CHIESA E STATO: UN SODALIZIO DI FERRO CONTRO LE CLASSI POVERE
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La posizione del PCI
Si è ricordato il cinquantenario del Concordato stipulato tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica l’11 febbraio 1929. Non si è trattato di una commemorazione puramente formale poiché già da due anni le parti “negoziano” ufficialmente la revisione dei Patti Lateranensi e ben tre “bozze” di accordo sono già state approntate senza giungere per ora ad alcun risultato. Quali le ragioni che spingono Stato e Chiesa a rivedere un accordo che per oltre mezzo secolo ha dato ad ambo le parti fruttuosi risultati. Non si tratta certo di rompere un legame organico che è molto di più di un semplice rapporto contrattuale, ma di svecchiarlo, di adeguarlo ai tempi togliendone le parti più anacronistiche e quindi in definitiva di rafforzarlo ponendolo su basi più adeguate.
Questa esigenza ci viene chiaramente spiegata su l’Unità in una delle sue sottili analisi (29 febbraio 1979): «Se allora (1929) una cittadella concordataria aveva di fatto legittimato (armonizzandosi con essa) una società autoritaria, oggi una società più libera e in continua evoluzione comincia con lo scalfire, col mettere in discussione e con l’intaccare un edificio concordatario che piano piano [il più piano possibile, n.d.r.] diventa sempre più estraneo e lontano rispetto alla crescita democratica del paese». In effetti, un contratto tra due parti presuppone una disparità di interessi. «Ma – dice l’Unità – non si può oggi guardare agli ultimi due decenni senza scorgervi i segni di una evoluzione che ha tolto ragione alla vecchia alternativa tra clericalismo e anticlericalismo».
Ma perché nell’immediato dopoguerra la Repubblica cosiddetta antifascista o almeno il PCI non misero subito in discussione la “cittadella concordataria” che “aveva di fatto legittimato” e si era “armonizzata” col fascismo? Risposta: «L’eredità che raccoglie l’Italia nel secondo dopoguerra non si racchiude affatto nel dilemma se dire sì o no ai Patti Lateranensi che rappresentano ormai per tutti uno dei momenti di una drammatica vicenda nazionale ed europea». E così si ebbe quella che l’Unità chiama la “innaturale coesistenza del Concordato con la Costituzione”. È quanto meno singolare che questa coesistenza così innaturale sia durata oltre trenta anni.
È un fatto che il matrimonio concordatario della Chiesa col governo democratico-resistenziale è stato molto più lungo e felice di quello col governo fascista. La ragione è molto semplice: il Concordato si accorda benissimo con la Costituzione sulla quale in materia religiosa si legge: art. 7: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale».
È bene ricordare che l’art. 7 fu approvato con il voto determinante del PCI; in quella occasione la disinvolta spudoratezza di Togliatti nel giustificare questa scelta fece restare a bocca aperta persino i democristiani. Lo stesso Togliatti nel 1957 dichiarò non seria e provocatoria una richiesta di abolizione del Concordato avanzata da esponenti liberali, repubblicani e socialdemocratici. Non si trattava – dice l’Unità – di “dire sì o no ai Patti Lateranensi”, ma è indubbio che il PCI disse allora come oggi di sì! A ragione gli opportunisti del PCI si dolsero della scomunica loro indirizzata soltanto un anno dopo da Pio XII. No! Essi non la meritavano!
Dopo lo scempio della teoria e del programma comunista attuato dai partiti stalinisti rimaneva, unico sbiadito straccetto rosso, la tradizionale avversione contro i preti. Ebbene, non contenti di aver trasformato Marx e Lenin in pacifisti, democratici, legalitari, oggi ci vengono a dire che l’ateismo di principio non è da marxisti e che anzi il professare una fede religiosa non è incompatibile con l’essere comunisti. Fu forse in un momento di esuberanza giovanile che Marx affermò che la religione è l’oppio dei popoli?
Il PCI sostiene a buon diritto di aver raccolto la bandiera lasciata cadere dalla borghesia e di essere difensore della patria e dell’interesse nazionale. Glielo concediamo volentieri: sì, il partitaccio ha abbandonato da cinquanta anni il programma di classe per abbracciare quello nazional borghese. Sì, il PCI ha raccolto l’eredità della borghesia, ma non di quella liberale atea che – tutto sommato rispettabile – aveva almeno dei principi da difendere, bensì quella della peggior feccia clericale sostenitrice dei regimi borbonici.
I Patti Lateranensi
Quando l’11 febbraio 1929 “Sua eccellenza il Cavalier Benito Mussolini” e “Sua Eminenza il Cardinal Gasparri” firmarono i Patti Lateranensi si chiudeva formalmente il periodo diciamo così liberale della borghesia italiana nel corso del quale aveva in qualche modo difeso la piena sovranità del suo Stato e la netta separazione della sfera religiosa da quella civile.
I Patti comprendevano un Trattato, una Convenzione finanziaria e un Concordato. Col Trattato si prevedeva:
1) Riconoscimento da parte dello Stato italiano del potere temporale della Chiesa sulla Città del Vaticano, con tutte le prerogative di uno Stato sovrano.
2) Riconoscimento da parte dello Stato italiano della religione cattolica come l’unica sua propria.
3) La Chiesa dichiarava definitivamente chiusa la “questione romana” riconoscendo lo Stato italiano sotto la sovranità della casa Savoia.
La Convenzione finanziaria obbligava l’Italia a versare alla S. Sede la bellezza di 750 milioni di lire e un miliardo in titoli di Stato al portatore al 5 per cento (somma enorme se si pensa che siamo nel 1929).
Il Concordato invece regolava i normali rapporti tra Stato e Chiesa:
1) Lo Stato riconosceva il “carattere sacro” della città di Roma e si impegnava ad impedire in essa fatti sgraditi alla Chiesa.
2) Lo Stato si impegnava ad impedire l’accesso alle cariche pubbliche di qualsiasi prete (o ex prete) senza il nulla osta dei vescovi.
3) Lo Stato riconosceva valore civile al matrimonio religioso.
4) L’art. 34 introduceva l’insegnamento religioso nelle scuole di Stato dalle elementari alle medie: «L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica».
5) Lo Stato riconosceva le scuole, le organizzazioni, gli istituti religiosi.
A ragione Pio XII affermò commentando il Concordato: «È con profonda compiacenza che crediamo di aver con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio».
Che cosa dava la Chiesa in cambio di tutte queste concessioni? Essa assicurava allo Stato l’appoggio del suo prestigio internazionale per la politica estera e della sua potente e capillare organizzazione per l’imbonimento propagandistico e il controllo delle masse. Borghesi e proprietari fondiari che nel periodo risorgimentale si erano atteggiati ad atei e mangiapreti ora, alle soglie della grande crisi economica, dopo la paura per l’ondata proletaria del ’19, accorrevano sotto la protezione del manganello e della tonaca.
La cosiddetta “Questione romana” apertasi dopo il 1870 con i Patti Lateranensi ebbe un epilogo degno della borghesia più cialtrona d’Europa che, rinnegando i suoi principi liberali non seppe nemmeno difendere la propria dignità statale facendo fare una ben misera fine al motto cavouriano: Libera Chiesa in libero Stato.
Le requisizioni e gli espropri
Si fa generalmente risalire l’apertura delle ostilità tra Stato e Chiesa alla presa di Roma nel 1870. In realtà le restrizioni contro il clero e le istituzioni religiose furono molto maggiori negli anni precedenti e anzi, da questo punto di vista lo Stato italiano si rimangiò progressivamente tutti i provvedimenti del periodo risorgimentale.
Nel 1850 in Piemonte le Leggi Siccardi (caldeggiate da Cavour) abolivano i diritti di asilo nelle chiese e nei conventi e ponevano un freno all’arricchimento degli ordini religiosi. Scoppiarono tumulti filoclericali repressi con fermezza: si giunse persino – cosa oggi impensabile – all’arresto dell’arcivescovo di Torino. Nel 1853 vennero ridotti gli ordini religiosi e tolta loro ogni personalità giuridica. Nel 1861 la masse contadine del meridione accolsero con entusiasmo la spedizione garibaldina e credettero giunta l’ora della riscossa contro il giogo della proprietà fondiaria e contro i conventi e gli ordini religiosi possessori di grandi latifondi e accaparratori di enormi ricchezze. Questi ingentissimi patrimoni provenivano dallo sfruttamento diretto e indiretto dei contadini, ma anche in buona misura della aristocrazia fondiaria che, sotto forma di rendite, messe, ex voto, lasciti e donazioni d’ogni genere, pagava assai salata la protezione del clero.
Il governo italiano dovette allora procedere a requisizioni e chiusure di conventi con il duplice scopo di acquietare il malcontento delle masse e soprattutto di mettere le mani sul malloppo per risanare un bilancio dissestato dalle continue guerre. Si giunse così nel 1866 allo scioglimento degli ordini religiosi e alla messa in liquidazione dei loro beni. Ancora oggi quante scuole, ospedali, edifici pubblici di ogni genere sorgono in ex conventi requisiti in quegli anni: Togliatti e soci per buona sorte non c’erano perché altrimenti i preti sarebbero ancora lì.
Sempre nel 1866 vennero arrestati e confinati vescovi apertamente ostili allo Stato (l’Exequatur, cioè il permesso di amministrare la diocesi, richiedeva il giuramento di fedeltà al Re). È di questo anno l’emanazione da parte del coriaceo Pio IX (ex speranza dei patrioti italiani, oggi non a caso riscoperto dagli storiografi) della enciclica Quanta Cura che condanna la libertà di stampa e del Sillabo che condanna la libertà di coscienza e le dottrine liberali.
La “Questione Romana”
I provvedimenti presi dallo Stato italiano dopo il 1861 ci appaiono ultrarivoluzionari se confrontati con il grigiore attuale; tuttavia furono dettati da pura necessità e la tendenza della borghesia italiana – che temeva più di ogni altra cosa la insurrezione delle masse – fu sempre di arrivare ad un accordo con il clero.
Così fu anche nel processo che portò alla conquista dello Stato Pontificio e alla abolizione del potere temporale dei papi.
Dopo l’abbattimento dei Borboni il meridione era in fermento e moltissimi si erano arruolati tra gli insorti garibaldini convinti che si sarebbe proseguita la marcia vittoriosa fino alla liberazione di Roma. L’intervento dei piemontesi e l’arresto della avanzata fu accolto come una doccia fredda. Il governo italiano si propose allora di stornare in altre direzioni questo malumore e di utilizzarlo a proprio vantaggio. A tale scopo nel 1862 fu permesso a Garibaldi di arruolare volontari in Sicilia per la marcia su Roma. Giunsero però severi ammonimenti da parte di Napoleone III e il governo fece marcia indietro mandando le truppe regolari a fermare i garibaldini sull’Aspromonte.
Nel 1864 Italia e Francia firmarono la Convenzione di Settembre in base alla quale l’Italia si impegnava a non attaccare lo Stato Pontificio in cambio del ritiro della guarnigione francese. La parte segreta del trattato impegnava l’Italia a rinunciare a Roma e a trasportare la capitale a Firenze.
Nel 1867 viene di nuovo consentito a Garibaldi di arruolare volontari in Toscana. Di fronte alle minacce francesi, lo stesso Garibaldi viene arrestato. Riesce però a fuggire e i garibaldini iniziano la marcia verso Roma che finisce tragicamente a Mentana sotto i colpi dei primi fucili a ripetizione; gli chassepots francesi.
È solo nel 1870 in seguito alla guerra franco-prussiana e alla caduta del II Impero che il governo italiano, dopo aver denunciato la Convenzione di Settembre, fa entrare le sue truppe in Roma (20 settembre). Ironia della sorte, Garibaldi non c’è; è in Francia a combattere contro i prussiani. Possiamo ben dire, a dispetto della tronfia retorica patriottarda, che fu proprio l’esercito prussiano ad aprire la breccia di Porta Pia.
Mentre la Corte papale si ritirava in uno sdegnoso isolamento atteggiandosi a prigioniera del governo italiano, questo si diede subito da fare per farsi perdonare dalla Chiesa il peccatuccio di averle sottratto i propri territori. Nel maggio 1871 venne promulgata la Legge delle Guarentigie la quale stabiliva: extraterritorialità (cioè immunità dalle leggi dello Stato italiano) dei palazzi Vaticano, Laterano e Castel Gandolfo. Onori sovrani al Papa. Una dotazione annua pari al bilancio dello Stato Pontificio per il mantenimento della corte papale. Rinuncia da parte dello Stato a tutte le molteplici forme di controllo sul clero dell’ex Regno Sardo e degli altri principati, conservando solo il Placet (cioè l’assenso del Re alla nomina dei vescovi) e l’Exequatur. Con questa legge alla Chiesa Cattolica venivano accordati privilegi di gran lunga superiori a quelli goduti sotto i precedenti regimi. Essa fu tuttavia rifiutata dal Papa che continuò a dichiararsi prigioniero degli italiani e a comportarsi come un sovrano spodestato rivendicando i propri territori.
La definitiva chiusura della questione si ebbe soltanto con i Patti Lateranensi che però non rappresentarono semplicemente la risoluzione di una annosa controversia, ma segnarono il definitivo compenetrarsi dell’apparato del clero con lo Stato.
Oggi
A 50 anni di distanza, il processo si è accentuato fino ad assumere forme macroscopiche. Anche in questo la Repubblica democratica ha raccolto l’eredità del fascismo.
La laicità dello Stato, difesa dalla borghesia risorgimentale, è ormai definitivamente svenduta in cambio del sostegno politico della Chiesa Cattolica.
I preti fanno parte integrante dell’apparato dello Stato che regolarmente li paga per il servizio che svolgono. La Chiesa Cattolica con la sua estesissima e capillare organizzazione territoriale, con la sua mastodontica rete di organizzazioni collaterali, con le sue molteplici attività è, in un certo senso, il partito più forte e più solido e può vantare – unico fra tutti i partiti borghesi – una ferrea continuità di tradizione e di dottrina. Essa rappresenta perciò un fattore di primaria importanza per bloccare la lotta di classe e per la sottomissione delle masse allo Stato capitalista. Il Vaticano costituisce un potente impero finanziario e un centro diplomatico internazionale di grande importanza.
Nemmeno l’istruzione pubblica la borghesia ha saputo difendere. Asili e scuole gestite da preti e suore pullulano sempre più e ricevono spesso sovvenzioni statali.
Nelle scuole pubbliche gli insegnanti di religione sono regolarmente pagati dallo Stato ma vengono nominati dalle Curie vescovili. Non parliamo delle innumerevoli case di cura, di riposo, “istituti di beneficenza” gestiti da religiosi. Ma anche negli ospedali di Stato troviamo immancabilmente – e sempre in posti chiave – le piattole bianche dall’aspetto mansueto e dal pugno di ferro. E le parrocchie non sono forse centri di informazione e di spionaggio al servizio dei padroni e dello Stato? È consuetudine che ad esempio le banche chiedono informazioni al prete prima di assumere un nuovo impiegato. Che dire poi degli organi di stampa e della radiotelevisione di diretta o indiretta emanazione del clero?
Insomma mai come oggi i preti hanno goduto di uno strapotere così sfacciato. Certamente il reazionario Regno Sardo avrebbe arrestato (come effettivamente fece) chiunque osasse fare aperta propaganda contro la legge dello Stato. Ebbene, lo Stato democratico di oggi che si atteggia a progressista ha addirittura ammesso formalmente per la legge sull’aborto la possibilità della “obiezione di coscienza”, formula che ha il solo significato di consentire al clero l’aperta propaganda contro la legge e il suo sabotaggio con le intimidazioni più bieche e feroci come ben sanno le donne proletarie che hanno dovuto sottoporsi all’aborto legale.
Ormai la compenetrazione del clero con l’apparato statale è divenuta un processo inarrestabile che assumerà proporzioni sempre più vistose. Il Concordato è tuttora pienamente in vigore. Si parla di revisione ma al solo scopo di sfrondare alcuni “rami secchi”, togliere alcune parti anacronistiche, rinnovare insomma su basi più moderne il legame Stato-Chiesa che da accordo tra due parti è ormai divenuto una vera e propria unione organica.
L’affermazione del PCI che oggi l’alternativa tra clericalismo e anticlericalismo non esiste più racchiude in sé una grande verità: no, non esiste più questo contrasto perché tutti i partiti di destra, di centro, di sinistra, i sindacati, la Chiesa, le istituzioni di ogni genere formano un unico sodalizio di ferro, arroccati attorno allo Stato, in difesa dei privilegi delle classi ricche.