Storia della Sinistra Pt.1
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Capitolo esposto nella riunione del settembre 1979 [RG15]
La Sinistra Comunista italiana e le frazioni di sinistra del movimento comunista internazionale
È nostra ferma convinzione che il Partito Comunista unico e mondiale risorgerà sulla base della sistemazione organica che la Sinistra ha dato ai quesiti posti dalla storia, nell’immediato primo dopo-guerra e sino ad oggi. Tale convinzione non nasce da nostre idee preferenziali, ma dal materiale svolgimento delle lotte di classe del proletariato internazionale, impietoso selezionatore di programmi, di partiti, di indirizzi politici e di tattiche. È quindi tesi storica inconfondibile ed irrinunciabile quella che il partito politico della classe operaia, il Partito Comunista, non è il prodotto della confluenza di “metodi di azione e di scuole di pensiero” diversi dal marxismo rivoluzionario, di gruppi politici genericamente richiamantisi alla “sinistra”. Per questa ragione, che, ripetiamo, scaturisce dall’esperienza storica del marxismo di sinistra, abbiamo sempre respinto la proposta di “fronti unici politici” nel campo della tattica, di “fusioni” con supposte ali “sinistre” nel campo dell’organizzazione. A maggior ragione respingiamo oggi, nel grave persistere della disfatta del proletariato internazionale, questi surrogati che nelle intenzioni e convinzioni dei molti proponenti dovrebbero garantire la rinascita del partito.
La posizione stessa che il partito politico di classe non domini oggi nello scontro delle classi perché non avrebbe perseguita una strada diversa da quella dettata dall’esperienza storica della battaglie vinte e perdute, dalle “lezioni” delle rivoluzioni vittoriose come delle sconfitte, tradisce il convincimento antimarxista che la rivoluzione sia una questione di forme e non di forze. Il dato grave, determinante tutti i ritardi del ritorno del proletariato sul fronte rivoluzionario, al contrario, consiste nella vittoria del nemico alla scala mondiale, nella sconfitta dell’Ottobre russo, nella distruzione dell’Internazionale Comunista ad opera dell’opportunismo e della sua repressione militare sulle avanguardie del comunismo internazionale.
Credere di rimediare a eventi negativi di portata mondiale e semisecolare con espedienti, per altro già tragicamente sperimentati dal proletariato nel periodo 1919-1926, significa ridurre il marxismo, come scienza del proletariato, alla bassezza della politica borghese.
Vogliamo riferirci non soltanto a coloro che balbettano il marxismo, ma soprattutto a coloro che passano per “esperti”, tanto da attingere alla “storia della Sinistra”, ovviamente “interpretandola”. La storia della Sinistra è utile strumento allo scopo di impossessarsi da parte delle nuove generazioni comuniste delle armi del combattimento rivoluzionario, e non per saccenteria storiografica, da primi della classe. Riconfermiamo che queste armi sono intoccabili, immodificabili, insostituibili, tutte, nessuna esclusa.
Il “parlamentarismo rivoluzionario”
Compiono lo stesso delitto di manomissione delle posizioni del marxismo rivoluzionario, sia quelli che operano “da sinistra” sia quelli che operano “da destra”, con l’intento di modificare l’assetto del partito. “Sinistra” e “destra” li impieghiamo per semplificare le cose, non per rilasciare patenti di schieramento politico all’interno del partito, sebbene la “recidiva socialdemocratica” sia sempre in agguato, ma non dimenticando che qualsiasi posizione difforme da quella corretta è riconducibile piuttosto a ideologie piccolo-borghesi.
Sulla questione parlamentare, oggetto di attenzione dello stesso Lenin, con l’opuscolo sull’Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo, contrariamente a quanto afferma l’esegesi opportunista, non si contrapposero due tesi, quella di Lenin-Bukarin e quella della Sinistra italiana, su questioni fondamentali tanto da risultare impossibile la convivenza nell’IC della Sinistra italiana. La Sinistra non “dimissionò”. Uscì invece la corrente “consiliarista” che dette vita, dopo, al Partito Comunista Operaio tedesco, facendo del parlamentarismo una questione occasionale per impostare una visione generale opposta a quella della IC e del marxismo rivoluzionario. Le posizioni di Lenin e della Sinistra non solo non contraddicevano i postulati generali del comunismo, ma rafforzavano l’elemento fondamentale, su cui poggiava la tattica specifica dell’uso del parlamento borghese, per distruggere il parlamento stesso e su cui deve poggiare qualsiasi disegno tattico, cioè il partito, la natura, la funzione e la tattica del partito politico di classe.
Per la “sinistra” consiliarista, come per gli anarchici e i sindacalisti-rivoluzionari, la tattica parlamentare, come qualsiasi tattica che preveda l’utilizzo dialettico di alcune armi della stessa borghesia, in generale della legalità borghese – senza per questo trasformare il partito in organo legalitario, come postula la socialdemocrazia – diventano inconcepibili e impossibili, perché viene a mancare il presupposto fondamentale che è il partito, il vero partito comunista. Per essi l’azione rivoluzionaria diventa fatto morale e non svolgimento politico.
Il fondo del disaccordo dei “sinistri” con il parlamentarismo di Lenin e con l’astensionismo nostro è la questione del partito. Come il disaccordo tra la Sinistra e gli “ordinovisti” era la concezione del partito, falsamente posta tra partito “di massa” e partito “d’élite”. Per queste ragioni la Sinistra dichiarò di respingere l’adesione alle sue tesi astensioniste di coloro che non condividevano la concezione marxista del partito.
Non per caso l’astensionismo di “consiliaristi” ed anarchici era “di principio” mentre quello della Sinistra fu “tattico”, relativo cioè alla situazione storica che poneva all’ordine del giorno la preparazione rivoluzionaria del partito e del proletariato, preparazione che secondo la Sinistra minacciava di essere compromessa dall’attività parlamentare, nella quale si erano impantanati i vecchi partiti socialisti e con la quale erano state celebrate le orge della controrivoluzione. Per la Sinistra tutte le forze dovevano essere mobilitate per l’approntamento dell’azione rivoluzionaria, la quale avrebbe demistificato la natura controrivoluzionaria delle istituzioni borghesi, della democrazia e dello Stato, dimostrando ai proletari seguaci delle socialdemocrazie, ai semiproletari e ai piccolo-borghesi, abbacinati dalle pratiche inconcludenti del parlamentarismo, la sua efficacia pratica, immediata e dirompente.
Lenin usò l’argomento che le “sinistre” avrebbero avuto ragione del loro astensionismo parlamentare se fosse stato vero che “il parlamentarismo è politicamente superato”. A posteriori è facile sostenere che il parlamentarismo è politicamente superato non solo per il proletariato, ma anche per la stessa borghesia. Se c’è una forza politica, oggi, che rinverdisce l’esteriorità, solo l’esteriorità, parlamentare è l’opportunismo, che si fregia dei simboli del comunismo. Con la vittoria alla scala sociale del totalitarismo borghese, fascista o meno, il parlamento borghese è soltanto una messa in scena per gabbare i lavoratori.
La questione del partito
Lenin, perfettamente attrezzato per dirigere il partito, amava spesso ripetere che un partito puro e forte deve essere in grado di utilizzare tutte le forme, non deve temere di “sporcarsi le mani”, di farsi contaminare. Noi gli demmo ragione e replicammo che il nostro rifiuto ad entrare nel parlamento borghese non era dettato da ragioni morali od estetiche, ma da considerazioni politiche, da valutazioni tattiche ed organizzative.
Successivamente, durante le discussioni sulla tattica e sul partito nei Congressi internazionali e nelle riunioni dell’Esecutivo Allargato, la Sinistra ebbe modo di approfondire le sue posizioni e di impostare con aderenza alla dialettica marxista la questione del partito. I bolscevichi, che ebbero il grande merito di “obbedire” a Lenin, concepivano il partito come una organizzazione “di ferro”, fortemente centralizzata, disciplinata, come un esercito, una avanguardia della classe operaia sapiente e coraggiosa. Non c’è dubbio che il partito deve avere tutti questi requisiti “tecnici”, queste qualità soggettive, condivise dalla Sinistra. Ma noi abbiamo ritenuto che, indispensabili, fossero insufficienti a definire il partito e che tali attributi “eccezionali” non lo preservassero, come pretendevano i bolscevichi, dal cadere nel revisionismo e nell’opportunismo.
La Sinistra non pretende che la teoria rivoluzionaria permetta di vincere tutte le battaglie, ma, materialisticamente, imposta il problema nel termine noto che “senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria”, tesi che è di Lenin. A più forte ragione non esiste la più perfetta concezione del partito che lo salvi dal degenerare. Ma senza il possesso di questa teoria non esisterebbe il partito o avremmo un partito qualsiasi.
Da un punto di vista storico generale la Sinistra dà questa definizione del partito: scuola di pensiero e metodo di azione, per cui si abilita come organo della classe.
In un testo del 1945, Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario, si riprende da Lenin e si sviluppa:
«I principi e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione, sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente alla lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito. Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo partito, e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre nell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual’è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione».
Partito come organo della classe, quindi, e non tanto come parte della classe, in parallelo con la definizione di classe operante nella storia con finalità storiche sue proprie e non come classe statisticamente intesa.
Il concetto di “parte” è limitativo nel tempo e nello spazio. Non a caso sia nell’IC sia nei confronti dei partiti opportunisti la polemica su “partito” e su “classe” è sempre divampata aspra e continua, e non a caso il partito come “parte” e la “classe” come contingente e statistica sono definizioni proprie dei traditori e dei rinnegati. Non sembri dottrinarismo. Valga, a mò di sintesi, il giudizio teorico e storico della Sinistra, come dal testo citato:
«Il revisionismo della Seconda Internazionale, che dette luogo all’opportunismo nella collaborazione dei governi borghesi, in pace e in guerra, fu la manifestazione dell’influenza che ebbe sul proletariato la fase di sviluppo pacifico ed apparentemente progressivo del mondo borghese, nell’ultima parte del secolo XIX. Sembrò allora che l’espansione del capitalismo non conducesse, come era apparso nel classico schema di Marx, alla inesorabile esasperazione dei contrasti di classe e dello sfruttamento ed immiserimento proletario. Sembrava, fin quando i limiti del mondo capitalistico potessero estendersi senza suscitar crisi violente, che il tenore di vita delle classi lavoratrici potesse gradualmente migliorarsi nell’ambito stesso del sistema borghese. Il riformismo in teoria elaborò questo schema della evoluzione senza urti dall’economia capitalistica a quella proletaria, e nella pratica con tutta coerenza affermò che il partito proletario poteva esplicare una azione positiva con realizzazioni quotidiane di parziali conquiste sindacali, cooperative, amministrative, legislative, che diventavano altrettanti nuclei del futuro sistema socialista inseriti nel corpo di quello attuale, e che mano a mano lo avrebbero trasformato nella sua totalità».
Il compito del partito, cosa apparentemente pacifica presso gli stessi socialisti dell’epoca classica, dovrebbe essere di conciliare l’intervento nei problemi e nelle conquiste contingenti con la conservazione della sua fisionomia programmatica e della capacità di portarsi sul terreno della lotta sua propria per la finalità generale ed ultima della classe proletaria. In effetti avvenne che l’attività riformistica non solo fece dimenticare ai proletari la loro preparazione classista e rivoluzionaria, ma condusse gli stessi capi e teorici del movimento a farne aperto gettito, proclamando che ormai non era più il caso di preoccuparsi di realizzazioni massime, che la finale crisi rivoluzionaria prevista dal marxismo si riduceva anch’essa ad utopia, e che ciò che importava era la conquista di giorno in giorno.
Divisa comune dei riformisti e dei sindacalisti fu: «il fine è nulla, il movimento è tutto». Divisa che il sig. Togliatti Palmiro ha fatto propria nella vergognosa frase che «non avrebbe sacrificato un cinquantennio alla rivoluzione». Il “sacrificio” della prospettiva rivoluzionaria alle contingenze ha compromesso entrambi i risultati, il “minimo” e il “massimo”; più ancora ha distrutto l’organo, il partito politico di classe, e con esso anche le rivendicazioni immediate, la difesa persino contingente della classe.
Se la nozione, non leninista, del partito come “parte” si andava affermando nell’IC sin dal 3° Congresso, dopo che l’ammissione, decretata al 2° Congresso, di gruppi politici non marxisti ma “rivoluzionari” e sindacalisti-rivoluzionari aveva di fatto avallato tale concetto, i “sinistri”, i “Linkskomunisten”, il KAPD (Partito comunista operaio di Germania) ammesso nell’IC come partito simpatizzante, vedevano confermata la loro antica posizione sul partito. Per essi il partito doveva addirittura confondersi con la classe approvando sostanzialmente la tesi dell’Esecutivo sulla “conquista della maggioranza” della classe operaia, tesi contrastata, invece, dalla Sinistra italiana.
La tattica
Il titolo di Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario dato al nostro testo del 1945, sta a significare che le questioni di teoria stanno alla base delle questioni pratiche di azione tattica ed anche di lavoro ed organizzazione del partito.
La Sinistra ha sempre sottolineato che il Partito comunista rivoluzionario è un partito speciale, non assimilabile agli altri partiti, né a quelli cosiddetti proletari né a maggior ragione a quelli borghesi o democratici. È un partito che si struttura, si muove, si organizza in modo completamente diverso dagli altri partiti, perché è l’organo di una classe che ha finalità diverse ed opposte rispetto a quelle delle altre classi della società. Non vogliamo trattare “filosoficamente” la questione, ma affrontarla da un punto di vista pratico, secondo il materiale svolgimento dei fatti storici, dal lato degli interessi politici e finali del proletariato. L’importanza storica della Prima Internazionale di Marx fu proprio quella di rappresentarsi come un partito della classe operaia autonomo e indipendente dalla democrazia borghese, piccolo borghese, radicale e socialisteggiante, di organo politico della lotta per l’emancipazione economica e sociale del proletariato.
Il fronte unico – Premesse
Siccome, «è la buona tattica che definisce un buon partito», è sul terreno della tattica che vanno prese le misure ai partiti.
Al 3° Congresso vengono presentate le “Tesi sulla tattica”, nelle quali sotto la parola d’ordine “Alle masse!” s’imposta il principio tattico della “conquista della maggioranza” del proletariato, che la Sinistra non condivise.
Sembrò, allora, che un siffatto indirizzo rispondesse all’esigenza contingente di battere “l’estremismo”, piuttosto che d’impostare le linee conduttrici della tattica. Così non fu, come si dimostrò all’Esecutivo del dicembre 1921, quando furono proposte le “Tesi del fronte unico”, che s’imperniavano, appunto, sulla “conquista della maggioranza”. Il Congresso si svolse all’insegna della polemica contro i “sinistri”, tra cui la centrale del VKPD (Partito comunista unificato di Germania), la quale tentò di coprire gli errori dell’”azione di marzo” con la “teoria dell’offensiva”, il KAPD, che criticò aspramente l’allacciamento delle relazioni commerciali dello Stato sovietico di Russia con i paesi capitalistici, ed anche l’”Opposizione operaia” russa manifestò con asprezza di dissentire dalla politica economica della NEP.
La Sinistra italiana condivise la critica di Lenin alla “teoria dell’offensiva”. Nel discorso del suo delegato, nel corso della discussione sulle tesi tattiche, viene messo in evidenza (il testo integrale è qui di seguito) l’attacco concentrico dei massimi dirigenti dell’IC contro le “tendenze radicali” di partiti comunisti, quasi trascurando il grave pericolo delle tendenze “centriste e semi-centriste”. In questo tipo di polemica i russi erano maestri: anche con un pizzico di “diplomazia” colpivano quello che sembrava loro il pericolo contingente, una volta “a destra” e una volta “a sinistra”. E bene fece il relatore della Sinistra ad evidenziare, con molto tatto, questo che ben presto diventerà un malcostume nelle relazioni tra i partiti e nei partiti dell’IC. Lenin stesso ammise, più tardi, di aver esagerato verso “la sinistra”. Mancando, oggi, giganti del tipo Lenin, sarà salutare che si abbandoni questo genere di performance, il cui bilancio è negativo.
Negli Emendamenti alle Tesi sulla tattica, proposti dalle delegazioni tedesca, austriaca e italiana, invece viene messo in risalto il pericolo del centrismo e del semi-centrismo e la funzione traditrice che aveva svolto proprio nella “azione di marzo” in Germania, esemplarmente rappresentata dall’opera di delazione del capo centrista Levi, di cui si chiedeva che fosse confermata la espulsione dal partito tedesco e dall’IC. Nella Dichiarazione della delegazione italiana di votare a favore della tesi proposta dall’Esecutivo della IC, il cui testo era stato redatto dalla delegazione del partito russo, il delegato italiano ribadisce con enfasi che il PC d’Italia è sempre stato sfavorevole al putch, che non ha mai amoreggiato con anarchici e sindacalisti rivoluzionari, come Serrati accusava il partito italiano, facendo osservare allo stesso Lenin che «involontariamente, egli dà così nelle mani delle tendenze opportuniste e centriste (…) un’arma e uno strumento di battaglia» contro il partito comunista e l’IC.
Le Tesi dell’Esecutivo furono approvate integralmente, con la sola aggiunta dell’Emendamento n. 20. Gli Emendamenti e la Dichiarazione sono qui di seguito ripubblicati.
(continua al n. 4)