La questione militare (continua dal n.1)
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VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE
Rifiuto del pacifismo
In una conferenza pubblica, svoltasi a Losanna il 14 ottobre 1914, all’indomani dello scoppio della prima guerra mondiale, Lenin faceva le seguenti affermazioni, anticipando le classiche tesi espresse ne L’Imperialismo fase suprema del capitalismo:
«L’imperialismo è quello stadio del capitalismo in cui quest’ultimo, avendo realizzato tutto ciò che poteva realizzare, comincia a declinare. È un’epoca particolare, non nella coscienza dei socialisti, ma nei rapporti reali. Si scatena la lotta per la spartizione dei bocconi rimasti. È l’ultimo compito storico del capitalismo. Quanto tempo durerà questa epoca noi non possiamo dirlo. Forse di queste guerre ce ne saranno più d’una, ma è indispensabile renderci chiaramente conto che non sono più affatto le guerre di un tempo, e che, di conseguenza, i compiti che si pongono ai socialisti subiscono dei mutamenti» (Opere, XXXVI, pag. 211).
Parole profetiche, si dirà!
Accertato, dopo più di un trentennio dalla fine del secondo massacro mondiale, che la profezia non è per il “fesso”, vogliamo ricordare che il luogo comune, che più di ogni altro tutt’oggi regge, contribuendo a mantenere nella più completa idiozia le corteggiate e fottute masse, della “evidente follia” di una nuova conflagrazione mondiale, dati i moderni mezzi di distruzione, e che sarebbe ragione sufficiente per educare governati e soprattutto governanti ad evitare l’enorme errore, non è esclusivo e caratteristico dell’era della bomba atomica. Ne era solerte assertore N. Angel già nel primo novecento e non sappiamo se abbia fatto in tempo per accorgersi quanto fosse distratto nell’agosto del 1914 e del 1939. Si sosteneva nel primo novecento, non diversamente da quello che si è sostenuto fino ad oggi (salvo improvvise e presto dimenticate paure ad ogni accenno di crisi diplomatica e militare internazionale) che i governanti dei diversi Stati – seppure borghesi fino al midollo – non potevano non essere consapevoli degli enormi danni che dalla guerra sarebbero derivati a loro stessi e alle classi dominanti, ragion per cui avrebbero sempre evitato lo scontro totale, pur continuando a basare gli equilibri mondiali sugli armamenti. Si confidava, in poche parole, che le diverse borghesie non sarebbero corse al suicidio. Era ed è il luogo comune più diffuso, che, nei fatti, non si discosta dalle tesi autorevolmente sostenute da Kautsky, sebbene in forma meno banale, secondo cui, ci sarebbe la possibilità per la borghesia dominante, sulla stessa base della produzione capitalistica, di potere scegliere tra una politica di guerra e una politica di pace. Contro tale bolsa tesi un nostro testo del 25 ottobre 1914, Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi, pubblicato sul periodico della Gioventù Socialista di allora, L’Avanguardia, e del tutto allineato con le tesi contemporanee e successive di Lenin, sosteneva:
«Si confidava quindi che le diverse borghesie non sarebbero corse al suicidio. Ma la chiave del concetto socialista è invece che la classe dominante in regime capitalistico non può governare e reggere le forze che si sprigionano dagli attuali rapporti delle forme di produzione, e resta a sua volta vittima di certe contraddizioni inevitabili del regime economico, il quale non risponde alle esigenze della grande maggioranza degli uomini. Il grande quadro marxista della produzione capitalistica mette in luce questi contrasti e la impotenza della borghesia a dominarli. Poiché gli strumenti di produzione e di scambio non sono ancora socializzati (…) ne consegue che la vita moderna non è l’evoluzione continua verso una maggiore civiltà, ma è il percorso della fatale parabola che, attraverso un inasprimento delle lotte di classe e un aumento di malessere nei lavoratori, si risolverà nel crollo finale del regime borghese (…) Parallelamente a questo processo, per il quale la classe dominante prepara senza poterlo evitare il suo suicidio storico, noi assistiamo ad un altro assurdo. Lo sviluppo dei mezzi di produzione nel campo economico, la diffusione della cultura in quello intellettuale, la democratizzazione degli Stati in quello politico, invece di preparare la cessazione delle guerre e il disarmo degli eserciti fratricidi, conducono ad una intensificazione dei preparativi militari. È questa una sopravvivenza di altri tempi, è un ritorno ai secoli di barbarie, o non è piuttosto una caratteristica essenziale del regime sociale moderno, borghese e democratico?».
Non sarà mai ripetuto abbastanza che le guerre imperialiste sono inevitabili, in quanto la loro origine più profonda si trova proprio nella sottostruttura economica: basti considerare che l’investimento di capitali nella produzione bellica costituisce lo sbocco più naturale alla loro cronica sovrabbondanza, caratteristica dell’epoca imperialistica (e basta guardare le statistiche ufficiali per averne conferma). Il problema economicamente insolubile nell’ambito della produzione capitalistica è infatti quello di produrre sempre più merci, di realizzarne il valore. La produzione di armi, perlomeno in parte, riesce a realizzare questa autentica quadratura del circolo. Ma prima o poi debbono essere usate! E in misura sempre maggiore sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo!
Lenin non sa che una seconda guerra più micidiale della prima è passata sul corpo martoriato del proletariato mondiale e che, lungi dal riportare il proletariato stesso sulla via della rivoluzione comunista, ha visto la stessa Russia dei Soviet degenerare al rango di secondo paese imperialista, partecipare come tale alla guerra stessa e, forse, prepararsi attualmente ad accendere la miccia della terza. Sappia il proletariato mondiale che il terzo macello non si potrà evitare né confidando nei governi borghesi – oggi tutti più borghesi che mai – né confidando in “movimenti” della cosiddetta e fetente opinione pubblica mondiale, magari in veste “progressista” e favorevole al “disarmo universale”. Il futuro dell’umanità potrà non conoscere più tali macelli solo se prevarrà sulla forza dell’imperialismo mondiale la forza del proletariato mondiale. Perciò sarebbe errore fatale dedurre dalla inevitabilità della guerra la riproposizione della parola d’ordine della “lotta per la pace”.
La rivendicazione del pacifismo non è mai stata tipica del marxismo rivoluzionario, in quanto si tratterebbe della rivendicazione dello status-quo, cioè delle condizioni in cui la borghesia mantiene saldamente il suo potere politico. Si tratterebbe, in definitiva, come si tratta, del peggiore opportunismo che ha tolto e toglie di mano al proletariato l’unica arma capace di farlo risultare vincitore nella sua lotta contro lo Stato capitalista: quella della violenza di massa organizzata e diretta dal Partito.
Per fugare ogni dubbio relativo al nostro disprezzo per ogni tipo di pacifismo, stanti gli attuali rapporti di classe, citiamo ancora dal suddetto articolo di Avanguardia, dove tale problema è affrontato in polemica con chi, accusando noi di esserci convertiti all’imbelle mito della pace, da parte sua, aveva scoperto l’uso della violenza… per la borghesia!:
«Pacifismo? [L’illustre traditore di lì a poco ignobilmente espulso dalle file del proletariato socialista usava sprezzantemente contro di noi il termine di “panciafichismo” associandoci impudentemente alla destra e al centro del PSI] No. Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l’oppressione del più forte, o della violenza anonima (…) Noi pacifisti? Noi sappiamo che in tempo di pace non cessano dal cadere frequentissime le vittime dell’ingiusto regime attuale. Noi sappiamo che i bimbi degli operai sono falciati dalla morte per mancanza di pane e di luce, che il lavoro ha la sua percentuale di morti violente come la battaglia, e che la miseria fa, come la guerra, le sue stragi. E di fronte a ciò non è la supina rassegnazione cristiana che noi proponiamo, ma la risposta con la violenza aperta a quella violenza ipocrita e celata che è il fondamento della società attuale».
Lenin, quasi contemporaneamente, a conferma della identità di posizioni sue e della Sinistra su tutte le questioni essenziali, anche quando non erano reciprocamente conosciute, in una sua lettera a Scliapnikov del 14 novembre 1914 scriveva:
«Circa la parola d’ordine della “pace” vi sbagliate quando dite che la borghesia non ne vuole nemmeno sentir parlare. Ho letto oggi l’Economist inglese. I borghesi intelligenti di un paese avanzato sono per la pace (naturalmente allo scopo di rafforzare il capitalismo). Ma noi non dobbiamo farci confondere con i piccoli-borghesi, i liberali sentimentali, ecc. (…) Domani o dopodomani la borghesia tedesca e soprattutto gli opportunisti si impadroniranno della parola d’ordine della pace. Noi dobbiamo attenerci alla parola d’ordine del proletariato rivoluzionario, capace di lottare per i suoi obiettivi, e ciò vuol dire la guerra civile. Anche questa è una parola d’ordine molto concreta, e solo essa può determinare senza errore quale è l’orientamento fondamentale: per la causa proletaria o per la causa borghese» (Opere, XXXVI, pag. 217).
Ancora più decisamente, in una conferenza organizzativa delle sezioni estere del partito operaio socialdemocratico russo che si tenne a Berna dal 27 febbraio al 4 marzo del 1915, in cui le tesi di Lenin su “la guerra e i compiti del Partito” furono completamente approvate, veniva espresso il seguente giudizio sul pacifismo:
«Il pacifismo e la propaganda astratta della pace sono una delle forme di mistificazione della classe operaia. In regime capitalistico, e specialmente nella fase imperialista, le guerre sono inevitabili (…) Oggi la propaganda della pace, se non è accompagnata dall’appello all’azione rivoluzionaria delle masse, può soltanto seminare illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e facendo di esso un trastullo nelle mani della diplomazia segreta delle nazioni belligeranti. In particolare è un grave errore pensare alla possibilità della cosiddetta pace democratica senza una serie di rivoluzioni» (Opere, XXI, pag. 145).
È importante confermare, soprattutto oggi in cui la mistica della pace è l’Abc di ogni prezzolato al servizio di interessi borghesi, che pacifismo e sciovinismo non sono affatto in contraddizione, che anzi i più accaniti difensori della patria minacciata sono proprio i predicatori della “pace universale”. La “predica della pace” e la “lotta contro l’aggressore” sono le due tipiche parole d’ordine dell’opportunismo che, senza soluzione di continuità, uniscono il periodo di pace al periodo di guerra. Tale fenomeno verificatosi vistosamente con la prima guerra mondiale fu minuziosamente analizzato in numerosi scritti da Lenin; si è poi ripetuto nella seconda guerra ed è destinato ad ingigantire con l’approssimarsi della terza. Probabilmente non si potrebbero trovare parole diverse dalle seguenti, per definirlo più esattamente:
«L’idea fondamentale dell’opportunismo è la collaborazione delle classi. La guerra la sviluppa fino in fondo, aggiungendo inoltre ai fattori e agli stimoli abituali di questa idea tutta una serie di nuovi elementi, costringendo, con speciali minacce e con la violenza, la massa, disorganizzata e dispersa, a collaborare con la borghesia. Questo fatto aumenta, naturalmente, la cerchia dei sostenitori dell’opportunismo e spiega pienamente il fatto che molti radicali della vigilia passano in questo campo.
«L’opportunismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un’infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nella alleanza di una parte degli operai con la borghesia, contro la massa del proletariato. La guerra rende tale alleanza particolarmente evidente e coercitiva. L’opportunismo è stato generato nel corso di decenni dalle particolarità di un determinato periodo di sviluppo del capitalismo, in cui uno strato di operai privilegiati, che aveva un’esistenza relativamente tranquilla e civile, veniva “imborghesito”, riceveva qualche briciola dei profitti del proprio capitale nazionale e veniva staccato dalla miseria, dalla sofferenza e dallo stato d’animo rivoluzionario delle masse misere e rovinate. La guerra imperialista è la diretta continuazione e la conferma di un tale stato di cose, perché è una guerra per i privilegi delle grandi potenze, per la ripartizione delle colonie tra queste grandi potenze e per loro dominio sulle altre nazioni. Per lo “strato superiore” della piccola borghesia o della aristocrazia (e burocrazia) della classe operaia, si tratta di difendere e di consolidare la propria posizione privilegiata: ecco il naturale proseguimento delle illusioni opportunistiche piccolo-borghesi e della tattica corrispondente durante la guerra; ecco la base economica del socialimperialismo odierno» (Il fallimento della II Internazionale, XXI, pag. 218-219).
L’unica annotazione che è lecito fare a questo passo estremamente lucido e chiaro è che oggi gli strati operai privilegiati sono numericamente aumentati nelle nazioni imperialiste a scapito naturalmente della miseria e della disperazione di altri proletari di tutto il mondo (il proletariato è ormai realmente classe mondiale), per cui ben difficilmente si può prevedere una vasta opposizione organizzata alla guerra, a meno di non cadere nell’errore di chi crede che i fatti sociali avvengano non secondo la materiale collocazione di classe degli interessi individuali, ma per influenze morali od “umanitarie”. Si spaccerà viceversa per opposizione alla guerra la predica sui valori umani della pace, preludio di quella famigerata “lotta per la pace” che altro non significa che lotta contro chi minaccia la pace (cioè lotta contro gli “aggressori”). In definitiva tale predica di preti, intellettuali, piccoli-borghesi, burocrati dello Stato e degli apparati sindacali e politici, di cui già si sentono le prime avvisaglie, sarà l’altra faccia della materiale preparazione ed adesione alla guerra.
Tutto ciò non significa abdicazione ai nostri e solo nostri compiti rivoluzionari, nemmeno nella odierna difficilissima situazione; al contrario, significa rendersi conto della estrema urgenza della necessità della rinascita di un potente movimento operaio, che, cementato dalla lotta per esclusivi interessi di classe, sia anche in grado di opporsi ai preparativi del terzo conflitto mondiale.
«Non si può far girare all’indietro la ruota della storia, né arrestare la marcia della storia – ripete anche Lenin nell’articolo sopracitato; né, a maggior ragione, si deve stare a piagnucolare – Si è formato uno strato sociale di parlamentari, giornalisti, burocrati del movimento operaio, che si è fuso ed adattato alla propria borghesia nazionale [se questo era vero nel 1914, figuriamoci oggi!]. Bisogna saper andare oltre. Se non si vuol abdicare al nostro compito rivoluzionario, dobbiamo creare organizzazioni nettamente separate dall’opportunismo e che sappiano condurre la lotta per il potere e l’abbattimento della borghesia».
È questa la posizione chiave dei comunisti fin dal 1914 e per tutto il periodo storico che da allora è iniziato e che non vedrà ritorni indietro, ma che pone esclusivamente l’esigenza della lotta mondiale per il comunismo. Oggi, dopo le devastazioni compiute dal tradimento stalinista e peggio post-stalinista, si tratta naturalmente della necessità di reimportare nei proletari l’elementare nozione dell’organizzazione economica di classe per difenderne da subito i bisogni più urgenti ed elementari, ma con quella precisa prospettiva, che fin da oggi deve essere propagandata tra tutti i lavoratori disposti alla lotta. In quest’opera deve essere fin dall’inizio stroncata ogni posizione che agiti lo spettro degli orrori della guerra, e che, d’altronde, fa il paio con quella che decanta le delizie della coesistenza pacifica.
I comunisti sono sempre stati consapevoli, contrariamente a quanto oggi si blatera, che una nuova società “a misura d’uomo” non potrà in ogni caso essere un parto indolore. In uno dei primi articoli di commento alla guerra, La guerra europea e il socialismo internazionale, scritto nell’agosto 1914, Lenin sostiene che:
«Al socialista, più che gli orrori della guerra (…) pesano gli orrori del tradimento perpetrato dai capi del socialismo contemporaneo, gli orrori del fallimento dell’attuale Internazionale».
E, per riaffermare e ridimostrare la continuità delle posizioni comuniste, tra i mille articoli e lavori di Partito del secondo dopoguerra, possiamo ricordare che in un articolo del 1961, Guerra per Berlino o entro Berlino, commentando i 16 anni di pace “maledetta”, abbiamo dichiarato:
«La cosa peggiore e più vomitiva sarà che salvatori della pace – questa suprema ignominia – saranno chiamati i proletari, le masse e i fantasmi che oggi sono disonorati sotto questi nomi. In tutto questo a che si può guardare di non vile? Che cosa gridare? Solo una cosa: viva la guerra! Dato che il più feccioso è il grido: viva la pace!».
Solo degli imbecilli possono vedere in queste posizioni delle posizioni “guerrafondaie”: nel 1917 si arrivò perfino ad accusare Lenin di “spionaggio” a favore dei tedeschi; durante la seconda guerra mondiale Trotski, per la propaganda stalinista, era una spia nazista e Bordiga una spia del Mikado. Non è il caso di rispondere a tali “accuse”, ma di riaffermare le classiche tesi. Si tratta infatti di posizioni fondamentali nel contesto delle posizioni generali del marxismo rivoluzionario: ogni altra posizione in materia si allinea perfettamente con le posizioni classiche dell’opportunismo sciovinista, che ha già impedito con successo e tenterà nuovamente di impedire l’azione rivoluzionaria del proletariato proprio nei momenti cruciali.
Tipica è la posizione che tennero i socialtraditori nel 1914: siamo ormai impotenti ad impedire la guerra – si diceva – essa ormai è un fatto: dunque sarà sempre meglio che nel governo ci siano anche dei socialisti piuttosto che lasciare mano libera ai soli rappresentanti della borghesia. Non si sente forse riecheggiare l’attualissime giustificazioni di destri e sinistri, che rispetto ai traditori del 1914 hanno solo la differenza in peggio di non starci nemmeno più, quanto a posizioni, nel campo operaio, secondo i quali, appunto, bisognerebbe “gestire” il possibile (!), mentre in realtà non fecero e non fanno altro che manifestare il più alto disprezzo e la più profonda paura per ogni tentativo di azione delle masse proletarie che non sia inquadrato e controllato in limiti perfettamente legali?
Anche nel caso di vera e propria impotenza (e nell’agosto del 1914 si trattava viceversa di un vero e proprio alibi, come dimostrò ampiamente anche l’eroica ed isolata lotta condotta contro la guerra dalla sparuta Sinistra italiana) i capi del movimento operaio avrebbero dovuto votare contro i crediti di guerra e non entrare nei ministeri; avrebbero dovuto denunciare le nefandezze della borghesia e non difenderla: il tradimento dell’agosto 1914 deve restare indelebile nella memoria storica del proletariato!! Oggi, Vladimiro, i sapientoni in “tattica rivoluzionaria” e “concretismo” ti direbbero, con un sorriso di sufficienza, che la tua e la nostra era una posizione di “esclusiva testimonianza” e che le tue proposte non sarebbero “praticabili”. Non dubitare: saranno gli stessi a ripetere la vergognosa praticabilità dell’appoggio alla santa guerra patriottica e a giustificare il versamento di altro ed abbondante sangue proletario! Preparare un terreno sgombro da tali intralci è compito primario ed attualissimo del Partito.
Il disfattismo rivoluzionario
Un punto fondamentale da ribadire è che, nei paesi imperialisti, solo il proletariato possiede la forza e non solo l’ambiguo “interesse” per lottare contro la guerra. Esso dovrà ben guardarsi, per dispiegare tutta la necessaria potenza, da chi, nel periodo cruciale, tenterà di distoglierlo da questo suo compito centrale con la predica della necessità di trovare “alleati” tra le altre classi o “strati”, prima di iniziare concrete azioni di lotta. Il precedente, non solo degli opportunisti più aperti, ma perfino del centro “marxista” di Kautsky nella prima guerra mondiale, ci deve far prevedere che ciò si verificherà nel futuro su scala molto più allargata. Kautsky diceva ne Lo Stato Nazionale:
«È fuori di dubbio, e non c’è bisogno di dimostrarlo, che esistono degli strati realmente interessati alla pace universale e al disarmo. I piccoli borghesi, i piccoli contadini, e persino molti capitalisti e intellettuali non sono legati all’imperialismo da interessi più forti dei danni che questi strati soffrono a causa della guerra e degli armamenti» (Citato in Lenin, Opere, XXI, pag. 204).
È un po’ come se si volessero giudicare degli interessi di classe della borghesia più dalle parole dei preti e degli intellettuali che dalle cannonate (complementari le une alle altre). Il problema è di classe e non di individui, nel senso che non si tratta di giudicare delle pie aspirazioni di chicchessia, ma di organizzare l’unica classe che non solo “aspira”, ma possiede la forza decisiva per sconfiggere i piani dell’imperialismo, cioè la classe proletaria, intesa non banalmente in senso statistico, ma in quanto classe organizzata nelle sue organizzazioni di classe: in quelle economiche e, soprattutto, nel suo partito politico rivoluzionario di classe. Con la presenza e l’azione cosciente di una tale classe sarà anche indifferente che gruppi, strati, o individui socialmente appartenenti ad altre classi si assoggettino alla direzione proletaria nella lotta contro la guerra. Ma proprio perché ciò sia possibile è necessario che non ci sia confusione di obiettivi e metodi di lotta, in quanto ciò avrebbe come conseguenza la confusione proprio degli interessi di classe del proletariato con gli interessi delle altre classi, tutte interessate al mantenimento del regime capitalistico, e dunque, in periodo di guerra, tutte interessate alla vittoria del proprio paese sugli altri, in quanto tutte le classi non proletarie traggono sostanziosi vantaggi dal proprio capitale imperialistico. Al riguardo non possono esserci dubbi di sorta:
«L’imperialismo è la subordinazione di tutti gli strati delle classi abbienti al capitale finanziario e la spartizione del mondo fra cinque o sei “grandi” potenze, la maggioranza delle quali partecipa ora alla guerra. La spartizione del mondo fra le grandi potenze significa che, in esse, tutti gli strati abbienti sono interessati al possesso di colonie e di sfere di influenza, all’asservimento di nazioni straniere, ai posticini più o meno redditizi e ai privilegi connessi all’appartenenza ad una “grande” potenza» (Lenin, Il fallimento della II Internazionale, XXI, pag. 205).
Deve essere dunque affermato che l’aspirazione degli strati piccolo-borghesi alla pace universale esiste solo in quanto sia possibile che ne risultino confermati i loro privilegi. Se tale privilegi sarà possibile confermare solo con la guerra, questi strati ne diventano i più accesi sostenitori: ecco come si spiega l’apparente repentino cambiamento di fronte di tutti gli strati piccolo-borghesi, che passano dal fronte “pacifista” a quello “guerrafondaio” nell’arco di un mattino.
Affinché appaiano nettamente separati gli interessi del proletariato da quelli di tutte le altre classi e di tutti gli altri “strati” sociali è necessario che, fin dall’inizio, il partito affermi che la lotta contro la guerra dovrà addivenire, come chiaramente definito fin dal 1914, al disfattismo rivoluzionario. All’obiezione che si tratterà di un’opera difficilissima e che richiederà notevoli sacrifici ed anche possibili iniziali sconfitte, lungi dal ripiegare su “tattiche più praticabili”, risponderemo come Lenin che, proprio per questo, tale opera è necessario intraprenderla “solo con coloro che vogliono attuarla, senza temere di rompere completamente con gli sciovinisti e con i difensori del socialsciovinismo” (Opere, XXI, pag. 88).
Proprio perché ogni lotta rivoluzionaria ha bisogno di obiettivi molto precisi, dobbiamo enormemente diffidare di ogni parola d’ordine che, pur invocando genericamente la lotta rivoluzionaria contro la guerra non la estenda fino alla necessaria conseguenza del disfattismo. Si tratta di una posizione opportunista di tipo “massimalista”, che, beandosi di “frasi rivoluzionarie”, porterebbe confusione nelle file del partito. È l’opportunismo tipico della frase rivoluzionaria, altrettanto pericoloso e virulento di quello che apertamente inviterà gli operai alla difesa della “patria”. In un articolo del luglio 1915 Lenin nota a proposito di questi opportunisti supermarci:
«La “parola d’ordine” della disfatta è respinta dagli sciovinisti (compresi il Comitato di organizzazione e la frazione di Ckheidze) precisamente perché è l’unica e sola parola d’ordine che sia un appello conseguente all’azione rivoluzionaria contro il proprio governo durante la guerra. E senza questa azione, i milioni di frasi rivoluzionarissime sulla lotta contro “la guerra, le condizioni, ecc” non valgono un soldo bucato» (La sconfitta del proprio governo, Opere, XXI, pag. 250).
Fuori da ogni tradimento e da ogni demagogia anche in periodo di guerra il partito deve dare come obiettivo immediato del proletariato la lotta contro il proprio governo e nessun’altra indicazione, sia pure di lotta, potrebbe surrogarlo. Da ciò deriva la necessaria conseguenza, che solo chi non vuol dar corpo alle chiacchiere è disposto a riconoscere che, da una parte, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile è facilitata dai rovesci militari e, dall’altro, sarebbe praticamente impossibile tendere realmente a questo risultato senza contribuire alla disfatta militare. All’obiezione che una tale netta posizione potrebbe allontanare forze sinceramente rivoluzionarie si deve rispondere, ancora con Lenin, che ogni intesa sulle azioni rivoluzionarie è possibile «solo con l’inizio e lo sviluppo di queste azioni. Orbene, tale inizio, a sua volta, è impossibile se non si vuole la disfatta del proprio governo e se non si opera per essa» (Opere, XXI, pag. 251).
Se tali posizioni sono estremamente chiare ed inequivocabili e gettano un fascio di luce anche nell’attuale flaccida situazione in cui si tratta di dare inizio e di sviluppare le lotte (ancora microscopiche) per la difesa dei bisogni proletari, ponendosi fuori e contro ogni confusione parolaia, si deve tuttavia evitare di cadere nel volontarismo avventurista altrettanto opportunistico e pericoloso.
Nello stesso articolo Lenin, dopo aver affermato che ogni azione concretamente rivoluzionaria presuppone di portare un contributo effettivo alla disfatta del proprio governo, nota in parentesi:
«(per il “lettore perspicace”: non si tratta affatto di “far saltare dei ponti”, di organizzare ammutinamenti militari votati all’insuccesso, e, in generale, di aiutare il governo schiacciare i rivoluzionari)» (Opere, XXI, pag. 249).
E, più oltre, nello stesso articolo:
«La trasformazione della guerra imperialista in guerra civile non può essere “fatta”, così come non possono essere “fatte” le rivoluzioni: essa si sviluppa da numerosi fenomeni, aspetti, tratti, particolarità multiformi, risultanti dalla guerra imperialista» (Opere, XXI, pag. 251).
Abbiamo così, per coloro che si fermano su una parte dell’articolo, un Lenin volontarista, quasi terrorista ed anarchico, per coloro che si fermano alla seconda parte un Lenin spontaneista, che addirittura vede la rivoluzione come “un processo” autoesprimentesi. Tutto l’articolo viceversa è un esempio mirabile di applicazione del materialismo dialettico, incomprensibile ad ambedue le razze di rivoluzionari mancati, come già ne abbiamo visti sia a proposito dell’organizzazione della milizia sia della organizzazione della dittatura proletaria. È il rapporto condizioni oggettive della rivoluzione ed azione soggettiva del Partito che mai verrà correttamente inteso: ebbene tale rapporto è anche spazio-temporale e diversa è la situazione in cui la decisione del Partito può determinare un avvenimento (vedi Ottobre) e quella in cui è socialmente insignificante; ma anche in quest’ultima condizione non ne deriva che dunque il Partito sia autorizzato a fare le fesserie che vuole, bensì la stessa logica rivoluzionaria, secondo la quale il Partito, pur socialmente inconsistente, da un lato si abilita a prendere la decisione giusta al momento giusto, dall’altro indirizza in maniera correttamente rivoluzionaria quella parte di operai che può organizzare, innescando, sebbene inizialmente in maniera quantitativamente irrilevante, la giusta reazione rivoluzionaria.
Sinteticamente i compiti dei comunisti dovranno consistere in questi atteggiamenti:
– appoggiare ogni manifestazione proletaria spontanea;
– parole d’ordine chiare ed organizzazione proporzionata alla loro attuazione;
– organizzazione e stampa illegale senza la quale è impossibile qualunque movimento serio.
La classe non farà la rivoluzione perché avrà preso coscienza, secondo i chiacchieroni (che, tra l’altro, non le aiutano affatto a prendere coscienza delle reali condizioni di sfruttamento in cui versano), ma in un reale processo rivoluzionario. Con questa coerenza e passione la Sinistra italiana lottò perché i socialisti, di fronte al turbine della guerra, restassero “fermi al loro posto”, che non significava diventare pacifisti, ma restare ancorati ai principi della lotta di classe e della lotta rivoluzionaria che il periodo di guerra prepotentemente spingeva in primo piano.
La voce della Sinistra, a confronto dell’unanime coro a favore della difesa della democrazia contro la barbarie (sciocca e falsa idea che altrettanto disastrosamente verrà riproposta durante la seconda guerra mondiale), potrebbe sembrare isolata: in realtà l’isolamento risulta se il quadro di riferimento è la dirigenza del P.S.I., ma non se allarghiamo lo sguardo all’intero proletariato italiano, sottomesso sì alla guerra ma perché si trovò privo di una direzione coerente con i principi socialisti. Furono i dirigenti a tradire, come del resto fecero nelle altre nazioni, le loro stesse risoluzioni (vedi Basilea) e si ha un bel dire quando l’immaturità rivoluzionaria viene imputata esclusivamente all’insufficienza delle condizioni oggettive per la vittoria della rivoluzione nell’Occidente europeo! Tale innegabile immaturità, però, sta semplicemente a significare la grave mancanza di un partito effettivamente rivoluzionario e separato dagli opportunisti.
Solo gli avvenimenti legati alla guerra determinarono la necessità dell’esistenza di un tale partito, a differenza della Russia dove i comunisti avevano avuto modo di smascherare abbondantemente gli opportunisti e quindi di separarsi anche organizzativamente da loro, poiché il terreno sociale era fin dall’inizio del secolo obiettivamente rivoluzionario e quindi favorevole per dimostrare che la caratteristica dell’opportunismo è la sua mancanza nell’azione nei momenti decisivi.
Resta come dato storico importantissimo il fatto che la Sinistra, sebbene isolata dal punto di vista della sua possibilità di influire sulle scelte politiche del PSI, difenda con estremo rigore gli stessi principi di Lenin sul disfattismo rivoluzionario, ad ulteriore dimostrazione che l’attitudine pratica dei comunisti deve rimanere ancorata ai principi fondamentali anche in situazioni avverse. Essa non si limitò ad opporre tesi a tesi sugli organi di stampa, ma fece ogni tentativo, nei vari convegni che si svolsero più o meno clandestinamente dal 1915 al 1917, affinché il Partito socialista scegliesse la strada dell’organizzazione materiale della rivoluzione proletaria, che in più casi gli operai italiani – vi furono a più riprese dal 1915 al 1917 movimenti importanti a Torino e in Romagna – dimostrarono di essere disposti ad intraprendere. Tutto questo lavoro, che costituisce la vera origine della futura nascita del Partito Comunista d’Italia a Livorno, è documentato dalla nostra Storia della Sinistra Comunista, ed in particolare ricordiamo il punto 3 della mozione della sezione socialista di Napoli, votata il 18 maggio 1917, per la chiarezza con cui si pone nella stessa prospettiva di Lenin, a conferma che il bolscevismo era ed è “pianta di ogni clima”:
«I socialisti di ogni paese debbono consacrare i propri sforzi alla cessazione della guerra, incitando il proletariato a rendersi cosciente della sua forza e a provocare con la sua azione intransigente di classe l’immediata cessazione delle ostilità, tentando di volgere la crisi al conseguimento degli scopi del socialismo».
Preparazione della terza guerra mondiale
Abbiamo deliberatamente voluto trattare le questioni riguardanti l’atteggiamento pratico del Partito subito dopo la riaffermazione dei principi generali sulla inevitabilità della guerra e prima dell’esame della situazione politico-militare contingente, proprio perché sia chiaro che esso discende direttamente dai quei principi e che non è soggetto a mutamenti di sorta. Non possiamo, però, chiudere questo studio della questione militare senza una analisi, certamente generale e sintetica, della situazione attuale dei rapporti tra gli Stati, che presenta tutte le caratteristiche economiche, politiche e sociali che preludono ad un nuovo conflitto generalizzato, con l’avvertenza che, se da un lato tale analisi è importantissima affinché il Partito non si faccia sorprendere da avvenimenti del tutto imprevisti, dall’altro, in questo campo, è possibile compiere degli errori di valutazione, che, tuttavia, non potranno avere ripercussioni negative sui principi e sulla tattica del Partito espressi nei punti precedenti.
Dobbiamo, prima di affrontare questo argomento, insistere ancora sul punto fondamentale e di principio della inevitabilità della guerra in regime capitalistico. È necessario che il proletariato sia preparato fin da oggi a questa inevitabile eventualità, non solo perché una nuova guerra generalizzata sarà il prodotto necessario delle contraddizioni imperialistiche, ma anche perché essa sarà una necessità perfino nell’ipotesi più favorevole della conquista del potere politico da parte del proletariato in uno dei paesi imperialisti. Sia che tale conquista avvenga mentre la guerra si sta combattendo, sia che avvenga prima che la guerra generalizzata scoppi, il proletariato del paese in questione non potrebbe non porsi contro il resto del mondo capitalistico soprattutto sul piano militare, naturalmente facendo affidamento non solo sulla forza delle armi della Armata Rossa, ma anche sulla sollevazione del proletariato dei paesi in cui il potere è rimasto in mano alla borghesia. Anche questa indicazione è contenuta chiaramente in Lenin e non solo dopo la vittoria dell’Ottobre. In Alcune tesi del 13 ottobre 1915 scrive:
«Alla domanda: che cosa farebbe il partito del proletariato se la rivoluzione lo portasse al potere durante la guerra presente, rispondiamo: noi proporremmo la pace a tutti i belligeranti a condizione che sia data la libertà a tutte le colonie e a tutti i popoli dipendenti, oppressi e privati dei loro diritti. Con i governi attuali, né la Germania, né la Francia, né l’Inghilterra accetterebbero questa condizione. E allora noi dovremmo preparare e condurre la guerra rivoluzionaria, ossia dovremmo non soltanto realizzare completamente, con le misure più decise, tutto il nostro programma minimo, ma spingere anche, sistematicamente, all’insurrezione tutti i popoli fino ad ora oppressi dai grandi-russi e tutte le colonie e i paesi soggetti dell’Asia (India, Cina, Persia ed altri) come pure, e in primo luogo, spingere il proletariato socialista d’Europa a insorgere contro i suoi governi malgrado i suoi socialsciovinisti» (Opere, XXI, pag. 370).
Ed ancora più esplicitamente in Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa; del 23 agosto 1915:
«L’ineguaglianza dello sviluppo capitalistico economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo prima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe contro il resto del mondo capitalistico, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo in caso di necessità anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati (…) Impossibile è la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra le repubbliche socialiste e gli Stati arretrati» (Opere, XXI, pag. 314).
L’obiezione dei sinistri che dopo l’Ottobre Lenin si oppose alla “guerra rivoluzionaria” e impiegò tutta la sua autorità per convincere i recalcitranti alla firma di Brest-Litovsk è tipica di chi si ferma al significato formale delle posizioni senza comprenderne il reale contenuto. All’epoca di Brest-Litovsk il proletariato russo era completamente in ginocchio, si attendeva l’insurrezione e la vittoria proletaria in Germania e in genere nell’Europa occidentale nell’arco di pochi mesi se non di settimane: si trattava allora chiaramente di salvare il potere conquistato per attendere (ma certamente non per decenni!!) la vittoria del proletariato europeo assieme al quale marciare per sconfiggere l’imperialismo mondiale. Ed è chiaro, per chi vuol intendere, che ciò non ha niente in comune con la prospettiva di un proletariato vittorioso in un paese o in un gruppo di paesi, per niente indebolito dalla vittoria stessa, che non può non estenderla al campo internazionale.
Vogliamo ancora aggiungere che, nonostante la gravità dell’attuale situazione internazionale, i grandi predoni imperialisti possono trovare per un altro ciclo di tempo un equilibrio dei loro sporchi interessi, magari garantendo ancora “la pace” perlomeno nei paesi occidentali. Ebbene tale eventualità deve essere giudicata peggiore dello scatenamento della guerra alla scala mondiale ai fini della ripresa del movimento di classe, come del resto già è stata giudicata dal Partito. In Pacifismo e Comunismo, pubblicato su Battaglia Comunista del 6 aprile del 1949 abbiamo scritto:
«Non escludiamo questa eventualità della pace borghese che prima del 1914 era dipinta dai vari Norman Angel con colori di idillio, ma ammettendola la consideriamo una eventualità peggiore di quella del capitalismo generatore di guerre in serie fino al suo crollo finale».
Per la esatta comprensione del testo è utile ricordare che in quel periodo si “temeva” lo scoppio di una nuova guerra a brevissima scadenza tra URSS e USA.
Dunque, chiarito che fino a che il proletariato mondiale non ritroverà la sua strada della rivoluzione mondiale e della dittatura di classe per dei comunisti non v’è pace che sia desiderabile, possiamo dare una valutazione generale e sintetica della situazione attuale dei rapporti politico-militari internazionali.
Tra le cause che furono all’origine della Guerra Fredda e della Distensione non figura certo l’intensità della lotta di classe borghesia-proletariato alla scala internazionale. Tra le più importanti si possono viceversa annoverare:
– il verificarsi della rivoluzione anticoloniale in Asia, Africa e America Latina subito dopo la fine della guerra e la sua cessazione negli anni sessanta: di qui, prima la “guerra fredda” e poi la “distensione”;
– le esigenze dello sviluppo capitalistico della Russia, da un lato, e del mantenimento della posizione di paese imperialista principale degli USA, dall’altro.
È particolarmente importante analizzare il punto delle esigenze dello sviluppo capitalistico in Russia. La “guerra fredda” e la conseguente “cortina di ferro” è tipica dei paesi in via di sviluppo, che con politiche protezionistiche vogliono difendere l’apparato produttivo interno. Un po’ più di difficile interpretazione è l’epoca della “distensione”, in quanto, in genere, nei periodi in cui l’apparato produttivo di una nuova nazione capitalistica si è consolidato, come era il caso di quello sovietico alla fine della “guerra fredda”, e si prepara a contendere i mercati agli altri capitali nazionali già affermati, è più logico trovarsi di fronte a rapporti diplomatici tra gli Stati “tesi”. Tuttavia, come le due esigenze apparentemente contrapposte (quelle dell’URSS di aprire la strada all’esportazione delle proprie merci, e soprattutto quella degli USA di mantenere il predominio imperialistico), abbiano potuto conciliarsi, risulterà più chiaro se teniamo presente che tutto il periodo della “distensione” è stato caratterizzato dal cosiddetto “boom produttivo” fondato sull’espansione della spesa pubblica e la conseguente inflazione, che ha permesso di impiegare alla scala mondiale masse notevoli di capitali nella produzione di enormi quantità di merci destinate al mercato internazionale, accanto naturalmente al gonfiamento spaventoso della produzione di armi, in barba a qualunque “distensione”.
Vediamo come l’artefice massimo della “distensione”, Kruscev, l’abbia giustificata nell’interesse dell’URSS: almeno nei discorsi ufficiali di tutto quel periodo, iniziatosi negli anni ’60, non esclude il pericolo della guerra, ma lo attribuisce al nefasto disegno di un piccolo gruppo di uomini o perfino all’eccesso di follia di un solo uomo. Perciò la “lotta per la pace” deve essere il “sacro dovere” di ogni uomo:
«Se i milioni di americani, di tedeschi, di giapponesi, di inglesi, francesi, italiani, elevassero contro l’eventualità della guerra una protesta unanime, non vi sarebbe forza al mondo capace di infrangere il loro volere» (Da Discorso conclusivo al XXII congresso del PCUS).
A tanta nefandezza evidentemente non era giunto nemmeno il peggior Kautsky: non vi sono più classi e lotte di classe nel mondo, ma solo uomini di buona volontà, che, al massimo, possono elevare vibrate proteste! Come meravigliarsi poi che il degno successore di Kruscev, Breznev, si raccomandi a Dio (!), come è accaduto durante la recente firma degli accordi SALT II a Vienna!
Ci sarebbe, sempre secondo Kruscev (vedi lo stesso discorso conclusivo al XXII congresso del PCUS), la certezza che questa generazione possa evitare gli “orrori” della guerra mondiale e questa consisterebbe nello sviluppo del commercio mondiale, che, pur mettendo “a confronto” due sistemi sociali “radicalmente diversi”, garantirebbe il mantenimento della pace: basterebbe “mettersi d’accordo” (!) che l’eventuale lotta venga risolta non con la guerra, ma pacificamente! L”aspra” lotta diventerebbe allora una semplice controversia di questo tipo, quale sistema è il migliore? Quale di essi assicura agli esseri umani maggiori vantaggi? E l’ideale, magari, sarebbe poter sciogliere queste “lotte” con la potentissima arma del voto. In realtà ciò equivaleva alla ammissione, ed anzi all’aperta confessione, dell’uguaglianza delle forme economiche dei due sistemi; e allora l’insistenza, soprattutto sovietica, sulla necessità della coesistenza pacifica dimostrava solo la sua arretratezza economica e la necessità di contare sullo sviluppo del commercio internazionale pacifico per favorire l’accumulazione interna: la “distensione” in definitiva, è stata necessaria per favorire uno sviluppo acceleratissimo dell’economia sovietica, che, da parte sua, non ha mai pensato a mettere in discussione il ruolo di primaria potenza imperialistica degli USA.
Kruscev in questo periodo osa perfino richiamarsi a L’Imperialismo di Lenin, ma è costretto a dire che le sue tesi vengono sì confermate, ma che bisogna tener conto “dei grandi cambiamenti intervenuti dall’epoca di Lenin”, frase che contraddistingue l’avventuriero opportunista per antonomasia. Questi cambiamenti sarebbero di tal natura da costringere la borghesia internazionale ad accettare il disarmo universale.
La speranza di risolvere tutte le questioni sociali pacificamente non è forse tipica della piccola borghesia, che così spera, proprio perché vuole difendere i propri privilegi, magari sognando di… abolire la lotta di classe? È la piccola borghesia ad immaginare la possibilità di un governo mondiale basato sul consenso e sul disarmo, purché si lasci invariata la base economica dello sfruttamento del lavoro salariato; altrimenti, addio privilegi! Sperare nel “disarmo universale” e nel “governo pacifico mondiale” significa sperare che la borghesia abbandoni pacificamente e volontariamente il potere politico ed è una speranza che gli utopisti di un secolo e mezzo fa potevano degnamente proporre al proletariato. Il potere della borghesia, oggi, non resisterebbe un minuto di più senza esercito e soprattutto senza i suoi corpi speciali.
Non si vuole affatto sostenere, come sostenevano e sostengono i borghesacci di occidente, centomila volte peggiori di quelli di oriente, che la propaganda del disarmo fatta dall’URSS in quell’epoca era in malafede e che ci si poteva “fidare” solo delle intenzioni degli USA. Al contrario le seguenti affermazioni di Kruscev dimostrano abbastanza chiaramente che gli intendimenti della Russia in quell’epoca erano veramente sinceri:
«Quando i politici borghesi dichiarano che l’URSS ha bisogno della coesistenza pacifica come di una misura temporanea, e che noi comunisti, in realtà, non aspettiamo altro che il momento favorevole per scatenare la guerra e modificare il regime politico e sociale degli altri Stati, noi affermiamo che essi mentono (…) La coesistenza pacifica può e deve assumere la forma di una pacifica competizione per il miglior soddisfacimento di tutti i bisogni degli uomini» (Da un discorso pronunciato ad un comizio di lavoratori a Mosca il 20-10-1960 e pubblicato in Kruscev, I problemi della pace, pag. 58).
Intendiamo però sostenere che, mentre in tutto questo periodo la necessità dell’accumulazione capitalistica in Russia presupponeva dei rapporti internazionali “distesi” per favorire il commercio internazionale e che ciò si confaceva con le esigenze imperialistiche, in particolare, degli USA, essendosi ormai trasformato anche il capitalismo russo in capitalismo finanziario, il suo interesse principale è diventato quello dell’allargamento della sua zona d’influenza, non solo commerciale ma anche finanziaria, finendo così inevitabilmente per sconvolgere le precarie situazioni di equilibrio tra i blocchi imperialisti ed a maggior ragione da quando anche la Cina cerca un suo autonomo ruolo nel concerto internazionale.
La situazione economica internazionale, infine, è ormai in crisi permanente: la crisi del 1975 è stata sì “superata”, ma si sono poste le premesse per il verificarsi a breve scadenza di una crisi più profonda, che, tra l’altro, i recenti aumenti del prezzo del petrolio possono anche accelerare, determinando un nuovo aumento del valore della quota di capitale costante sul capitale sociale e quindi una nuova e più profonda caduta del saggio medio del profitto. Anche dal punto di vista politico-militare la situazione mondiale si è aggravata rispetto a qualche anno fa, nonostante tutti gli “accordi” sul disarmo: non solo permangono zone di crisi militari acute, come il Medio Oriente e l’Indocina, ma altre altrettanto critiche se ne sono aperte recentemente, come in Africa e di nuovo nell’America Latina.
Soprattutto sono segni inequivocabili della estrema tensione internazionale:
– la creazione di “corpi speciali” recentemente avvenuta negli USA, subito seguiti dalla Francia, costituiti da truppe aviotrasportate in grado di “proteggere” la produzione nazionale da eventuali sabotaggi nel rifornimento del petrolio;
– i convegni internazionali, come quello ristretto della Guadalupa e quello più allargato di Tokio tra i capi di Stato dei paesi occidentali, che hanno registrato profonde lacerazioni nel blocco atlantico così come si è creato dopo la seconda guerra mondiale;
– la posizione “incerta” del Giappone e quella apertamente “filosovietica” della Germania occidentale;
– l’incrinatura perfino nel blocco del Patto di Varsavia con l’aperta ribellione della Romania alla richiesta russa di un maggiore impegno nel sostenere l’armamentario delle truppe del Patto, che permetterebbe all’URSS di dedicare maggiore “attenzione” alle pretese cinesi;
– infine la situazione sociale interna dei paesi imperialisti che, se non vede ancora moti di classe di una qualche consistenza, è tuttavia divenuta estremamente tesa ed incerta e quindi permeabile ad una nuova campagna ideologica in favore di una nuova “guerra risolutrice”, che faccia leva sul pericolo che i privilegi goduti per oltre un trentennio stiano per essere perduti e che dunque bisogna lottare per confermarli. Il tutto, naturalmente, condito dai più alti “valori umanitari”, magari per i profughi vietnamiti.
Una lotta per il petrolio ben potrebbe servire alla bisogna e non è detto che una adeguata campagna ideologica debba avvenire necessariamente prima dello scatenarsi della guerra; essa può benissimo verificarsi dopo. Naturalmente si metterebbero in movimento tutti i partiti con in testa quelli che si richiamano ancora al comunismo e al socialismo, magari con varie sfumature che accontentino un po’ tutti.
C’è chi ritiene che una tale prospettiva costituisca un grosso rischio per la borghesia, non tanto nel banale senso della paura, che incute alla stessa borghesia la potenza distruttiva delle armi moderne, ma proprio dal punto di vista di classe: si afferma cioè che una decisione del genere rimetterebbe in movimento verso finalità di classe i milioni di operai dei paesi imperialisti che quindi metterebbero seriamente a repentaglio il potere dello Stato capitalista. È un’ipotesi augurabile, ma ben difficilmente prevedibile.
La nuova guerra imperialista, come il Partito ha ampiamente previsto (“Sì, non la guerra fredda, ma proprio la distensione prepara la guerra mondiale” – abbiamo detto fin dagli anni ’60), è dunque un pericolo reale non più a lunga scadenza, visto che oggi l’opportunismo controlla la quasi totalità del movimento operaio ed è sicuramente peggiore e più nazionalista di quello del 1914. D’altronde gli operai dei paesi imperialisti hanno dimostrato rarissimamente di essere capaci di mobilitarsi per finalità, anche solo economiche ed immediate, ma di classe; e solo un tale potente movimento sarebbe in grado di opporsi alla guerra e tentare di soffocarla neonata. Sicuramente in questo senso saranno impegnate tutte le tenaci, ma ancora deboli, forze dei comunisti.