GUERRA O RIVOLUZIONE
Indici: Contro la Guerra Imperialista
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Lenin, nel suo “Imperialismo”, che è un testo di potente condanna dell’opportunismo pacifista e legalitario, sentenzia: «Nella realtà capitalista e non nella volgare fantasia dei preti inglesi o del “marxista” tedesco Kautsky, le alleanze “interimperialiste” o “ultraimperialiste” non sono altro che un “momento di respiro” tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale fra tutti i paesi imperialisti. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta le guerre nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, sull’unico e identico terreno dei nessi imperialistici e dei rapporti della economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta».
Vi è una stretta connessione, quindi, “tra i periodi di pace imperialista e i periodi di guerre imperialiste”, e non un distacco, una separazione. La artificiosa separazione tra questi due aspetti dell’imperialismo è la dottrina politica del capitalismo, fatta propria dai falsi partiti operai.
In questo modo si consolida nel campo politico l’alleanza stretta – tendente verso l’imparentamento degli ex partiti operai e degli ex sindacati operai con il capitalismo e l’imperialismo – originata dall’imborghesimento di una parte della classe operaia in virtù di privilegi economici e materiali che la borghesia le accorda per mantenere in stato di sfruttamento il proletariato.
Per battere l’imperialismo è necessario battere l’opportunismo. Per impedire che l’imperialismo passi dal “periodo di pace” della sua lotta per la conservazione dei privilegi delle classi dominanti, alle “guerre imperialiste”, bisogna che il proletariato sconfigga i partiti sedicenti operai, falsi comun-socialisti, opportunisti nelle parole, borghesi nei fatti.
Qual è, al contrario, la “soluzione” proposta sia dalle piccole potenze, in mezzo al torchio delle grandi, sia dai partiti borghesi della classe operaia che monopolizzano il proletariato? Spezzando artificiosamente, a bella posta, la connessione tra le due fasi dell’esistenza del dominio imperialista sul mondo, propongono il “disarmo” delle potenze maggiori, la “regolamentazione contrattata” degli opposti interessi economici tra gli Stati, il ritorno agli “scambi” tra le nazioni in “modo nuovo”, ecc. ecc..
Ma la guerra è la continuazione della “pace”, la logica conseguenza della spoliazione dei paesi deboli, della dittatura internazionale del capitalismo sul proletariato mondiale, in una forma e con mezzi più idonei. Questa falsa “soluzione” nasconde al proletariato le profonde ragioni della guerra imperialista, perché nasconde le profonde ragioni della “pace”.
La guerra tra gli Stati è una necessità del capitalismo, che gli viene imposta dal suo infernale meccanismo economico. Non viene “decisa” da nessuno, come non viene “decisa” da nessuno la lotta di classe. La guerra è la ineluttabile forma di esistenza dell’imperialismo. I “capi” della classe operaia lo sanno. Conoscono alla perfezione le cose, ma anch’essi non possono sottrarsi alla vile menzogna, perché soltanto nella continuità della società divisa in classi, solo lottando per impedire al proletariato di emanciparsi dal lavoro salariato, possono assicurare, o credono di poter assicurare, alle aristocrazie operaie i privilegi sinora goduti.
L’affermarsi e il potenziamento dell’imperialismo è la base su cui l’alleanza sempre più stretta tra capitalismo e opportunismo assume le forme di un “regime politico” oggi in funzione arivoluzionaria, domani, con l’esplosione della rivolta proletaria al sistema, in funzione controrivoluzionaria.
Lenin, sempre nel suo Imperialismo, esprime, con profondo spregio, questo stesso nostro concetto: «In una serie di paesi, l’opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l’aspetto di social-sciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese». E ancora Lenin, in chiusa del testo: «È questo strato di operai imborghesiti, di “aristocrazia operaia”, perfettamente piccolo-borghese per la sua maniera di vivere, per i salari percepiti, per la sua concezione del mondo, che costituisce il puntello principale della II Internazionale [oggi si direbbe degli ex partiti operai, ndr]; e nei nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) [non militare, perché alla data della prefazione, 6 luglio 1920, la guerra non c’era, ma fu “puntello militare” alla vigilia e durante la “grande guerra” 1914-18, ndr], della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio (labour lieutenants of the capitalist class), veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente, e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei “versagliesi” contro i “comunardi”.
La soluzione rivoluzionaria
“Guerra alla guerra”, fu la parola d’ordine dei marxisti rivoluzionari al tempo del primo conflitto imperialista. “Guerra alla pace borghese” deve essere la parola d’ordine dei veri comunisti nell’attuale fase di preparazione di un terzo conflitto mondiale. Se il proletariato riuscirà a sconfiggere il capitalismo nella fase pacifica della sua dominazione, eviterà un nuovo massacro, e con esso la continuazione della signoria imperialistica sul mondo.
I sedicenti partiti comun-socialisti e i falsi sindacati operai marciano in direzione opposta a quella indicata dai comunisti. Essi percorreranno la loro strada fino in fondo. Non potranno invertire la rotta che li ha resi protagonisti della seconda guerra imperiale e della ripresa “pacifica” del capitalismo.
“Guerra alla pace borghese” è sinonimo di guerra civile del proletariato contro la società attuale, la cui prima fase è quella della preparazione rivoluzionaria, per strangolare il capitalismo prima che metta in atto i suoi disegni di distruzione.
Un nuovo e potente impulso ha avuto l’industria di guerra in tutti i paesi. Ammassamenti di truppe lungo i confini degli Stati, flotte navali e aeree tracciano schemi di morte in ogni punto della Terra, messi in moto dalle potenze capitalistiche, mentre i partiti del tradimento studiano le combines più favorevoli ai rispettivi Stati a salvaguardia degli interessi del sistema capitalistico.
Non un accenno alla solidarietà proletaria internazionale, imperniata sulla rivolta del proletariato al regime del profitto. Non un’iniziativa pratica che disponga il proletariato in linea di combattimento contro le rispettive gangs capitalistiche. Partiti e sindacati di regime, anzi, si sbracciano persino per “autoregolamentare” lo sciopero, per eliminare la minima frizione tra proletari e capitalisti.
Come si può pensare che la classe dei salariati possa imporre la sua volontà ai mostri di guerra, se non è in grado di scatenare la sua forza almeno in difesa dei suoi minimi interessi? L’”imputridimento” del capitalismo, caratteristica della fase morente di questo sistema sociale, più virulento là dove è più sviluppato, coinvolge partiti e sindacati nella stessa sorte.
La guerra a questo connubio vergognoso, che ha trascinato nel fango le bandiere del comunismo, è l’unica guerra giusta, per far progredire la secolare lotta di liberazione del proletariato dal capitalismo.
Una guerra a prossima scadenza è inevitabile: o la guerra tra gli Stati per la continuità dell’oppressione sul proletariato delle classi dominanti, o la guerra tra le classi per il riscatto del proletariato. I lavoratori devono decidere a quale guerra aderire. Sapendo che i loro capi sono indissolubilmente compromessi con il regime borghese, anzi ne sono la parte costitutiva più ferocemente antiproletaria e anticomunista, ai proletari non resta che abbandonare gli attuali falsi partiti operai se non vogliono, loro malgrado, scegliere la guerra imperialista.
Fino a pochi mesi prima della prima guerra mondiale le opposte ben orchestrate propagande di partiti traditori, all’unisono con quelle degli schieramenti capitalistici, avevano giurato di non volerla in nome della “pace” e della “libertà” dei popoli, per poi vergognosamente appoggiarla.
Alla seconda carneficina mondiale il proletariato è stato portato, senza colpo ferire, perché privato del suo partito rivoluzionario mondiale, per combattere su uno dei due fronti della “democrazia” o del “fascismo”, con cui le classi dominanti mascheravano i loro interessi capitalistici. Abbacinati e frastornati dalle opposte propagande e ideologie, i proletari non erano in grado di attestarsi sul loro fronte ideologico, il comunismo. La classe operaia si è trovata così nella trincea del nemico borghese, a combattere e morire per una causa che non era la sua. Si è portato a fianco di un blocco di “padroni” una parte del proletariato, ad uccidere l’altra parte imprigionata in un altro blocco di “padroni”. Il proletariato non ha evitato la violenza, lo scontro armato e cruento, la fame e le distruzioni. Le classi lavoratrici sono state immolate per la continuità del regime borghese.
Oggi, come allora, i capi della classe operaia internazionale continuano a predicare che si possano risolvere gli irrisolvibili problemi sociali ed economici di questa società in modo pacifico, senza urti e scontri, ricorrendo ogni compromesso, al solo fine di impedire ai diseredati di vedere chiaro il vero volto della presente società, divisa ferocemente in classi, in Stati sempre sul piede di guerra. L’unica classe disarmata, con i crani imbottiti di pacifismo borghese, è il proletariato, che i falsi partiti socialcomunisti hanno messo al servizio dei rispettivi paesi capitalistici. In questo stato di soggezione totale è estremamente facile per le centrali imperialistiche montare altre “crociate” di guerra, con cui dividere su opposti fronti armati il proletariato mondiale, chi sotto la bandiera infame dei “diritti” dei cittadini, chi sotto la bandiera di un “socialismo” bugiardo, che gli Stati calpestano entrambe mille volte al giorno.
Ci vuol ben altro che il terrorismo di ambigue fratrie, farneticanti di “vera” democrazia e di Stato “popolare”, per strappare le centinaia di milioni di proletari dalla dittatura disumana del capitalismo. Ci vuol ben altro che “riformare” una società che si regge sullo sfruttamento feroce del lavoro salariato, di cui dilapida con demenziale sistematicità le opere. Altro che la predicazione gesuitica dei rapporti “civili” tra le classi e gli Stati, scrosciante dai molteplici pulpiti di innumeri cosche politiche, sulle teste attonite e trepidanti dei lavoratori.
Morte al capitalismo, in pace e in guerra! È questo l’indirizzo del comunismo rivoluzionario. Lotta violenta, senza quartiere, alle classi proprietarie e ai loro Stati, mille volte più violenta e determinata contro i partiti traditori. Guerra alla pace borghese, per distruggere il potere politico delle classi dominanti e instaurare la vera pace, quella proletaria e comunista.
Il dilemma non è, quindi, pace o guerra. In regime capitalista, la pace genera la guerra e viceversa, come insegna Lenin e la storia. Il problema è invece: o la continuità del capitalismo criminale, o la rivoluzione proletaria internazionale.