Partito Comunista Internazionale

La teoria marxista della catastrofe

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Rapporto alla riunione generale del 6-7 gennaio 1979 [RG13]

Si pretende di presentare il gran torneo ideologico in corso tra le grandi chiese dell’opportunismo come l’espressione più aggiornata della libertà di ricerca nella cultura e nella filosofia.

La crisi dell’imperialismo capitalistico intanto si fa sempre più profonda, sempre meno “congiunturale” e sempre più “strutturale”.

Le giustificazioni che vengono portate di fronte al collasso delle aspettative crescenti, seminate a piene mani al tempo delle vacche grasse, tendono a nascondere l’effettiva natura della crisi; né, secondo il nostro metodo, noi staremo a sostenere la tesi illuministica del “cosciente inganno” dei capi-ideologi, gli “astuti sacerdoti”, giacché la stessa rappresentazione dell’ideologia, necessariamente fantastica perché sublimazione di uno stato di cose storicamente caduco, si impone come programma e necessaria sovrastruttura di fattori e trapassi sociali necessari. Dietro alle idee ci sono le classi sociali e il loro antagonismo: le rappresentazioni ideologiche di esse non sono dunque false, secondo un facile schema di logica formale vero-falso, ma sono “mistificate e capovolte”.

D’altronde lo sforzo più cospicuo, necessariamente, dell’opportunismo dilagante non si può limitare a ritoccare aspetti marginali della teoria rivoluzionaria, ma a respingere i fondamenti di essa. Rifulge in questo modo la rivendicazione che ci ha sempre contraddistinto della difesa integrale del marxismo, pur sapendo le sue origini antidogmatiche ed antimetafisiche.

«Si adopera l’espressione “marxismo” non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx persona, ma per rifarsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo “accompagna” in tutto il corso di una rivoluzione sociale – e conserviamo il termine “marxismo” malgrado il vasto campo di speculazione e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari» (da “La ’invarianza’ storica del marxismo”, riunione di partito del 7 settembre 1952). La difesa della dottrina dunque da parte del partito comunista è la salvaguardia della suprema guida per l’azione e niente altro, ben sapendo che «la contrapposizione del marxismo alle ideologie che si sono succedute nel passato e che oggi ancora in varia misura tengono il campo è rigorosamente storica e dialettica, il che non esclude, ed al contrario implica, che la scienza globale con cui esso si identifica, possa essa sola ricostruire i reali processi sottostanti all’incastellatura ideologica, svelando come l’ideologia mistifichi la realtà sussistente a prescindere da ogni “conoscenza” individuale e collettiva» (Da “Partito e Classe”, appendice).

Se dunque il grande opportunismo sente la necessità di gridare ai quattro venti il fallimento del marxismo e delle sue presunte “profezie” o di invalidarne le previsioni in nome di un più aggiornato modo di leggere “scientificamente” la realtà sociale, a maggior ragione il partito di classe deve gridare dall’alto dei tetti il suo programma storico. Infatti

«la storia della Sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le “ondate” del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dall’organica monolitica formazione che si può far collimare col Manifesto del 1848 (…) Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se invece di trarne l’insegnamento della “invarianza”, si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in “continua elaborazione storica” e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie».

Tutto ciò

«proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso della ricerca di “verità assoluta” e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o dell’astratta ragione, ma uno “strumento” di lavoro ed un’ “arma” di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per “ripararlo” né lo strumento né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili e armi buone».

La mistificazione dell’opportunismo in campo ideologico consiste al contrario nel sempre più sbracato tentativo di presentare l’ideologia come libera organizzazione delle idee sulla società e nel mondo, apporto delle varie correnti ideali, comprese quelle borghesi, per meglio comunicare e insieme realizzare un’umanità migliore. L’apporto della

«tesi marxista dice: non è possibile che la coscienza del cammino storico appaia anticipata in una singola testa umana, per due motivi: il primo è che la coscienza non precede ma segue l’essere, ossia le condizioni materiali che circondano il soggetto della coscienza stessa. Il secondo è che tutte le forme della coscienza sociale vengono – con una data fase ritardate perché vi sia il tempo della generale determinazione – da circostanze analoghe e parallele di rapporti economici in cui si trovano masse di singoli che formano quindi una classe sociale. Questi sono condotti ad “agire insieme” storicamente molto prima che possano “pensare insieme”. La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe, e l’azione di classe col suo futuro punto d’arrivo, non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta ad un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe».

Scrivono Marx ed Engels ne L’Ideologia tedesca, 1846, I, A:

«La coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico. Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè, non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi, ma si parte dagli uomini realmente operanti, e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali.
«Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente; nel secondo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza. Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne scosta per un solo istante. I suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo isolati e fissati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate. Non appena viene rappresentato questo processo di vita attivo, la storia cessa di essere una raccolta di fatti morti, come negli empiristi che sono anch’essi astratti, o un’azione immaginaria di soggetti immaginari, com’è negli idealisti».

La nostra lettura storica e dialettica dell’ideologia e della filosofia non ci impedisce dunque di comprendere come: «la critica, il dubbio e la messa in forse di tutte le vecchie posizioni bene assodate furono elementi decisivi della grande rivoluzione borghese moderna che con gigantesche ondate investì le scienze naturali, l’ordinamento sociale e i poteri politici e militari, avanzandosi poi e affacciandosi con molto minore slancio iconoclastico alle scienze della società umana e del corso storico. Appunto questo fu il portato di un’epoca di sommovimento dal profondo che si pose a cavallo tra il medioevo feudale e terriero e la modernità industriale e capitalista. La critica fu l’effetto e non il motore dell’immensa e complessa lotta. Il dubbio e il controllo della coscienza individuale sono espressione della riforma borghese contro la compatta tradizione ed autorità della chiesa cristiana, e si tradussero nel più ipocrita puritanesimo che con la bandiera della conformità borghese alla morale religiosa o al diritto individuale vararono e protessero il nuovo dominio di classe e la nuova forma di soggezione delle masse.

«Opposta è la via della rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla e la direzione concorde della azione collettiva è tutto. Quando Marx disse nelle famose tesi su Feuerbach che abbastanza i filosofi avevano interpretato il mondo e si trattava ora di trasformarlo, non volle dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall’urto di forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza. E il passare dall’arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto dal soggetto pensante alla massa militante, in modo che arma siano non solo fucili e cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme, monolitica, costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello».

Dunque la nostra interpretazione storica dialettica delle ideologie non ci impedisce di riconoscere che «l’ideologia borghese si fonda sull’effettiva conquistata libertà dei lavoratori dai vincoli giuridici e microproprietari feudali, né la borghesia può ripudiarla, perché con ciò ripudierebbe se stessa». Anche quando, nelle necessità storiche della fase imperialistica, la borghesia è ricorsa al dispiego della violenza più brutale, la Sinistra Comunista non ha mai riconosciuto ai vari fascismi e nazismi, come invece sono andati lamentandosi gli opportunisti di varia estrazione, di aver distrutto la democrazia, ma di averla imbalsamata per riconsegnarla rivitalizzata alla classe borghese al momento del bisogno. D’altronde come spiegare la grande preoccupazione del fascismo di entrare “democraticamente” nella stanza dei bottoni, pur di non rompere la continuità dello Stato e della sua natura di classe?

Solo il proletariato ha il ruolo storico di eliminare sé stesso con tutte le altre classi. La sua pertanto non è ideologia, che possa assumere carattere riformistico e conformistico, dando luogo ad una fissazione storica del suo dominio, ma scienza rivoluzionaria, ed anzi già scienza dell’avvenire. Ma perché questo possa avvenire non potrà non dar luogo ad una società di specie, priva di classi e relativi conflitti, salto di qualità dalla preistoria classista alla piena storia umana.

Non solo, ma ci permette di riandare ai miti antichi.

«Il principio della invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza, opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbìe da cui pochi di quelli che si affibbiano l’aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici. Tutti i miti esprimono questo, e soprattutto quelli dei mezzi-dèi e mezzi uomini, o dei sapienti che ebbero una intervista con l’Ente supremo. Di tali figurazioni è insensato ridere, e solo il marxismo ne ha fatto trovare le reali e materiali sottostrutture. Rama, Mosè, Cristo, Maometto, tutti i profeti ed Eroi che aprono secoli di storia dei vari popoli, sono espressioni diverse di questo fatto reale, che corrisponde ad un balzo enorme nel “modo di produzione”. Nel mito pagano la sapienza, ossia Minerva, esce dal cervello di Giove non per dettatura a flaccidi scribi di interi volumi, ma per la martellata del Dio-operaio Vulcano, chiamato a sedare una irrefrenabile emicrania. All’altro estremo della storia e dinnanzi alla illuminata dottrina della nuova Dea Ragione, si leverà gigante Gracco Babeuf, rozzo nella presentazione teoretica, per dire che la fisica forza materiale conduce avanti più della ragione e del sapere».

* * *

E chi potrà sedare le moderne emicranie dei principi filosofi, impazziti a spiegare come l’Idea si fa mondo e il mondo autocoscienza, se non la forza materiale del proletariato armato della sua teoria di classe che ha chiuso il ciclo infernale della dialettica triadica d’ogni ideologia precedente espressa dallo schema dato per insuperabile antiformismo-riformismo-conformismo? Se siamo capaci di riconoscere il valore materiale del mito figuriamoci che impressione può farci l’attuale gracidio di filosofi di regime che hanno dato la stura alle loro polemiche, riandando a Parmenide, ad Aristotele, per stabilire una volta tanto quel che è scienza e quel che è ideologia?

E pensare quanta ironia era stata versata sulla nostra pretesa di abbracciare nel nostro arco storico in un sol colpo l’uomo armato di clava e il moderno proletario per ricongiungerli fratelli nell’uomo-specie! Ma i grossi calibri del sapere filosofico trascinati fuori dai loro hangar neanche con le martellate riescono a giustificare un nuovo “modo di produzione”.

Oggetto della diatriba è il principio di non contraddizione e la concezione scientifica della realtà. Poiché il materialismo dialettico sostiene d’essere una concezione scientifica della realtà è evidente che sia sul banco degli imputati. L’errore del marxismo consisterebbe, secondo Colletti, ad esempio, nel parlare continuamente di contraddizioni che esisterebbero nella natura e nella società. Per la scienza invece le contraddizioni sono sempre e soltanto “errori soggettivi” da eliminare. Solo le “teorie” dunque possono incorrere in contraddizioni, non la realtà oggettiva. Invocando la dialettica di origine hegeliana dunque il marxismo non farebbe altro che utilizzare e fraintendere la stessa “dialettica della materia” di Hegel.

Il signor Colletti confessa poi che fino al 1969 attribuiva questo errore al materialismo dialettico dei “filosofi sovietici”, meglio noto come “Dialekticher Materialismus” (Diamat), e di aver poi scoperto che tutti gli errori risalgono a Marx. «Rileggendo le sue pagine sulla crisi delle “teorie del plusvalore” mi ero accorto – dice Colletti – che anche Marx considerava i contrasti e i conflitti di forze esistenti nel capitalismo come “contraddizioni dialettiche”. A questo punto, l’inconciliabilità tra scienza e dialettica non poteva non investire anche il “Capitale”. Marx si era proposto di dare, in quest’opera, un’analisi “scientifica” della società moderna. Il suo uso della logica dialettica apriva interrogativi di fondo circa la possibilità che quel proposito potesse essersi realizzato».

Prima di opporre la nostra “verità scientifica” facciamo notare, seppur ce ne fosse bisogno, che cosa comporta il pluralismo in dottrina. Che cos’è il materialismo dialettico? Il marxismo di Marx, quello di Lenin, il Diamat, le letture revisionistiche?. La risposta di questi fantocci: tutto questo e niente di questo nello stesso tempo; in ogni caso la libera ricerca “scientifica”, quella che non cade in contraddizione per la comoda ragione che non crede alla contraddizione dialettica!

Abbiamo già ricordato che nella tradizione della Sinistra marxista, e più esattamente del “marxismo”, quest’ultima espressione si usa per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo accompagna in tutto il corso della rivoluzione sociale; abbiamo anche ricordato che conserviamo il termine malgrado il vasto campo di speculazione e sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari.

Siamo quelli che rivendicano in blocco la dottrina, che la definiscono nata come un blocco d’acciaio, non per la martellata del dio-operaio Vulcano del mito ma di quella del proletariato industriale armato di un martello pneumatico sociale di gran lunga più reale e più potente di quello di Vulcano, che non riconoscono nessun Diamat ed abbreviazioni simili perché la lettura della rivoluzione sociale non l’abbiamo mai delegata né a Marx persona né a Lenin, né tanto meno ai filosofi sovietici di Stalin o, peggio che peggio, ad accademici della crusca tipo Colletti. E tutto ciò non perché non sappiamo che i Colletti e compagni conoscono da eruditi perfino bizantini il cosiddetto marxismo, ma perché, per loro stessa ammissione, non riconoscono il fondamento della teoria marxista, e cioè il fatto che è detenuta dal partito di classe e solo da esso, in tutta la sua storia, di vittorie e di sconfitte, secondo una considerazione della filosofia e della cultura che è tutta sua e che nessuna chiosa è in grado di contraddire.

Perché il partito di classe, nella tradizione del marxismo vero, non ha mai preteso di enunciare una dottrina scientifica che non contraddicesse le altre dottrine sociali, fossero esse ascrivibili al mondo feudale o borghese, o attribuibili a tronconi ideologici che si richiamino ad un loro marxismo di comodo, il che è molto poco probabile, anzi noi lo neghiamo recisamente. Non per niente abbiamo scritto che «una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – ed anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affissata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede».

Dunque non ci riguarda proprio il pedante accademico Colletti, e se polemizziamo non lo facciamo con lui persona ma, come abbiamo sempre fatto, contro tutte le ondate del revisionismo, quello dei negatori, dei falsificatori, degli aggiornatori, i peggiori, questi ultimi della specie e non per niente i più “attuali”.

Il partito di classe dunque passa indenne sotto le presunte forche caudine del rigor scientifico degli accademici pedanti per dei motivi veramente elementari:
 1) non ha mai negato che la sua interpretazione della rivoluzione sociale e della realtà sociale e naturale moderna è una teoria di classeal servizio della classe, e dunque non di tutto il popolo e dell’umanità; come al contrario i filantropi formato 1979;
 2) è dunque cosciente che la teoria rivoluzionaria è anch’essa ideologia, seppur del tutto peculiare, nel senso ricordato che non può assumere, per definizione, carattere riformistico e conformistico, e che pertanto è scienza rivoluzionaria ed anzi già scienza di specie, non solo perché il proletariato (come in passato altre classi) rappresenta l’avvenire, ma perché questo avvenire non potrà non dar luogo ad una società di specie, priva di classi e relativi conflitti – salto di qualità dalla preistoria classista alla piena storia.

Si consolino dunque gli scettici accenditori di moccoletti: non siamo di quelli che confondono le “opposizioni reali” con le contraddizioni, i cavalli con i somari. Sappiamo bene che chi afferma che “tutti i cavalli sono mammiferi” e insieme che “qualche cavallo non è mammifero” cadrebbe in contraddizione mentre nulla vieta che nella realtà coesistano senza contraddizione mammiferi e non mammiferi. Purché questa verità scientifica non serva a giustificare, gabellandola per scienza oggettiva, che il capitalismo coesiste col socialismo senza contraddizione. I modi di produzione ed i regimi sociali, che il marxismo studia e legge nelle loro leggi oggettive, non sono “natura” del tipo mammiferi e non mammiferi, ma storia umana, storia che passa dal comunismo primitivo ai moderni modi di produzione, all’avvenire preconizzato dal marxismo della società senza classi.

Ci si domanderà dai pedanti – che già al tempo di Leone Trotski chiedevano quanti bottoni avrebbe portato nel panciotto l’uomo comunista e che già al modo del Dottor Grün chiedevano ad Hegel di stabilire il ruolo della sua penna nella sua dialettica generale! – se nella società comunista i cavalli saranno ancora mammiferi o no. Rispondiamo una volta tanto con la saccenteria del Prof. Hegel!: non abbiamo tempo da perdere con la penna del Dott. Grün!

Il preteso oggettivismo dei vari Colletti ha uno scopo ben preciso, quello di affogare le contraddizioni sociali nelle opposizioni reali senza contraddizione, naturali e beote, allo stesso modo del fatto che il somaro non soffre di non essere un cavallo!

«L’oggettivista – scriveva in proposito Lenin – parla della necessità di un determinato processo storico; il materialista constata con precisione che esistono una determinata formazione economico-sociale e i rapporti antagonistici che essa genera. L’oggettivista, volendo dimostrare la necessità di una determinata successione di fatti, rischia sempre di cadere sul terreno dell’apologetica di questi fatti; il materialista mette in luce gli antagonismi di classe e in questo modo definisce la sua concezione. L’oggettivista parla di “irresistibili tendenze storiche”; il materialista parla della classe che “gestisce” un determinato ordinamento economico, creando certe forme di resistenza da parte di altre classi. In questo modo il materialista, da un lato è più coerente dell’oggettivista e applica il suo oggettivismo in modo più approfondito e completo. Egli non si limita a indicare la necessità del processo, ma chiarisce con precisione quale formazione economico-sociale dà il contenuto a questo processo, quale classe precisamente determina questa necessità. In questo caso, per esempio, il materialista non si sarebbe accontentato di constatare le “irresistibili tendenze storiche” ma avrebbe indicato l’esistenza di date classi, che determinano il contenuto degli ordinamenti esistenti ed escludono la possibilità di una via di uscita al di fuori dell’azione dei produttori stessi. D’altro lato il materialismo racchiude in sé, per così dire, la partiticità, imponendo, nella valutazione di ogni avvenimento l’accettazione diretta ed aperta del punto di vista d’un determinato gruppo sociale» (Lenin, “Il contenuto economico del populismo”).

E l’oggettivismo degli aggiornatori, che pretende di smentire la dialettica materialistica, che cosa ha da invidiare agli apocalittici con i quali polemizza, dal momento che in nome della “scienza” senza contraddizioni, la nuova teologia camuffata della società borghese nella sua fase imperialistica, non si preoccupa, anzi fa di tutto per affogare le classi e il partito di classe nel mare magnum del Popolo, della Nazione, dello Stato, o peggio ancora, dell’Umanità senza aggettivi?

Noi sapevamo da tempo che il modo di vedere e di sentire armonico dei Greci è proprio di un modo di vita produttivo e sociale in cui le lotte sociali non sono certamente quelle delle moderne classi, ma non ce la sentiamo di certo di sostenere che cristianesimo e anticristianesimo, capitale e proletariato, assolutismo e democrazia, religione e ateismo, non sono che variazioni all’unico dramma della solare filosofia dell’essere parmenideo, in cui l’essere è sempre sé stesso contro la follia della contraddizione, cioè pensare e dire che le cose sono e non sono. Il recupero d’una visione armonica e di specie dell’essere non passa certamente per il nascondimento della verità delle contraddizioni sociali, per la riproposizione dei kantiani eterni valori, non per caso riportati in auge dal principe dei revisionisti, Bernstein.

Contro i teorici dell’Apocalisse e degli oggettivisti alla Colletti ribadiamo la verità di classe della legge del plusvalore, la verità di classe dell’antagonismo profondo e inevitabile della società divisa in classi, la negazione di falsi schemi ideologici delle classi nemiche del proletariato, da quello assoluto e già monolitico trascendentista-autoritario, a quello demoliberale, a quello piccolo-borghese e corporativo volontaristico-immediatistico, a quello dei falsificatori staliniani, a quello fascista.

Alla lettura gradualista, senza contraddizioni, della crisi imperialistica, secondo la quale

«il capitalismo è nel ramo discendente e non può risalire, e che contiene i due errori del fatalismo e del gradualismo, opponiamo la nostra:
1) il socialismo non verrà di per sé senza agitazioni, lotte e scontri armati, senza preparazione di partito;
2) il socialismo non si immette a piccole dosi nel tessuto capitalistico sperando in una progressiva compenetrazione;
3) Marx e noi con lui abbiamo prospettato non un salire e poi declinare del capitalismo, ma il contemporaneo e dialettico esaltarsi della massa di forze produttive che il capitalismo controlla, della loro accumulazione e concentrazione illimitata, e al tempo stesso della reazione antagonistica, costituita da quella delle forze dominate che è la classe proletaria. Il potenziale produttivo ed economico generale sale sempre finché l’equilibrio non è rotto, e si ha una fase esplosiva rivoluzionaria, nella quale in un brevissimo periodo precipitoso, col rompersi delle forme di produzione antiche, le forze di produzione ricadono per darsi un nuovo assetto e riprendere una più potente ascesa».

In questo nostro schema si nega recisamente che la possibilità di far fronte alla crisi dell’imperialismo capitalistico possa far leva sulla capacità di reazione dei singoli individui, sulla capacità di pentimento dei dominatori, sul senso di collaborazione dei poveri, sulla cooperazione dei popoli, sulla coesistenza pacifica delle nazioni.

«Nel singolo individuo (e quindi anche nel singolo proletario), non è la coscienza teorica a determinare la volontà di agire sull’ambiente esterno, ma avviene l’opposto, la spinta del bisogno fisico determina, attraverso l’interesse economico, un’azione non cosciente, e solo molto dopo l’azione ne avviene la critica e la teoria per intervento di altri fattori. L’insieme dei singoli si comporta analogamente, ma la concomitanza di stimoli e di reazioni crea la premessa per una più chiara volontà e poi coscienza.
«Queste si precisano solo nel partito di classe, che raccoglie una parte dei componenti di questa ma elabora, analizza e potenzia l’esperienza vastissima di tutte le spinte, stimoli, reazioni. È solo il partito che riesce a capovolgere il senso della prassi. Esso possiede una teoria ed ha quindi conoscenza dello sviluppo degli eventi; entro dati limiti, secondo le situazioni e i rapporti di forza, il partito può esercitare decisioni ed iniziative e influire sull’andamento della lotta. Il rapporto dialettico sta nel fatto che in tanto il partito rivoluzionario è un fattore cosciente e volontario degli eventi in quanto è anche un risultato di essi e del conflitto che essi contengono tra antiche forme di produzione e nuove forze produttive. Tale funzione teorica e attiva del partito cadrebbe però se si troncassero i suoi legami materiali con l’apporto dell’ambiente sociale, della primordiale, materiale e fisica lotta di classe».

La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe e l’azione di classe col suo futuro punto di arrivo non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta a un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe.

A maggior ragione non può nascere dall’aggiornamento di un pedante accademico o d’un pletorico e insulso Comitato Centrale.

La dittatura del proletariato non è una democrazia consultiva portata all’interno del proletariato, ma una forza organizzata che ad un dato momento, seguita da una parte del proletariato e anche non dalla maggiore, esprime la previsione materiale che fa saltare il vecchio modo di produzione borghese e aprire la via al nuovo comunista. Per la curiosità e soddisfazione dei pedanti anticipiamo che, mentre lasciamo a loro già adesso di stabilire fino a che punto l’ornitorinco è un mammifero o rettile con la loro teoria scientifica della non-contraddizione, per l’uomo-specie i somari non potranno mai essere cavalli, mentre la stessa contraddizione non consente loro di passare per la cruna d’ago della adesione al Partito di classe, non per mancanza di scienza, ma per troppa e fasulla, ma soprattutto per l’abbandono di quella cieca fede necessaria, quando occorre, nel difendere l’invariabile teoria e la rigida organizzazione di classe.