati Uniti che vedono di mal occhio un concorrente alla loro moneta. Il dilagare dei dollari sui mercati europei e giapponesi, divisa imposta ai debitori degli USA, ha ulteriormente ridotto lo spazio per i DSP.
Più recentemente, su pressione dell’America, il FMI ha addirittura proceduto alla vendita dell’oro in suo possesso, affinché se ne abbassasse il prezzo rispetto al dollaro ma ufficialmente nel nome del superamento definitivo dell’antico metallo giallo come strumento monetario. È impensabile che la massima potenza imperialistica acconsenta a che la sua moneta venga detronizzata, favorendo anzi il nascere di altra divisa artificiale, consensuale, a corso medio matematico e a gestione “collegiale” rinunciando così a tale leva per il controllo sui flussi finanziari e per il ricatto dei concorrenti. Gli USA si sono guadagnati il predominio brigantesco sul mondo con le armi in una guerra mondiale vinta, contro appunto Giappone e Germania, e dimostrando il sorpasso dell’alleata Gran Bretagna da parte della vecchia colonia. Il sistema imperialistico in crisi non troverà pacificamente un nuovo assetto monetario, come non raggiungerà una stabile struttura commerciale attraverso accordi diplomatici. L’esaurirsi del ciclo capitalistico richiede, con l’eliminazione dell’eccesso di ricchezza che ingolfa, un confronto delle forze degli imperialismi concorrenti per la sopravvivenza, dall’esito del quale si possano ridefinire i rapporti di potere mondiali.
Il più recente episodio della guerra monetaria è il tentativo di accordo per il “Sistema Monetario Europeo” che, dopo difficili trattative, è entrato formalmente in vigore fra i paesi della comunità economica con l’esclusione della Gran Bretagna. A parte la vuota fraseologia sui “valori ideali” dell’europeismo, cui con Lenin attribuiamo segno borghese e reazionario, l’accordo è, almeno fino a che potrà essere rispettato, un successo della diplomazia del capitalismo tedesco contro gli interessi americani. Per la continua svalutazione del dollaro il commercio tedesco si è trovato progressivamente svantaggiato sul mercato mondiale e solo per la maggiore produttività della macchina produttiva germanica permane il vistoso surplus commerciale. Se la RFT trova a miglior prezzo l’acquisto all’estero delle materie prime di cui ha bisogno (petrolio), subisce maggiormente la concorrenza dei prodotti stranieri, sia sul mercato interno sia su quelli terzi. La RFT, maggiore potenza capitalistica d’Europa, maggiore commerciale del mondo, paese con le maggiori riserve valutarie e con la moneta più forte e commercialmente in attivo perfino con i paesi esportatori di petrolio, è paese anche molto dipendente dall’esportazione e molto vulnerabile da variazioni dei tassi di cambio, attualmente orchestrati intorno alla divisa USA. È quindi espressione della forza e della maturità del capitale tedesco la necessità di imporre la propria moneta nelle transazioni internazionali.
La debolezza politica della RFT, nazione distrutta e smembrata, fu esplicitamente imposta dai vincitori che le vietarono la ricostruzione di un proprio esercito. A differenza della Germania dell’interguerra ci troviamo oggi davanti alla stessa mostruosa macchina produttiva, alla medesima (solo formalmente diversa) sottomissione del proletariato e delle sue organizzazioni agli interessi nazionali, ospitata in un territorio limitato, stretto fra nazioni capitalistiche antiche e concorrenti, privo di territori da cui ricavare materie prime e privo di sbocchi commerciali per la produzione eccedente. L’offensiva espansiva intrapresa dalla Germania degli anni ’30 con l’impiego della forza militare e diplomatica oggi si tenta con la penetrazione commerciale, coi bassi prezzi delle merci e con l’autorità di una moneta forte.
Una “zona del marco” già esiste, del resto, comprendente in un unico mercato monetario e finanziario Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia ed Austria, paesi le cui monete già precedentemente alle trattative per lo SME erano collegate a cambi vincolati. Il marco inoltre si è guadagnata fiducia come moneta di riserva che già nel 1972 superava la sterlina inglese nei tesori delle banche centrali e che nel 1978, presente in 40 miliardi, costituiva il 7-8% delle riserve mondiali. Anche come mezzo di circolazione la moneta tedesca si è imposta costituendo il 10% del circolante, dove l’80% è del dollaro.
Ma per i marchi accedere al mercato mondiale (come per lo yen giapponese, nella sua “area”) significa scontrarsi con il capitale USA. È per un fronte unito europeo intorno alla RFT e in funzione di argine allo strapotere finanziario americano che Schmidt chiama nello SME i minori capitalismi, invitati a scegliere fra la protezione del dollaro e quella del marco, con l’obiettivo immediato di frenare la rivalutazione della moneta tedesca fornendo alla politica monetaria europea la forza dell’unione. Come si sa questo progetto, in sé di respiro modesto e ben poco vincolante per i partecipanti, ha trovato, né poteva essere diversamente, molte difficoltà nella sua elaborazione per i tanti e così profondi contrasti che dividono anche i capitalismi europei contigui. Una solidarietà monetaria con il DM significa per i paesi a moneta debole come l’Italia e la Gran Bretagna privarsi dei vantaggi commerciali delle continue svalutazioni, nonché alienarsi i buoni rapporti con il gigante d’oltre oceano. La Gran Bretagna ha infatti preferito mantenere rapporti privilegiati con gli USA. L’Italia, dopo i tradizionali giri di valzer e per la promessa dei prestiti del fondo regionale, ha aderito al Sistema.
Per tutti i capitalismi, RFT per prima, sussiste inoltre la palla al piede di un arretrato mondo contadino con il problema irrisolto dell’alimentazione a prezzi ragionevoli delle città, settore di relativa barbarie anche nelle società più industrializzate per la scarsa produttività, e fonte di contraddizioni insanabili non solo fra nazioni diverse ma all’interno delle singole società ove la conservazione della struttura contadina richiede alti prezzi dei prodotti agricoli, prezzi artificialmente imposti dall’autorità statale, pagati col maggior sfruttamento del proletariato urbano e rurale. La gestione della struttura reazionaria dei Montanti Compensativi, che tendono a impedire la formazione di un unico mercato agricolo, che provocherebbe un sovvertimento insostenibile nelle campagne di tutti i paesi, è quindi capitalisticamente ineliminabile e origine di crescenti tensioni.
I cambi dei paesi aderenti al Sistema si sono mantenuti fin dal primo gennaio all’interno dei limiti previsti dall’accordo. Si è attraversato però un periodo di relativa stabilità generale dei cambi per cui non ha comportato sacrificio per alcun paese rispettare l’accordo. La nostra previsione è che qualora si verificasse una alterazione sensibile nella quotazione del dollaro rispetto al marco tedesco si ingenererà una irresistibile tendenza centrifuga all’interno dello SME, ove tutti i capitalismi minori esportatori negli USA preferiranno di nuovo collocarsi in una posizione intermedia con la loro moneta.
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Le convulsioni dell’industria e della finanza capitalistica nel mondo intero sono segno ed anticipazione di prossime crisi ben più gravi per estensione, profondità e durata di quelle appena trascorse. Le classi ricche difenderanno i loro privilegi, il loro ozio dorato, il loro lusso decadente con tutti i mezzi, anche e maggiormente quando la crisi intaccherà le loro prebende e quando milioni di proletari vedranno drammaticamente crollare le false garanzie che questa società decrepita e marcia aveva loro promesso: lavoro, salario, un tetto. La classe operaia, fino ad oggi annebbiata, dispersa e abbrutita dal duplice schieramento di carcerieri borghesi ed ex comunisti, dà segni di rivolta, ancora sporadici ma coi tratti inconfondibili della generosa tradizione di classe. Si potenzi, colleghi, si raccordi con l’indirizzo rivoluzionario la gigantesca armata internazionale del lavoro, promessa luminosa del futuro nell’odierno fetido ammorbare del capitalismo morente.