LA CRISI DELLO STATO E LA NECESSITÀ DEL PARTITO
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Esposto alla Riunione a Firenze, 6-7 giugno 1979 [RG14]
Le forze della reazione borghese e dell’opportunismo, accentuando la loro polemica a proposito della crisi del marxismo, crisi dello Stato, crisi generale della società, sembrano compiacersi di vivere schizofrenicamente la presente condizione: saremmo di fronte cioè ad una profonda crisi di valori davanti alla quale nessuno dovrebbe arrogarsi la pretesa di avere principi, dottrina, una effettiva guida per l’azione.
I comunisti hanno sempre respinto questo tipo di operazione che tende a spostare la lotta di classe dal suo terreno naturale e materiale per avvolgerla e invischiarla in defatiganti dispute ormai al confine della mistica religiosa. Non è la prima volta, per chi ha memoria storica, che la crisi del capitalismo viene decifrata in queste forme.
«La “revisione di tutti i valori” nei diversi campi della vita sociale condusse alla “revisione” dei principi filosofici più astratti e più generali del marxismo (…) È impossibile voltare le spalle ai problemi sollevati da questa crisi. Nulla è più nefasto, più contrario ai principi, che il tentativo di eludere questi problemi con delle frasi. Nulla è più importante dell’unione di tutti i marxisti che hanno coscienza della profondità della crisi e della necessità di combatterla per difendere le basi teoriche del marxismo e dei suoi principi fondamentali (…) snaturati dall’influenza borghese» (Lenin, Opere scelte, Mosca. pag.458-461).
Il compiacimento o la rassegnazione nel giudicare la crisi generale della società borghese è proprio l’opposto del metodo materialista e dialettico, che tende a ricercarne le cause obiettive per poter far leva sulle debolezze del nemico di classe e abbatterlo definitivamente. I comunisti non si compiacciono di nessuna schizofrenia; ma la spiegano: «L’indipendenza acquistata dai pensieri e dalle idee è conseguenza dell’indipendenza acquistata dai rapporti e dalle relazioni personali degli individui (…) L’occupazione esclusiva degli ideologi e dei filosofi, che attendono a sistemare questi pensieri, e quindi l’ordinamento sistematico di questi pensieri, sono conseguenza della divisione del lavoro» (Marx-Engels, Opere complete, pag.464-465). I comunisti, lungi dall’illudersi che gli ideologi della classe nemica cessino di far ricorso a tutte le arti, dalla logica alla tecnica dichiarata di manipolazione del consenso, accettano la sfida anche su questo terreno, ma mai saranno disposti a mascherare e mitigare questo duro conflitto con l’ipocrita formula del “libero confronto delle opinioni”, del “pluralismo ideologico” e della “democrazia delle idee”. È necessario anzi, nella babele delle lingue, ristabilire il valore e il senso delle parole, ritornare, come noi diciamo, all’ABC del marxismo, altrimenti basterà lanciare la suggestiva accusa di “metafisica” per dare per scontati errori, false deduzioni e sconfessioni.
Si polemizza sulle definizioni che il marxismo ha dato dello Stato e si sostiene che l’immagine dello Stato come comitato d’affari della borghesia sarebbe di stampo economicistico e quindi presupporrebbe di fondarsi sulla “razionalità” armonica del modo di produzione capitalistico, mentre l’immagine dello Stato come macchina repressiva della classe proletaria peccherebbe di iperpoliticismo, nel senso che sposterebbe l’accento su un processo decisionale autonomo e quindi squisitamente politico.
È noto che nel tanto reclamizzato dibattito che si svolge nella grande chiesa dell’opportunismo, nel P.C.I., i cento fiori del pluralismo ideologico stanno partorendo né più né meno che il vecchio e da noi sempre aborrito topolino della politique d’abord, vezzosamente ribattezzato come “autonomia del politico”.
Ci si domanda: qual è la funzione dello Stato nell’ambito della crisi del capitalismo? Lo Stato si limita a “neutralizzare” il sorgere o il generalizzarsi fino alle soglie critiche di istanze negative nei confronti delle leggi fondamentali che regolano lo sviluppo, oppure è capace di scelte, di decisioni la cui razionalità è autonoma, cioè non semplicemente fondabile sulla razionalità dell’economia? Fuori dalla terminologia fumosa, siamo di fronte al classico dilemma: lo Stato borghese può impunemente favorire processi di democratizzazione che non mettano in discussione la propria natura di classe, oppure ad un certo grado della crisi economica e sociale è costretto a rompere gli indugi, a dispiegare con decisioni drastiche la sua forza, la sua violenza, la sua capacità di imporre la difesa dei privilegi di classe, se necessario anche alle frazioni recalcitranti del Capitale stesso?
La teoria e la pratica comunista rivoluzionaria hanno risposto e codificato gli insegnamenti della lotta di classe a tale proposito: lo Stato cosiddetto “liberale” censitario ed aristocratico ha dovuto ammettere l’incapacità della neutralizzazione, fino al punto che nell’epoca dell’imperialismo, nelle aree capitalistiche più conflittuali, si è visto costretto a ripudiare la democratizzazione o a coniugarla con la repressione violenta e dittatoriale sia sul piano economico e sociale sia politico e militare. Non abbiamo mai avuto bisogno della sociologia weberiana e sombartiana, tanto ammirata e rivalutata, per riconoscere che lo Stato liberale, ad un certo sviluppo delle contraddizioni sociali e politiche aveva dovuto gettare la maschera e farsi riconoscere per quello che è sempre stato: un comitato d’affari della borghesia dotato di una macchina di repressione contro gli attacchi della classe nemica.
È per questa strada maestra che la Sinistra Comunista poté non perdere la testa davanti al “cambiamento di governo” con l’avvento del fascismo allorché chiaramente ribadì tutti i capisaldi della teoria marxista, mentre il tradimento del massimalismo parolaio, sotto il peso della vittoria della controrivoluzione, andava a cercarsi alleati nell’ambito della democrazia borghese tentando, ancor oggi senza esito, di trovare una definizione appropriata della violenza, prima fascista e poi nazista, che non fosse la settaria e semplicistica (la nostra!) formula del semplice cambiamento di forma di dominazione borghese!
Il fatto è che fuori dalla dialettica materialistica lo Stato come soggetto di decisione autonome, dotato di una più assoluta razionalità, si fonda sulle sabbie mobili dell’idealismo e dell’arbitrio intellettualistico.
Il comunismo rivoluzionario, come ha sempre rivendicato che la lotta economica generalizzata del proletariato è una lotta politica, così mai ha rifiutato di riconoscere che il comitato d’affari della borghesia, fosse pure quella cricca di masnadieri come fu inteso il fascismo dalla tradizione liberal-socialdemocratica, non riveste funzioni puramente economiche, ma ha sempre esercitato le funzioni politiche del dominio, del comando, della decisione, delle scelte. Il comitato d’affari è la inevitabile tendenza della società borghese studiata da Hegel a darsi un assetto, un ordine, una centralizzazione. La società politica, lo Stato, è il terreno normativo e “razionale” di questo processo di selezione e di generalizzazione della società borghese.
Se è vero, come stanno riconoscendo i riscopritori del “sociale”, che già Hegel non era tanto ingenuo e sprovveduto da considerare la società borghese come pura natura, pura economia, ma come luogo di formazione di volontà politiche, di forme politiche, non si vede perché il comitato d’affari della borghesia, cioè lo Stato, non debba essere dotato di una macchina repressiva, militare, burocratica, amministrativa che svolga squisite funzioni politiche, cioè capace di scegliere, di decidere.
D’altro canto il marxismo rivoluzionario – proprio perché criticando e rimettendo in piedi la dialettica hegeliana non si è mai sognato di fondare o di giustificare il politico, lo Stato, sul puro pensiero, sulla pura ragione, o magari, come tutte le correnti cristiane, sul peccato, sulla caduta, sul risarcimento del male, ma come processo storico che trae le sue origini dai bisogni umani, dalle forze sociali antagonistiche della moderna lotta di classe – non si è mai ritenuto pago di aborrire la politica intesa come assoluta volontà, magari come Etica, e quindi capace di giustificarsi da sé.
Tutto ciò non ci impedisce, anzi ci permette si seguire lo sviluppo delle funzioni dello Stato di classe, dal capitalismo manchesteriano all’imperialismo ultra putrido dei nostri giorni, ma con esiti opposti alla sociologia weberiana che fa della razionalizzazione e della democratizzazione un dato insuperabile, addirittura un “valore”, in sintonia con l’opportunismo militante che dalla sociologia di moda trae conclusione che la forma Stato, proprio perché non può essere intesa in senso metafisico, ma come un insieme complesso e relativo di funzioni, non può che essere trasformata, modificata, gradualmente, in un intreccio di linee di omogeneizzazione non violenta, di immissione di elementi di socialismo perfino nella sfera del politico!
Di fronte alle facili battute alla Kaldor, «È in crisi il capitalismo? Certo… Ma lo è sempre stato», opponiamo l’analisi e la strategia comunista, che non si limita a constatare l’instabilità della società borghese, la sua interna anarchia determinata dalla concorrenza, dalla competizione e dalla lotta incessante e cruenta tra le opposte frazioni del capitale, ma ha individuato le leggi oggettive della crisi permanente, i suoi ritmi, non solo nel gioco della cosiddetta economia, ma nelle forme politiche, giuridiche e perfino religiose, artistiche e letterarie.
Quando la sofisticata letteratura borghese ha, come sempre, tentato di metterla sull’umanistico, sul sentimentale, noi marxisti rivoluzionari non abbiamo cessato di sondare il sottosuolo capitalistico con il consueto strumento, promettendo inequivocabilmente la fine del falso benessere e delle “magnifiche sorti e progressive”.
Le esercitazioni dell’opportunismo sulla funzionalità o meno della “crisi” alla sopravvivenza del modo di produzione capitalistico hanno partorito distorsioni e mostri sia teorici sia pratici: si è potuto, a base di aggiustamenti tattici e di abbandono dei principi, non rendersi conto che lo Stato borghese, proprio al culmine della crisi della società e dei rapporti di produzione, mentre promette fedeltà ai classici principi della democrazia e del liberalismo, si arma fino ai denti in nome della convivenza e della pace fra le classi, e prepara le sue opzioni che non escludono mai, nemmeno nella più liberale delle costituzioni moderne, il ricorso all’uso dei mezzi eccezionali, dallo stato d’assedio alla soppressione delle cosiddette garanzie.
Di fronte all’attitudine dello Stato della borghesia che, sulla base del suo ormai bisecolare dominio, sa porsi il problema della rosa delle tattiche, l’opportunismo gioca sull’unica tattica possibile, sulla democrazia e sul gradualismo pacifista ed imbelle.
Soltanto a scopo di esercitazione accademica potremmo ammettere che allo Stato “neutralizzatore” dei conflitti di classe, è succeduto lo Stato capace di autonomia decisionale, al di sopra di particolari interessi di classe in senso economico.
I compiti del partito
«I comunisti non costituiscono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai (…) Non esigono principi particolari sui quali vogliono modellare il movimento proletario (…) Nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo (…) Dal punto di vista della teoria hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario» (Manifesto del Partito Comunista).
I comunisti sono in prima fila nella lotta quotidiana che oppone la classe dei salariati alla borghesia e al suo Stato: la prima forma di distinzione nei confronti degli altri partiti operai (reali partiti operai per tutta un’epoca del moderno scontro di classe fino all’apparizione del vero partito del proletariato mondiale, oggi inevitabilmente falsi partiti operai che pescano esclusivamente voti e seminano illusioni nella classe) è quella di vivere, a contatto con la classe, fuori dal politicantismo e delle convenienze, lottando e sforzandosi di dirigere e unificare le battaglie grandi e piccole dei proletari.
All’inizio c’è l’azione, solo dopo la coscienza. Per questo i comunisti non possono pretendere di farsi riconoscere come dirigenti dal movimento proletario per il fatto di possedere la teoria, o la dottrina, o la conoscenza della società, e dunque «non esigono principi particolari sui quali vogliono modellare il movimento proletario». Il compito dei comunisti – nell’epoca della crisi acuta dell’imperialismo, che ha, esso sì veramente e tragicamente modellato a sua immagine e somiglianza i rapporti sociali, quando borghesia ed opportunismo fanno a gara nel proporre “modelli” o rinnegarli – rimane quello di influenzare la classe dei salariati e di importarvi la propria visione e la propria dottrina, che è tutt’altra cosa che “modellare” il movimento.
I comunisti rivoluzionari esigono principi e disciplina, non caporalesca, nel partito, quando le centrali dell’opportunismo dilagante ratificano a distanza di mezzo secolo il loro voltafaccia a qualsiasi principio in nome della libertà di critica e di autocritica. Il privilegio o la prerogativa che detiene il partito comunista di rappresentare l’interesse del movimento complessivo non gli derivano da nessuna investitura divina o laica, da nessun legame di rappresentanza di una determinata base sociale sancita da nessun congresso o contratto sociale, ma dall’esperienza di lotta pratica che ha visto i comunisti sempre all’avanguardia nella difesa dei salariati dalla pressione del capitale. Mai il partito comunista ha rinunciato praticamente o teoricamente enunciato la possibilità di abbandonare a se stessa la classe, in attesa di tempi migliori o congiunture favorevoli a determinare il suo influsso: ben altro è il significato del determinismo sociale e delle sue leggi, indipendenti dalla volontà particolare di qualcuno, foss’anche il partito di classe. Lo scontro delle forze nel grande parallelogramma storico fa del partito stesso un risultato, un prodotto che a sua volta agisce come forza in determinate cuspidi del movimento complessivo, capace di rovesciare il senso della prassi.
Il vantaggio che hanno, dal punto di vista della teoria, i comunisti, sulla restante massa del proletariato, dipende dal fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario; questo vantaggio è gratificante, ma non di per sé in grado di modificare i rapporti tra le classi a suo piacimento e quando lo vuole. La rinuncia a questo vantaggio, in nome di una presunta eguaglianza dei “partiti operai” o del loro eguale diritto di rappresentanza da contendersi o conquistare nel libero gioco della democrazia politica, è la rinuncia alla lotta politica e ai fini storici del proletariato come classe. Detenere la coscienza politica e la conoscenza, ugualmente, non è una formula vuota, e comporta per il partito di classe non tanto la consegna puramente formale ed astratta di conservare gelosamente il depositum fidei, ma l’esercizio costante di essa come strumento di lotta ideologica e costante guida per l’azione.
Quando dunque il partito comunista rivendica la sua esclusività e la sua unicità come organo della classe non lo fa per lusso teorico, ma ne assume la responsabilità storica, che comporta la sua abilitazione alla guida e alla direzione della lotta contro la borghesia, dalla presa del potere all’esercizio indiscusso e dispotico della dittatura proletaria. In questo senso è falso che il partito di classe partecipi alla contesa democratica perché il proletariato gli riconosca le sue prerogative: sono gli stessi partiti opportunisti che fanno a gara per dimostrare chi meglio degli altri ha rinunciato a perseguire i fini storici della lotta di classe, ripudiando i capisaldi di principi e di dottrina, che come un sol blocco racchiudono le leggi di sviluppo delle contraddizioni sociali nell’epoca capitalistica-imperialistica.
Nel delineare l’origine e le caratteristiche del partito comunista, già perfettamente enucleato nel Manifesto, le forme organizzative che la classe dominante borghese ha storicamente posto in essere vengono sottoposte dal marxismo ad una critica radicale non puramente ideologica, ma conoscitiva, che permette ai veri comunisti di trarre le lezioni essenziali senza le quali sarebbe illusorio proporre fini e fare previsioni.
Contro le mistificazioni oggi di moda, secondo le quali il marxismo rivoluzionario difetterebbe di una sua teoria dello Stato, ribadiamo al contrario che ha svolto una duplice analisi dello Stato, dimostrando, da un lato, che esso è la rappresentazione alienata e capovolta della lotta di classe come struttura, dall’altro che materialmente è come una macchina o apparato, i cui organi, risultanti da una divisione del lavoro specifico, assumono una funzione ben reale (e non illusoria) della lotta di classe.
La preferenza nelle due formule consiste fondamentalmente nel fatto che la forma Stato, sottoposta ad analisi critica dal marxismo rivoluzionario, soltanto nella “cultura” opportunistica e revisionistica malata di miti è presa a “modello” analogico per giustificare e dare un fondamento teorico alla natura del partito di classe. Dallo Stato identificato come sfera politica si arriverebbe alla tesi del partito-coscienza; dallo Stato individuato come apparato si giustificherebbe la tesi del partito-organizzazione. Nella concezione rivoluzionaria la forma Stato di tipo borghese, sia nell’una sia nell’altra accezione, è soltanto una lezione storica che il partito di classe apprende, non per imitarla o adeguarsi ad essa, ma per distruggerla e superarla.
Nella problematica giuridica del diritto naturale i concetti di partito e di classe (J. J. Rousseau, Il contratto sociale, II, 2-3) designano la divisione della società contro se stessa. La negazione del partito o della divisione in partiti è la condizione per garantire l’inesistenza delle classi e la possibilità dello Stato democratico (identità tra popolo e Stato). I partiti e le classi non vengono riconosciuti come necessari prodotti sociali dei conflitti di classe, e la loro negazione è dunque puramente ideale: nello Stato inteso come espressione etica della volontà generale le divisioni di qualsiasi tipo vengono sublimate e unificate.
La rivoluzione come processo reale, che comporta l’abolizione delle classi mediante la lotta di classe, l’abolizione della guerra mediante la guerra, l’estinzione dello Stato attraverso l’esercizio della autorità statale di una sola classe, è la scoperta della teoria marxista, che rivela il capovolgimento della realtà operata dall’ideologia borghese e la rimette in piedi partendo dall’azione pratica sulla quale si ergono le costruzioni mentali o di coscienza.
Il marxismo rivoluzionario prende atto che solo in determinate condizioni storiche singole classi sociali, perseguendo il loro interesse particolare, dialetticamente si identificano con l’interesse generale dell’umanità (il Terzo Stato nella Francia rivoluzionaria dell’89, contro la logica reazionaria dei due ordini privilegiati del clero e della nobiltà, si proclama Nazione), ma si rifiuta di concepire questa realtà storica come un’ipotesi astratta. L’ideologia borghese, che si considera insuperabile e pretende di affermare che lo stesso marxismo, prevedendo la fine della società di classe, non farebbe nient’altro che riconoscere e sostituirsi alla borghesia nell’ipostasi che nega, fa finta di non ricordare che le teorie dello Stato elaborate in tutto il corso del processo storico che va dall’abbattimento del feudalesimo alla rivoluzione russa, primo e ancor oggi unico esempio pratico di reale dialettica validità della dottrina marxista, non sono andate più in là delle giustificazioni delle classi sociali e della loro convivenza sotto l’egida dello Stato, identificato ora come incarnazione del volere divino reso immanente alla storia umana, ora come imparziale arbitro dei conflitti di classe.
La razionalità in nome della quale pretende di smentire la “nuova metafisica del potere” di stampo marxista non è che la ragione della borghesia: la verità è che non è in grado di concepire una dialettica che vada al di là della lotta dell’uomo contro l’uomo, rimanendo penosamente ancorata, essa sì, al belluino stato di natura immaginato agli albori dello Stato assolutistico moderno. Mentre si atteggia a disputare gli equilibri naturali e di governo mondiale, non riesce a conciliare il “ferreo determinismo” naturale con il regno dei fini se non a base di buona volontà, o, nel migliore e “laico” dei casi, di imperativi categorici.
È merito del marxismo, che informa e sorregge la ragione del partito di classe, di aver riportato a sintesi questi due mondi solo apparentemente separati, attribuendo questo compito non a individui o a volontà, ma alla dinamica stessa delle dialettiche relazioni che legano in un unico spazio-tempo storico e naturale le forze sociali e le loro contraddizioni.
L’interesse particolare del proletariato ricopre dunque una sostanziale universalità, perché esso, sottoposto ad uno sfruttamento radicale, tende non ad un nuovo e definitivo Stato, ma all’abolizione della società in classi. Né contraddice questa tendenza la necessità per il proletariato di attrezzare un suo Stato, esplicitamente di classe, macchina e apparato dei suoi interessi.
Solo dialetticamente il perseguimento dei propri e esclusivi interessi di classe comporta il perseguimento e l’identificazione con il bene di tutta la specie umana. Pretendere, come fa l’opportunismo dilagante, specie il più fetido di ascendenza staliniana, di “laicizzare” la propria concezione dello Stato prima della presa del potere e dell’esercizio dispotico della dittatura proletaria, significa affidarsi alle formule care al democratismo piccolo-borghese del potere di tutto il popolo e proudonismi di questo genere.
A maggior ragione è assolutamente da escludere che la forma Stato sia da imitare nella seconda accezione di macchina o apparato, nel senso chiuso dell’ideologia borghese. Lo Stato proletario sarà sì un apparato e una macchina di repressione della classe nemica e dei suoi alleati, ma contro le illusorie mistificazioni rappresentative fondate sulla scheda elettorale, non si presenterà come Stato di tutto un popolo, in senso democratico, bensì come espressione dialettica e politica dei fini storici del proletariato. Ancor più gravi diventano le distorsioni dell’opportunismo quand’esso, fondandosi sulle analogie tra partito e Stato, tende a confonderli e a giustificare impossibili simbiosi tra distinte forme organizzative del proletariato stesso. Nostra tesi è che “la naturale tendenza del proletariato a sopprimere la società divisa in classi” non si materializza che nella costituzione della classe stessa in Partito.
Al contrario, classe e partito, pur vivendo l’uno a contatto dell’altra, vivono parallelamente, né l’uno nasce dall’altra. Il partito non si confonde in nessun momento con le organizzazioni delle classe, né la teoria che detiene viene elaborata dalla classe, essendo essa la lettura, che solo un organo che vive oltre le contingenze è in grado di fare, delle condizioni storiche per ricondurle a sintesi capace di previsione e direzione. La coscienza, o meglio la dottrina, contro ogni interpretazione soggettivistica, della universalità della missione del proletariato è patrimonio storico del Partito, non della classe statistica. La stessa nozione sintetica di classe è possibile in senso politico solo in quanto esiste il Partito, solo organo capace di indicare i fini all’insieme delle forme di combattimento, che vanno dal movimento spontaneo dei salariati alle organizzazioni che hanno storicamente preso il nome di leghe di resistenza, cooperative, associazioni di mutuo soccorso, fino al sindacato e ai consigli operai. Ma la coscienza di classe non risiede mai, né si diffonde democraticamente sulle varie e dialettiche istanze della classe; la gerarchia dell’organizzazione di classe non è determinata dalla volontà popolare, ma dai rapporti di forza, a loro volta non adottabili a piacimento, essendo il frutto dello scontro con le organizzazioni nemiche.
Mai si è dato storicamente che sindacato o consigli operai potessero illudersi di dirigere la lotta di classe contro il partito e senza il partito: al massimo, dialetticamente, si può parlare di coincidenza contingente del tenore della lotta e della coscienza che di essa hanno avuto in particolare circostanze determinanti organismi operai e partito: ci riferiamo al classico “tutto il potere ai Soviet” di Lenin. Non siamo d’accordo con la fusione o sintesi universale tra scienze naturali e scienze morali, alla Kautsky, in parole più povere tra forze statistiche e spirito, tra classe e partito.
Le forme spontanee di lotta operaia, il sindacato, i Soviet, non stanno tra di loro in una relazione di fusione, ma di influenza reciproca, in modo che il partito sta al vertice della piramide immaginaria del potere proletario. Nella “Situazione della classe operaia in Inghilterra” la descrizione delle condizioni di vita materiale del proletariato, indica in esso già “la dissoluzione della società borghese”, la classe universale, perché priva di qualsiasi proprietà, nel senso di qualsiasi interesse da far valere (“non ha nulla da perdere fuorché le sue catene”).
Ma la politica non è né educazione, né propaganda (“non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un principio nuovo; qui è la verità, qui inginocchiati” (Lettera di Marx a Ruge, settembre 1843).
Il proletariato non esiste come classe per il solo fatto che i proletari subiscono tutti delle condizioni di sfruttamento simili. Anzi, lo stesso rapporto capitalistico si fonda sulla concorrenza tra lavoratori. Il solo effetto immediato e spontaneo del rapporto di produzione capitalistico, poiché la sua base è la forza lavoro come merce, è di distruggere, atomizzandola, la classe dei lavoratori salariati che esso stesso produce. È dunque la lotta di classe, che comporta una direzione secondo una conoscenza del movimento, che costituisce la classe da mera statistica a esistenza storica.
Quando nel Manifesto si scrive che “ogni lotta di classe è lotta politica”, non s’intende dire che la formazione delle organizzazioni di lotta dei salariati sono un tutt’uno con la formazione del partito. Il partito non nasce dalla classe, ma, dall’esterno della classe.
Nel Manifesto si condensa la sintesi delle tendenze osservate nella storia dei tentativi rivoluzionari del proletariato francese, di cui il blanquismo fu la forma tipica, e di quello inglese, di cui il cartismo fu l’espressione culminante. Non si giunge al Manifesto per via ”democratica”: l’appello al proletariato mondiale si fonda su tesi conoscitive e su una passione rivoluzionaria non destinate ad esser ratificate da nessun congresso o comitato centrale, perché è un blocco teorico-pratico in sé compiuto. Il bilancio delle lotte e dei programmi cartisti e blanquisti non avviene dentro le lotte dei cartisti e dei blanquisti, ma determina delle selezioni storiche ed organizzative che per noi comunisti culminano nel Manifesto, appello per l’organizzazione, nello stesso tempo teoria e prassi storica.
Il cartismo è un reale partito operaio che combina obiettivi economici (cooperative, giornata lavorativa di 10 ore) e politici (suffragio universale); organizza scioperi, manifestazioni, petizioni. Il blanquismo è una avanguardia ideologica che si pone l’obiettivo della conquista del potere di Stato da parte dei lavoratori. Nel cartismo la posizione di classe è soggetta agli obiettivi del democratismo piccolo-borghese; nel blanquismo la “purezza” proletaria tende a superarlo, ma si chiude nell’isolamento delle sette e della tattica insurrezionale.
Le lotte della borghesia sono all’origine della costituzione del proletariato in partito politico, poiché essa non può portare a compimento la propria rivoluzione senza mettere in movimento e arruolare al suo fianco le masse dei lavoratori come forza di rottura; sta al partito trarre la lezione storica che il proletariato non potrà perseguire i suoi fini di classe senza organizzarsi in forma distinta dalla borghesia, con proprio programma e proprio partito politico. Se dunque un parallelo si può fare tra la classe borghese e il suo Stato, e il proletariato e il suo partito rivoluzionario, e il suo Stato, è nel senso della loro dissimmetria.
Per la borghesia lo Stato è il “comitato” che amministra gli affari comuni della borghesia, ma che tende, a livello ideologico, a presentarsi come “sfera politica” superiore che si impone alla società intera, non esprimendo altro che il dominio e la volontà della classe dominante. Lo Stato è dunque rappresentativo della borghesia e come classe statistica e come classe politica: la pretesa opportunistica che vede nel “comitato d’affari” una versione economicistica e rozza e nella “sfera politica” una sublimazione mistificante non riesce a cogliere nelle due immagini due facce della stessa medaglia. Il rapporto tra classe proletaria e partito e Stato proletario è diverso. Il partito non è delegato dalla classe a dirigere la sua lotta politica, né per legittimazione lo reclama. Pur mantenendosi in contatto con essa, non trae la sua autorità da nessun formalismo giuridico, ma dalla sua capacità di guida nell’azione. Da qui la negazione dei meccanismi parlamentari e democratici, e la difficile conquista del proprio congeniale modulo organizzativo, definito dalla Sinistra “centralismo organico”.
Lo Stato proletario, pur essendo, a guisa di quello borghese, macchina di repressione contro le classi nemiche, non è “comitato d’affari” della classe operaia, in quanto l’interesse del proletariato per definizione non è che l’abolizione dei rapporti sociali fondati sulla divisione in classi.
Non è un sistema rappresentativo formale per il fatto che non deve difendere gli interessi del proletariato come classe tendente a conservarsi in quanto classe. Come dunque il partito di classe non è assimilabile ai partiti della borghesia, che in un certo senso non ha mai conosciuto un suo vero partito di classe, così pure lo Stato proletario non è la stessa cosa dello Stato borghese, sia per la questione della rappresentanza di interessi, sia per il suo assetto strumentale, che pur disponendo di forza materiale, militare, amministrativa, burocratica, contabile ecc. è una macchina che espelle gli strumenti che hanno assolto alle loro funzioni, un po’ come il missile che via via corsa si libera delle parti che diventerebbero zavorra per il proseguimento della corsa. In questo modo è inaccettabile la tesi che ad ogni classe corrisponde un partito o un insieme di partiti come rappresentanza di essa nella “sfera politica”, nello Stato.
La tesi marxista è che le classi e i loro partiti non si allineano secondo una meccanica statistica di rappresentanze partitiche e statuali, ma che la lotta di classe tende e spinge a disporre partiti e classi secondo i loro fini storici. I partiti della borghesia, pur nelle diversità della loro base empirica e nella frammentazione e concorrenza dei loro interessi, convergono tutti nella costituzione della “sfera politica”, da rendere funzionale alla gestione degli affari. Forma democratica dello Stato, garantista o dittatoriale non sono in contrasto con questo supremo fine, sia esso presentato come etico e ideale, sia come equilibrio razionale di spinte diverse.
Solo la concezione marxista della società è riuscita a leggere nello sviluppo stesso della realtà storica la necessità del superamento delle società politiche nella amministrazione delle cose. Fino al materialismo storico questa possibilità è sempre stata immaginata o come utopia in contrasto con la natura umana o come sublimazione e quindi copertura di interessi consolidati. In questo senso il socialismo scientifico solo è in grado di vedere nelle Repubbliche ideali da Platone a Campanella la loro sostanziale base reazionaria, che mira a dare statuto di dignità a società statiche nelle quali i fermenti di novità sono inadeguati in rapporto alle possibilità di rovesciamento delle forze dominanti.
Partito-coscienza e partito organizzazione
Chi ancora oggi vede contraddizione tra Partito-coscienza e il partito-organizzazione dimentica che la realtà pratica della coscienza di classe è l’organizzazione di classe. Questo non toglie che la stessa coscienza teorica della necessità del partito di classe come organizzazione autonoma dalla classe nelle sue innumerevoli forme organizzative (leghe di resistenza, cooperative, camere del lavoro, sindacato, consigli ecc.) è il frutto delle lezioni della storia stessa della lotta di classe. Gli opportunisti dei nostri giorni si meravigliano che Engels a conclusione di “Per la storia della lega dei Comunisti” (1885) abbia potuto scrivere:
«Oggi il proletariato tedesco non ha più bisogno di nessuna organizzazione ufficiale, né pubblica, né segreta. Per scuotere tutto il Reich tedesco è sufficiente il semplice legame, che si comprende da sé, tra compagni di classe della stessa opinione, senza tutti gli statuti, le istanze dirigenti, le decisioni e tutte le altre forme immaginabili… E più ancora! Il movimento internazionale del proletariato europeo e americano è diventato adesso così forte che non solo la sua prima forma ristretta, la lega segreta, ma perfino la sua seconda forma infinitamente più larga, la pubblica associazione internazionale degli operai, è diventata per esso un inciampo; il semplice sentimento di solidarietà, basato sulla convinzione dell’identità della situazione di classe, è sufficiente per creare e tenere insieme tra gli operai di tutti i paesi e di tutte le lingue uno stesso grande partito del proletariato».
Solo dei ciechi possono leggere questo in chiave idealistica: ma la cecità dei cultori del socialismo in un solo paese e delle vie nazionali non ha limiti e non vede che il passo inizia col riferimento al proletariato tedesco e finisce col richiamo al proletariato senza aggettivi. Una edizione ante litteram della nostra definizione del partito mondiale e del suo modulo organizzativo: il centralismo organico. Engels quando parla di statuti, istanze dirigenti e tutte le altre forme immaginabili si riferisce a statuti e decisioni del proletariato tedesco, distinti dalla classe operaia degli altri paesi, e considera che il partito del proletariato mondiale non è una somma degli statuti dei singoli proletariati mondiali, ma nella sostanza che il semplice sentimento di solidarietà è capace di tenere insieme gli operai di tutti i paesi. Il partito del proletariato mondiale è il massimo della organizzazione: il superamento degli statuti nazionali, non è la negazione dell’organizzazione, ma l’esaltazione di essa.
Certamente l’Associazione Internazionale dei Lavoratori fondata nel 1864 è l’organizzazione nella quale si svolge la lotta per il comunismo, non è il “partito comunista”. Sul modello del Manifesto e con la partecipazione di Marx che vi ebbe un ruolo dirigente, si sosteneva in rapporto ai principi, “l’emancipazione della classe operaia opera della classe operaia stessa”, che è il principio fondamentale che esclude la possibilità che siano altre classi a farsi carico della sua emancipazione e del suo fine storico; «L’emancipazione economica della classe operaia è il grande fine cui deve essere subordinato, come mezzo, ogni movimento politico (…) La conquista del potere politico è diventato il grande dovere del proletariato».
Non ci meraviglia che il Partito comunista in quella fase storica non pretenda di identificarsi con l’Associazione Internazionale dei Lavoratori e che anzi nel suo interno lotti contro le tendenze degli altri partiti operai, che oggettivamente lottano contro la borghesia. L’Associazione Internazionale dei Lavoratori fa progredire la solidarietà (scioperi, opposizione alle guerre di conquista), mentre al suo interno le diverse correnti e la loro lotta culminano all’indomani della Comune nella duplice scissione dell’anarchismo e del tradeunionismo. In questa fase si può parlare correttamente di “partiti operai”. L’opportunismo ed il revisionismo, come le altre correnti operaie non marxiste, purché non siano considerate, come il comunismo rivoluzionario mai le ha considerate, un puro “stato d’animo”, devono essere rapportate alla base materiale che le sostiene: è nel “pacifico” sviluppo del capitalismo nella sua fase imperialistica che si manifestano come espressione dell’aristocrazia operaia, delle gerarchie del lavoro come si costituiscono nell’ambito della concorrenza tra salariati indotta dalla competizione tra le diverse frazioni del capitale. Gli agenti dell’imperialismo penetrano nelle organizzazioni di classe non come individui, ma come forze, e come tali vengono combattute dalla tradizione marxista rivoluzionaria.
Nell’esperienza della presa del potere da parte del partito di classe in Russia, contro tutte le ciance di moda oggi a proposito di confusione di ruoli tra partito e Stato, il partito non si fa Stato, ma rimane al culmine della gerarchia di funzioni che vede lo Stato proletario come una macchina repressiva e amministrativa agli ordini del partito. Solo quando, all’esito negativo della rivoluzione in occidente, la borghesia mondiale potrà riprendere respiro, verrà il momento di dare sistemazione teorica a tali eventi, il partito si confonderà nello Stato “socialista” e sarà la macchina repressiva a funzionare perfettamente e tragicamente contro il partito comunista ed il proletariato.
La repressione effettiva e sistematica del movimento operaio, la disfunzione istituzionale tra partito e sindacato, tra partito e Stato non è il frutto di cervellotiche elucubrazioni, ma è la risposta ai processi di centralizzazione che coinvolgono le forze borghesi, sia nel terreno economico sia politico e militare.
L’opportunismo vede una rottura essenziale tra la formulazione del Manifesto di questi problemi e quella riscontrabile negli statuti della Prima Internazionale, per non parlare poi delle tesi della Seconda. In realtà la forza delle formulazioni statutarie e teoriche non dipende dalle parole, ma ancora una volta dai rapporti di forza. Se gli statuti originali della Prima Internazionale parlavano di
«creare un mezzo centrale di collegamento e di collaborazione tra le associazioni operaie che esistono nei diversi paesi e tendono allo stesso fine».
Nel 1872 dalla conferenza dell’Aia viene aggiunto l’articolo 7° che sanzionava le scissioni in corso:
«Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico [non in partiti politici!] è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo: la soppressione delle classi. L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha già raggiunto grazie alla lotta economica, deve anche servire di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori. Siccome i magnati della terra e del capitale utilizzano sempre i loro privilegi politici per difendere e perpetuare i loro monopoli economici e per asservire il lavoro, la conquista del potere è diventato il “grande dovere del proletariato”».
Chi vede nel presunto leninismo l’adattamento creativo del marxismo all’età imperialistica dimentica che già Marx in Salario, prezzo e profitto (1865) aveva avanzato due tesi:
1) con le lotte rivendicative quotidiane la classe operaia può contrastare la tendenza capitalistica all’intensificazione dello sfruttamento, ma non eliminarla: “nella lotta puramente economica”, in ultima istanza, il capitale è più forte.
2) Questa lotta produce “la necessità di una azione politica generale che ha per oggetto non solo gli effetti, ma le cause dello sfruttamento”.
Per questo è necessaria una organizzazione distinta, il partito di classe.