Partito Comunista Internazionale

Questione militare 1) VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE

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a) Caratteri permanenti dell’imperialismo

Capitolo esposto alla riunione generale del 6-7 gennaio 1979 [RG12-13]

«Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una legge naturale. La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l’opera di Marx, che, mediante l’analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, conduca al monopolio. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni di monopolio e nondimeno proclamano in coro che “il marxismo è confutato”. Ma i fatti sono ostinati (…) e con essi, volere o no, bisogna fare i conti. I fatti provano (…) che il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è in linea generale, legge universale e fondamentale dell’odierno stadio di sviluppo del capitalismo» (Lenin, L’imperialismo…).

Rivendicata così totalmente l’analisi già fatta da Marx nel modo di produzione capitalistico, Lenin individua nell’imperialismo uno stadio particolare della sua evoluzione, caratterizzato dalla concentrazione dei capitali e in particolare dalla centralizzazione finanziaria.

Rilevando i dati dell’epoca da “Annales des Deutschen Reichs” per la Germania e da “Statistical Abstract of the United States” per gli Stati Uniti, Lenin esclama che: «quasi la metà dell’intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende». Oggi potremmo sicuramente dire che è nelle mani della millesima parte.

La tendenza ad una continua concentrazione di capitali e centralizzazione finanziaria è dunque una tendenza intrinseca dello stesso modo di produzione capitalistico in quanto tale. Storicamente possiamo – con Lenin – schematizzare i periodi di evoluzione del capitalismo come segue: decennio 1860-70, apogeo della libera concorrenza; i monopoli sono soltanto in embrione. Crisi economica del 1873 e successivo e conseguente sviluppo dei cartelli, che tuttavia restano ancora l’eccezione. Dopo la crisi del 1900-1903 abbiamo una costante ascesa degli affari e i cartelli e i monopoli diventano la base di tutta la vita economica. Tale tendenza fu notata già chiaramente da Marx, in un’epoca in cui il capitalismo era più concorrenziale che monopolistico, a scorno degli attuali sostenitori che il “povero” Marx non poteva prevedere “gli sviluppi futuri”, e a conferma viceversa della essenzialità della natura del capitalismo contenuta in tutte le posizioni del marxismo rivoluzionario da Marx in poi. Marx scrive:

«Questo frazionamento dell’intero capitale sociale in parecchi capitali individuali e la repulsione reciproca delle sue frazioni si contrappongono alla loro attrazione. Non è più una semplice concentrazione dei mezzi di produzione e di forza lavoro, identica all’accumulazione. È una concentrazione di capitali già costituiti, è l’annullamento della loro autonomia individuale, l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista, la trasformazione di parecchi capitali più piccoli in pochi capitali più grossi (…) Il capitale qui in una mano sola diviene una grande massa, mentre lì in molte mani va perduto. È la vera e propria centralizzazione, a differenza dell’accumulazione e della concentrazione» (Marx, Il Capitale, I, cap. XXIII, 2).

Oggi i dati delle statistiche ufficiali forniscono il seguente quadro della produzione industriale: negli USA 200 imprese ne forniscono il 52%; nel Giappone 358 imprese ne forniscono il 37%; nella Francia 235 imprese ne forniscono il 45%. Ed altrettanto possiamo dire della centralizzazione finanziaria.

Commentando i dati dell’epoca Lenin afferma che ormai il capitale finanziario è il dominatore dell’economia mondiale e che tale dominio è saldamente in mano delle banche. Oggi i meccanismi di controllo in possesso delle banche non possono che essersi perfezionati:

«Queste semplici cifre sono sufficienti – sostiene Lenin – più di qualsiasi considerazione, a mostrare come dalla concentrazione del capitale e dall’aumentato giro d’affari sia stato modificata radicalmente l’importanza delle banche. La banca, tenendo il conto corrente di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena questa operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell’intera società capitalista, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti ed altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere esattamente informati sull’andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo o infine di deciderne completamente la sorte, di fissare la loro redditività, di sottrarre loro il capitale o di dar loro la possibilità di aumentarlo rapidamente e in enormi proporzioni, e così via».

Dunque, i caratteri fondamentali dell’imperialismo, cioè del sistema basato sul potere economico dei tagliatori di cedole, e quindi inteso come fase storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, e precisamente dei suoi connotati essenziali, debbono individuarsi esclusivamente nella loro necessità economica. Siamo le mille miglia lontani dall’interpretazione di Kautsky (e di molti inconsapevoli e minimi kautskyani moderni) secondo la quale l’imperialismo non sarebbe che “la politica preferita del capitale finanziario”. La differenza, soprattutto allora, poteva sembrare sottile, ma proprio per questo la polemica contro Kautsky doveva essere, come fu, ferocissima, poiché nelle posizioni ideologiche di Kautsky viveva e prendeva corpo la rovinosa influenza dell’opportunismo sulla classe operaia (oggi mille volte più fetida), tanto peggiore quanto più si tingeva di rosso.

Secondo Lenin «l’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale». Le principali caratteristiche dell’epoca imperialistica, che dura tuttora, possono dunque essere così sintetizzate:
– concentrazione della produzione e del capitale;
– fusione e controllo del capitale bancario sul capitale industriale dando origine al capitale finanziario;
– grande importanza, alla scala mondiale, dell’esportazione dei capitali superiore alla stessa esportazione di merci;
– esistenza di associazioni monopolistiche internazionali che sono in grado di ripartirsi il mondo in zone di influenza.

Kautsky sosteneva, al contrario, che si dovesse intendere per imperialismo semplicemente «il prodotto del capitalismo industriale, altamente sviluppato. Esso consiste nella tendenza di ciascuna nazione capitalistica industriale ad assoggettarsi e ad annettersi un sempre più vasto territorio agrario senza preoccupazioni delle nazioni che lo abitano» (K. Kautsky citato da Lenin).

Quanti oggi, e perfino tra i più sinistri!, si riconoscono, magari inconsapevolmente, in questa definizione! Lenin, commentandola, dice viceversa che è arbitraria, perché individua solo la questione nazionale e non spiega la tendenza dell’imperialismo a sottomettersi anche i paesi industrializzati; inoltre Kautsky parla solo del capitale industriale, senza mettere in evidenza la sua trasformazione in capitale finanziario.

«L’essenziale – commenta Lenin – è che Kautsky separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia, interpretando le annessioni come la politica preferita del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un’altra politica borghese, senza annessioni, che sarebbe, secondo lui, possibile sulla stessa base del capitale finanziario».

Kautsky si dimentica del reale motivo che sta alla base della lotta tra i paesi imperialisti, quello della necessità di realizzare un soddisfacente saggio del profitto. Di conseguenza Kautsky lo nasconde agli occhi del proletariato diventando di fatto un prezioso servitore degli interessi dell’imperialismo stesso.

«I capitalisti si spartiscono il mondo – ecco la vera ragione della loro lotta – non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie “proporzionalmente” al Capitale, “in proporzione alla forza” poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione.
«[Secondo Kautsky, al contrario,] si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionistica; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell’epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalistici, sarebbe compatibile con una politica non imperialista. In tal guisa si velano e si attutiscono i fondamentali contrasti che esistono in seno al recentissimo stadio del capitalismo, in luogo di svelarne la profondità. Invece del marxismo si ha del riformismo borghese».

Se negli anni seguenti allo scoppio della prima guerra mondiale la politica kautskyana era “riformismo borghese”, lo è oggi ed a maggior ragione, nella misura in cui si sostengono dai partitacci ufficiali le stesse posizioni. Anzi, essendosi accentuato il carattere imperialistico dell’economia mondiale, come i dati dimostrano abbondantemente, sostenere le stesse posizioni significa andare oltre “il riformismo” anche se solo borghese; significa assumersi in prima persona le stesse responsabilità dell’imperialismo mondiale, significa assumerne la carica di difensori di ufficio; e farlo, magari in campo operaio e pretendendo di stare sulla stessa linea di Lenin, diventa inqualificabile. È la pretesa dell’attuale “euro-comunista” in capo, secondo il quale addirittura «si potrebbe anche rendere realistica l’ipotesi di un “governo mondiale” che sia espressione del consenso e del libero concorso di tutti i paesi» (dalla relazione di Berlinguer al Congresso del PCI, L’Unità, del 19 marzo 1975).

In definitiva, secondo questi traditori del proletariato (peggio Berlinguer di Kautsky, naturalmente!), non si può escludere che, dopo la fase imperialistica, vi possa essere una nuova fase, quella dell’ultra-imperialismo, come la chiamava Kautsky, o della coesistenza pacifica, come la si chiama oggi, che consisterebbe «nello spostamento della politica dei cartelli dall’economia alla politica estera»; sarebbe l’unione degli imperialismi di tutto il mondo e non la guerra tra di loro; sarebbe la fase della fine della guerra in regime capitalistico, dello sfruttamento del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato. Le reazioni di Lenin erano furibonde di fronte a tali “chiacchiere”; e quante se ne sono fatte – e di peggiori – dall’epoca delle famigerate marce della pace, dopo la vittoria di Santa Democrazia sul Fascismo! Ne riportiamo solo un minimo stralcio:

«Le chiacchiere di Kautsky favoriscono un’idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all’economia mondiale, mentre in realtà le acuisce (…) Kautsky ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo difendendo per l’epoca del capitale finanziario un ‘ideale reazionario’, la pacifica democraziail semplice peso dei fattori economici, giacché simile idea obiettivamente, ci ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non monopolistico, ed è una frode riformista (…) Quali che potessero essere i pii desideri dei pretucoli inglesi e del sentimentale Kautsky, il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della sua “teoria” è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente in regime capitalistico (…) Inganno delle masse: all’infuori di questo non vi è assolutamente nulla nella “teoria marxista” di Kautsky».

Purtroppo l’ideologia imperialista, allora come oggi – ed anzi oggi molto più radicalmente di allora – si fa strada nella stessa classe operaia, in quanto non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese. È il fenomeno dell’opportunismo, contro cui il movimento proletario rivoluzionario deve indirizzare i suoi strali più feroci, perché la sua prospettiva diventi una prospettiva reale. Bene lo condanna Lenin:

«Dov’è la base economica di questo fenomeno [l’opportunismo] di portata storica mondiale? Precisamente nel parassitismo e nella putrefazione del capitalismo che sono propri della sua fase storica culminante: l’imperialismo. Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno (…) di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo col semplice taglio delle cedole (…)
«Ben si comprende che da questo gigantesco sopraprofitto – così chiamato perché si realizza all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del proprio paese – c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi “più progrediti” operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati. E questo strato di operai imborghesiti di ‘aristocrazia operaia’ completamente piccolo-borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia della vita, costituisce il puntello principale della Seconda Internazionale; e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono dei veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei “versagliesi” contro i comunardi. Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l’importanza politica e sociale, non è possibile fare nemmeno un passo verso la soluzione dei problemi pratici del movimento comunista e della futura rivoluzione sociale».

Passo, quest’ultimo, che sembra scritto non nel 1916, ma nella merdosa attualità presente, in cui l’opportunismo è non solo dilagante, ma apparentemente perfino invincibile. Ma “i fatti sono – e saranno – ostinati”, secondo la stessa espressione di Lenin; le basi economiche della corruzione di ampi strati di aristocrazia operaia incominciano a venir meno: il verificarsi delle previsioni fatte già da Marx oltre un secolo fa non tarderà a porre nuovamente sulla scena storica la questione della rivoluzione comunista.
«La contraddizione esistente nel modo capitalistico di produzione consiste proprio nella sua tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive, che vengono continuamente a trovarsi in conflitto con le specifiche condizioni di produzione, entro le quali il capitale si muove e può solo muoversi.
«Non vengono prodotti troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario, se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo conveniente ed umano la massa della popolazione.

«Non vengono prodotti troppi mezzi di produzione, per poter occupare la parte di popolazione capace di lavorare. Al contrario. Si crea innanzitutto una parte troppo grande di popolazione che effettivamente non è atta al lavoro, ed è costretta dalle sue particolari condizioni a sfruttare il lavoro altrui o ad eseguire dei lavori che possono essere considerati tali solo in un modo di produzione assolutamente miserabile. In secondo luogo, non si producono sufficienti mezzi di produzione, perché tutta quanta la popolazione capace di lavorare possa farlo nelle circostanze più produttive, in modo che il suo tempo di lavoro assoluto venga ridotto dalla massa e dall’efficienza del capitale costante impiegato durante il tempo di lavoro.
«Ma vengono periodicamente prodotti troppi mezzi di lavoro e di sussistenza, perché possano essere impiegati come mezzi di sfruttamento degli operai a un determinato saggio del profitto. Vengono prodotte troppe merci, perché il valore e il plusvalore che esse contengono possano essere realizzati e riconvertiti in nuovo capitale, e nei rapporti di distribuzione e di consumo inerenti alla produzione capitalistica, ossia perché questo processo possa compiersi senza che si verifichino continue esplosioni.
«Non viene prodotto troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche che hanno un carattere antagonistico.
«Il limite del modo di produzione capitalistico si manifesta nei fatti seguenti:
1) Lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio di profitto, genera una legge che, ad un dato momento, si oppone inconciliabilmente al suo ulteriore sviluppo e che deve quindi di continuo essere superata per mezzo di crisi.
2) L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione ed i bisogni sociali (…) ma in base al livello del saggio di profitto (…) Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto» (Marx, Il Capitale, III, cap. XV, 3).
«L’enorme capacità di espansione a grandi sbalzi del sistema di fabbrica, e la sua dipendenza dal mercato mondiale, hanno per effetto necessario una produzione febbrile e quindi una congestione dei mercati, con la contrazione dei quali subentra una paralisi. La vita dell’industria si trasforma in una successione di periodi di vitalità media, prosperità, sovrapproduzione, crisi e ristagno. L’insicurezza e l’instabilità, alle quali il sistema di macchine condanna l’occupazione e quindi le condizioni di esistenza dell’operaio, diventano normali con questa variazione periodica del ciclo industriale». (Marx, Il Capitale, I, cap. XIII, 7).

Ecco le origini, ineliminabili, della inevitabilità della guerra in regime capitalistico.

(Fine della prima parte)