Il confronto inter-imperialista in Libia
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A Tripoli, nei primi giorni di settembre, con la sfilata dei cavalieri berberi nella rinominata “Piazza dei Martiri”, gli stessi sempre esibiti dal rais nelle parate militari, si è celebrata la faticosa conquista della città, la sconfitta del regime e certificata sul campo la vittoria del poliedrico CNT.
La cessazione dei combattimenti è però avvenuta più di un mese dopo con la conquista delle ultime sacche di resistenza a Bani Walid e a Sirte, e soprattutto con la cercata uccisione di Gheddafi, eliminato per non dovergli concedere la parola in un tribunale ove racconterebbe dei molti scabrosi retroscena internazionali dell’affare Libia, che qui non approfondiamo.
Non è chiaro neppure agli esperti di strategia militare che tipo di guerra sia stata; si parla di un nuovo tipo, che necessitava di nuove relazioni fra Stati, nuovi apparati di comando, nuove reti di collegamento, ecc.
Non è stata una guerra dichiarata fra Stati, nonostante il discreto numero dei partecipanti. Nemmeno una sommossa popolare suscitata dal forte impoverimento della popolazione, come nei vicini paesi della sponda sud del Mediterraneo, perché la Libia è relativamente ricca e meta di immigrazione di forza lavoro a basso costo sia dai paesi limitrofi sia asiatici. La crisi c’era ma non così profonda da generare una simile rivolta armata.
Diversi i rapporti di forza e gli scontri sociali nei paesi del Magreb, che hanno prodotto diverse soluzioni: il dittatore tunisino Ben Alì è fuggito dopo i primi violenti scontri, anche lui col suo carico d’oro; Mubarak ha invece reagito con mano pesante alle estese dimostrazioni al Cairo, ma poi è stato costretto a sacrificarsi per evitare che le classi oppresse e il proletariato egiziano potessero estendere i loro scioperi, ed eventualmente costituire un’organizzazione autonoma, che si sarebbe dovuta confrontare poi con le formazioni politico-religiose preesistenti. In entrambi i casi le classi dominanti borghesi sono riuscite, “cambiando tutto per non cambiare niente”, a riprendere, per il momento, il controllo della situazione. In quelle lotte di classe abbiamo denunciato, secondo la nostra posizione comunista, la mancanza di genuine organizzazioni proletarie valide e pronte a prendere la direzione del movimento; anche lì la nostra classe veniva coinvolta e usata per obiettivi ultimi non suoi, anche se nulla è ancora definitivamente compiuto.
Mentre in Egitto non ci sono stati interventi armati stranieri, in Libia sono partiti immediatamente i bombardamenti dagli aerei francesi. La situazione libica ha più affinità con quella irakena e con la cacciata di Saddam Hussein che con le altre dei paesi vicini, nei quali non c’è stato uno sbarco di truppe e non si sono volute distruggere le precedenti strutture di polizia e governo. Non abbiamo assistito nemmeno ad una guerra civile tra opposti partiti politici, palesi o clandestini, di una certa rilevanza perché non ne esistevano e il CNT, nato per l’occasione, non ne ha le caratteristiche per la sua forte disomogeneità.
Il subitaneo riconoscimento da parte delle potenze europee coinvolte è stato deciso soprattutto per garantire la continuità nelle forniture di petrolio e la conferma degli accordi economici preesistenti.
Beché nessuna forza politica interna abbia chiesto un intervento militare in suo sostegno, questi “salvatori umanitari” dell’operazione “Odissea all’alba” sono arrivati in forze con uno sfoggio militare e tecnologico di assoluta avanguardia, evidentemente sproporzionato alle semplici dimensioni dei fatti. Ciascun “salvatore” aveva un proprio particolare obiettivo immediato, ma due erano comuni a tutti: il petrolio libico e, in particolare, arginare l’avanzata cinese nelle economie nordafricane, dato che Pechino è ostinatamente alla ricerca di fonti energetiche, materie prime e mercati per la sua impetuosa economia.
Dire che questo sfoggio di muscoli sia un’anticipazione di uno scontro militare inter-imperialista combattuto in quel paese in un prossimo futuro è oggi azzardato, ma un monito si. Non per nulla la Cina si è sempre dichiarata contraria all’intervento, non certo per solidarietà di paese “comunista” verso il proletariato libico, ma per proteggere i suoi lucrosi contratti.
Che tutto quell’immenso apparato militare sia stato montato solo per disfarsi del regime e del clan di Gheddafi non convince, mentre sembra credibile la ricostruzione, derivata da alcune rivelazioni poi confermate, secondo cui tutto sia stato preventivamente orchestrato con una iniziale regia francese.
Già il 21 ottobre 2010, Nouri Mesnari, l’uomo più fidato del colonnello, lo avrebbe tradito, con lo scopo di un cambio di regime e di un suo diretto tornaconto, magari istituzionale; infatti, rifugiatosi a Parigi, rivelava informazioni militari con tale profusione da essere ironicamente soprannominato Wikileak dai servizi francesi. Il 18 novembre a Bengasi agenti francesi al seguito di una missione commerciale incontravano il colonnello dell’aeronautica Abdallah Gerani pronto a disertare. Scoperto il tradimento del fido collaboratore, Gheddafi chiedeva alla Francia la consegna di Mesnari, che invece otteneva asilo politico e tutela. Il 23 dicembre venivano accolti a Parigi tre libici: Faraj Charrant, Fathi Bourkhris e Ali Mansouri, esponenti importanti del futuro gruppo dirigente della rivolta, e dopo Natale arrivavano a Bengasi i primi aiuti logistici e militari. Il piano della rivolta sarebbe stato pianificato a Parigi con l’aiuto di Mesnari mentre i servizi segreti libici scoprivano le intenzioni del colonnello Gerani e lo arrestavano il 22 gennaio 2011. Ai primi di febbraio sarebbero arrivati addestratori inglesi e americani all’uso di armi pesanti e lanciarazzi.
Il 17 di quel mese scoppia la rivolta in Cirenaica. Fa notizia, a conferma di questa ricostruzione, che altri membri del governo e vari ambasciatori si siano subito dimessi e allontanati dal rais come fosse già costituita una sorta di diplomazia e governo parallelo. Il resto nelle cronache dei giornali fino all’oggi.
Secondo i piani predisposti l’intervento doveva terminare il 27 giugno considerando una massiccia adesione della popolazione alla rivolta, la diserzione in massa dei militari e dei loro comandi e l’appoggio delle organizzazioni delle tribù nelle zone interne. Ma questo non è successo: pare che la maggior parte della popolazione sia stata a guardare, certamente perché non essendoci alle spalle una qualsiasi organizzazione politica di opposizione radicata nella popolazione tutto quanto è sceso dall’alto come le bombe. L’esercito dopo un iniziale sbandamento si è riorganizzato, ma ha dovuto cedere posizioni per l’impari rapporto di forze; nel deserto la vittoria sarebbe stata prossima ma non ancora completa. Questi errori di valutazione e i risultati incompleti hanno costretto la coalizione a prolungare l’oneroso impegno di altri 90 giorni fino al 27 settembre 2011.
Per quanto concerne l’incredibile sfoggio, su entrambi i fronti, di armi di nuova concezione e sistemi complessi possiamo ricordare che, dopo la fine dell’embargo imposto alla Libia dal 1986 al 2004, il rais si lancia in consistenti piani di ammodernamento e potenziamento del potenziale bellico, spinto anche dalla intenzione di diventare la figura egemone di un nordafrica federato sotto la sua ideale tutela. I fabbricanti d’armi di ogni dove, amici e non, lo assecondano, garantiti dalla consistente rendita petrolifera, cui si aggiungono quelli del “mercato parallelo”. In questo tipo di commercio, il divieto di vendita di armi ad un paese scomodo o “canaglia” suscita due reazioni: primo, si favorisce la concorrenza di altri paesi, secondo non si ha più esatta conoscenza dell’arsenale del nemico. Ma un conto è vendere armi leggere e munizionamento, in cui l’Italia ha un ruolo primario nel mondo, altro sono i sistemi d’arma sempre più complessi che necessitano di un continuo e ben informato “servizio post-vendita”, per la formazione del personale, le manutenzioni e i pezzi di ricambio, costosi e difficili da reperire nel mercato parallelo. Il blocco di tale servizio è sempre una forma di controllo e ricatto sul “cliente finale”.
La parte più consistente di questo mercato è sempre stata dell’Urss, ora della Russia, che solo nel 2010, con consegne per il 2011-2012, ha stipulato con la Libia un contratto per 1,8 miliardi di dollari per cacciabombardieri Flanker di ultima generazione, 80 complessi missilistici terra-aria; carri armati per 1,3 miliardi, cui si aggiungono altri mezzi pesanti forniti da alcuni paesi satellite per un totale di circa 4 miliardi. È spiegata quindi, almeno in parte, l’opposizione russa all’intervento Nato e ad un suo coinvolgimento nelle operazioni militari.
A una certa distanza come fornitori seguono la Francia, l’Italia, la Cina ed altri, per un totale di ben 28 paesi tra grandi e piccoli, con la vicina Malta che ha svolto il ruolo di paese terzo con cui triangolare molti di questi traffici.
I buoni affari del commercio d’armi italo-libico si sono sviluppati negli anni salendo a 15 milioni nel 2006 e ben 57 nel 2007. Col “Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato” firmato a Bengasi nel 2008 tra Berlusconi e Gheddafi si stipularono altri accordi che solo per la Finmeccanica hanno prodotto utili per 250-300 milioni e commesse future per 800 milioni. Una considerevole svolta nel commercio d’armi italo-libico avvenne nel settembre 2009 celebrato dall’arrivo a Roma del rais, quando si formalizzò l’acquisto di una importante quota della Finmeccanica da parte di una finanziaria del governo libico, che diveniva così il secondo proprietario di questa azienda strategica in cui si producono armamenti di una certa rilevanza come navi, aerei, carri armati. Nella stessa occasione si autorizzava la vendita di materiale bellico da parte di altre aziende del settore, come Benelli, Beretta, Oto Melara, per un totale di circa 8 milioni di euro. La Selex Sistemi integrati, società della moglie dell’amministratore delegato della Finmeccanica, ha poi siglato nel 2010 un contratto per 300 milioni di euro per la creazione sul confine tra Libia e Ciad di un sistema di protezione e sicurezza, radar e missili.
Il tradizionale doppio gioco italiano ha funzionato anche in questa occasione: da una parte, la “sospensione” del Trattato d’amicizia (tra predoni, evidentemente) era la premessa per trasferire quei bei contratti al CNT, con il quale il ministro degli esteri Frattini si è “attivato” per farsi garantire il riavvio a pace fatta; dall’altra l’Italietta non ha potuto sottrarsi ai suoi impegni di paese Nato. Nulla di nuovo in diplomazia e nel commercio.
I sistemi d’arma più complessi hanno un mercato e un prezzo diversi se possono esporre l’etichetta “testato in combattimento”. I conflitti locali e di breve durata, ma di sempre maggiore intensità, sono il banco di prova di ogni tipo di armamento in vista delle grandi guerre mondiali. Essendo praticamente sempre presenti e a ogni latitudine sono l’occasione per verificarne “sul terreno” le continue modifiche e migliorie. Basti pensare alla continua evoluzione dei droni, i piccoli velivoli teleguidati senza pilota, che da semplici mezzi per l’osservazione aerea ora sono dotati di piccoli razzi con un grande raggio d’azione, costantemente provati nell’interminabile conflitto afgano, per essere poi rivenduti ovunque.
Ecco quindi che la Svezia coglie l’occasione della guerra in Libia per mettere alla prova il nuovo super caccia Gripen, prezzo base 60 milioni di euro; ma battuta sul tempo dal velivolo multiruolo francese Rafale, che ha effettuato la sua prima missione qualche ora prima dell’accordo a Parigi fra tutti i paesi partecipanti alla missione. ”La decisione di effettuare il primo colpo è stata politica e non tattica, e si è portata dietro l’effetto secondario di una buona visibilità per il Rafale”, questo il commento del condirettore dell’Institute for Strategic and International Relations di Parigi. Infatti hanno dato una grande diffusione alle immagini dell’abbattimento dell’unico aereo libico colpito dopo un inseguimento e combattimento da parte del Rafale. La Dassault, la ditta costruttrice francese del Rafale, vanta le meraviglie del suo prodotto le cui vendite però si sono fermate ai 300 esemplari acquistati dal governo francese, perdendo invece tutte le gare d’appalto per questo tipo di forniture in Asia, Africa e Sudamerica e creando ovviamente grossi problemi di recupero degli investimenti e mancati guadagni.
Il resto delle operazioni aeree, tutte ampiamente filmate e diffuse in tutte le televisioni, è stato fatto invece con i classici Tornado, più duttili, meno tecnologici e con equipaggi già ben addestrati al loro uso. Più i sistemi sono complessi più personale necessita per il loro funzionamento. Basti pensare che per impiegare le poche decine di EFA Typhoon inglesi per il “pattugliamento aereo di superiorità” si sono dovuti utilizzare almeno 100 tecnici.
L’elenco degli armamenti è considerevole e lo tralasciamo; tutti avevano dei sistemi da provare come conseguenza della notevole accelerazione nella corsa agli armamenti e della spesa militare, come confermano le statistiche in merito che analizziamo nel nostro costante lavoro di partito.
In fatto di gigantismo e sistemi ipertrofici naturalmente la parte più impressionante è offerta dagli Usa che stanno concretamente esplicitando da parte loro la dottrina “Shock and Awe” cioè colpire ed intimorire il nemico con l’esibizione di organizzazioni militari imponenti. Non è certo una grande novità negli eserciti.
Nel Mediterraneo hanno inviato per il viaggio inaugurale la loro nuova super portaerei USS Gorge HV Bush, considerata la più grande base militare mobile del mondo, dopo aver ricevuto il “certificato di pronto per le operazioni di combattimento” il mese prima della guerra in Libia. Per intenderci bene bisogna notare che il Gorge H.W. Bush Strike Group 2 è un’insieme di almeno 10 unità navali di vario tipo, con eventuali sottomarini nucleari, per un totale di 7.500 uomini. La sola portaerei nucleare ha quattro ettari e mezzo di spazio sul ponte (45 mila metri quadrati) pari a 7 campi da calcio, 5.500 uomini d’equipaggio e porta fino a 90 aerei ed elicotteri. È costata 6,2 miliardi di dollari del 2009.
L’intervento mirato e limitato alla Libia è stato preceduto dalla “Exercise Saxon Warrior”, una grande esercitazione navale di fronte alla Cornovaglia con 26 navi di 6 paesi. Visto il suo programma e svolgimento, che travalicava gli obiettivi contingenti dei fatti libici, e l’enorme dispiego di forze, molti pensarono a preparativi per operazioni di portata ben più grande e ad una probabile escalation militare, che si poteva estendere oltre i confini libici a tutta l’area sud del Mediterraneo.
Ma questo enorme e muscoloso gigante è stato fin qui mosso da un cervello scoordinato producendo risultati non consoni alle aspettative di quanti lo nutrono. L’impaziente Francia ben sapeva che senza l’aiuto dei sistemi di guerra elettronica americana, gli aerei invisibili ai radar Awacs e i missili da crociera, poteva fare ben poco; la Gran Bretagna per impiegare le decine di Tornado in Libia ha dovuto lasciare metà della sua flotta aerea a casa senza pezzi di ricambio e sospendere i voli dei loro intercettori a difesa. Il comando americano per l’Africa (Usafricom) aveva un suo piano di guerra che pare prevedesse solo l’eliminazione e sostituzione del gruppo di Gheddafi, piuttosto che una lunga e costosa “no-fly zone” o la distruzione delle forze aeree libiche. Forse per contrasti interni ai tre maggiori “salvatori” il comando delle operazioni è poi passato alla Nato. Poi la liquidazione delle forze libiche non è stata così facile come previsto e i fatti militari accaduti sembrano una miscellanea delle varie impostazioni.
I costi di questa breve guerra, secondo la Strategic Cultur Foundation, sono incredibili e non ancora finiti: al 3 giugno il Pentagono dichiara di aver sostenuto costi per 716 milioni di dollari, più 1 milione per ricostituire le riserve del ministero della Difesa più 1 milione in “aiuti umanitari”. Ne prosieguo, oltre il 30 settembre, si prevedeva di spendere altri 400 milioni. I missili Storm Shadow lanciati dai sottomarini nucleari costano ognuno 1,1 milione di dollari mentre il collaudato Tomawak 800 mila dollari. Il ministero della Difesa francese dichiarava spese fino al 3 maggio di 53 milioni di euro per l’operazione United Defender e 32 milioni per le munizioni. All’8 maggio la Gran Bretagna aveva speso 44 milioni di sterline per le armi guidate ad alta precisione. L’invio di 4 bombardieri Tornado GR4, 3 jet intercettori Eurofighter Typhoon e relativo appoggio tecnico sono costati 3,2 milioni di dollari ogni giorno. Un’ora di volo dei Tornado costa 33 mila dollari con carburante, manutenzione e addestramento equipaggio. I Thyphoon costano 80 mila dollari all’ora. La povera Italia, tramite il ministro della Difesa La Russa, ha dichiarato di aver dovuto ridurre i costi di partecipazione all’operazione da 142 a 60 milioni di dollari. Dal 30 settembre è previsto che i costi complessivi per le operazioni in Libia sarebbero saliti a 1,1 miliardi di dollari.
Forse è stato proprio questo uno dei motivi per dare una svolta alla guerra e arrivare all’assassinio di Gheddafi.
Non sappiamo ancora quante distruzioni e quanti morti ha provocato, ma sappiamo, da una stima del Fondo Monetario Internazionale, che la guerra sarebbe “costata 35 miliardi di dollari ai 6 milioni e mezzo di cittadini libici, cioè il 50% del PIL del Paese che nel 2010 superava i 70 miliardi di dollari” (Il Manifesto, 29 ottobre).
Questa enorme spesa e le distruzioni sono state pagate con lo sfruttamento e con il pluslavoro estorto ai proletari e ai lavoratori libici e di tutti i paesi coinvolti, mentre i capitalisti si fregano le mani per i profitti che ne stanno ricavando. Il proletariato non ha da richiedere democraticamente una riduzione delle spese militari o a una generica cessazione degli interventi di guerra; deve ricostituire la sua organizzazione di classe per opporsi con la forza al militarismo borghese, per opporre alla guerra tra gli Stati la guerra di classe del proletariato di ogni paese contro il capitalismo mondiale.