Premessa
Questo articolo è stato pubblicato in:
- Comunismo 4 ()
Più si promette democrazia e partecipazione, più lo Stato borghese si chiude nei suoi interessi di classe e si arma contro i timidi conati di ripresa della lotta proletaria.
Le avvisaglie di guerra tra gli opposti imperialismi, da una parte vengono utilizzate come minaccia sul capo del proletariato, dall’altra giustificano l’inasprimento della competizione tra le opposte frazioni del capitale mondiale, smentendo in modo palese i miti della coesistenza pacifica e della distensione, le moderne versioni del doppio mercato e del confronto tra due regimi diversi, il capitalismo occidentale, soggetto alle crisi e alla inevitabile catastrofe, e il socialismo orientale a economia pianificata e in continuo irresistibile progresso di forze produttive.
Mentre gli Stati dell’occidente si armano sempre più e giustificano questo processo come determinato da una presunta minaccia del campo socialista, lo Stato russo ed i suoi satelliti rispolverano la vecchia teoria staliniana della cittadella assediata e chiamano a raccolta i partiti fratelli legati al carro dei rispettivi Stati nazionali da quando, secondo la lettura storica del partito di classe, ha trionfato la controrivoluzione e la sua nefasta logica.
La residua illusione, che fu già un mito apparentemente incrollabile, dell’edificazione del socialismo in un solo paese, viene rivitalizzata con tutti i mezzi e l’opportunismo di matrice staliniana si guarda bene dal decidersi nella sua navigazione in mezzo al guado, svolgendo la sua funzione ruffiana e mediatrice, non tanto come predica in difesa della pace mondiale, ma per mantenere un regime sociale di oppressione e di miseria per la classe operaia.
Nel gioco delle parti, il verbalismo rivoluzionario e la fraseologia “marxista leninista” non fanno altro che coprire la logica degli interessi statali e l’intreccio delle alleanze, tutt’altro che definitive, ed anzi aperte a possibili nuovi e imprevedibili giri di walzer.
I torbidi sociali e le contraddizioni di classe, fuori dalla retta interpretazione del partito comunista rivoluzionario, diventano ogni giorno di più l’occasione e il pretesto per il riarmo della macchina statale contro il proletariato, giustificando da una parte un’immagine dello Stato leviatanico e invincibile, dall’altra l’illusione ribellistica e piccolo-borghese di un facile e vicino crollo dello stesso a colpi di Winchester e di attentati al suo cuore.
La borghesia mondiale, ricca della memoria storica della sua vittoria contro la pressione proletaria d’occidente, non ha mai dimenticato la lezione del modello fascista, e anche quando ha avuto buon gioco nel secondo dopoguerra mondiale nel rispolverare la facciata democratica, ha mantenuto in piedi l’impalcatura dello Stato e dell’economia maturate negli anni ruggenti.
Questo però non le ha permesso di esorcizzare il demone dell’inferno capitalistico e l’economia anarchica, fondata sulla contraddizione insanabile tra forze produttive e rapporti di produzione, tra produzione sociale e distribuzione privata, che va verso la precipitazione della crisi; gli apprendisti stregoni vedono giornalmente ergersi contro i loro “razionali piani” l’onda della depressione e della stagnazione economica, la marea dell’intasamento delle merci invendute, il flagello dell’inflazione, che non è altro che l’espressione monetaria dell’insanabilità della contabilità bottegaia borghese che urta contro l’urgenza delle necessità della classe dei salariati immiseriti e defraudati del frutto del loro lavoro.
Di fronte a questo contenzioso di classe la tentazione dell’azzeramento e del ripiano del dare e dell’avere si fa prepotente: non basta il deterrente delle armi nucleari e delle reciproche minacce di annientamento totale ad esorcizzare tale pericolo.
L’unico reale deterrente di fronte alla possibilità di guerra tra gli opposti interessi imperialistici è e rimane il potenziale, distruttivo per la classe borghese, del proletariato: per questo la borghesia combatte senza perder colpo la sua guerra di lunga durata, da oltre 60 anni di controrivoluzione, segnando nel suo carniere dei punti non indifferenti: la sconfitta del proletariato mondiale non sul campo di battaglia, ma attraverso lo scompaginamento del partito di classe e l’annessione nella sua logica di organismi economici di classe.
La tragedia della degenerazione dell’Internazionale Comunista negli anni ’20 con lo stravolgimento della teoria rivoluzionaria ad opera dello stalinismo, l’affermarsi del modello fascista nei paesi chiave della catena imperialistica, Italia e Germania, hanno permesso alla borghesia mondiale di affinare le sue armi contro l’inevitabile ripresa della guerra di classe.
Il proletariato tradito e privato dei suoi organi di combattimento e di direzione politica non poté opporsi alle ulteriori spartizioni tra opposte frazioni del capitale, anzi si trovò a combattere altre battaglie per conto terzi, ma il suo estendersi, non solo statistico alla scala mondiale, per la legge inevitabile della produzione capitalistica che non può vivere senza sangue operaio, pena la sua estinzione, ha continuato a rappresentare una minaccia per le istituzioni economiche e politiche dell’imperialismo mondiale.
La furibonda guerra di eliminazione scatenata dalle borghesie vincitrici contro le conquiste della rivoluzione d’ottobre vide saldarsi reazione bianca e tradimento: la logica statale ed imperiale non si fermò di fronte ad alleanze apparentemente contro natura, come il patto Hitler-Stalin del 1939: ma le contraddizioni insite nella logica imperialistica nulla poterono contro un nuovo rendiconto generale tra Stati, che avrebbe dato vita a nuovi assetti di forze e di potenze.
Il capitale ha il diavolo in corpo, per trent’anni negli ambienti malsani dell’opportunismo di vario colore non si è mai smesso di esaltare le capacità praticamente infinite e le risorse del presente modo di produzione: l’euforia degli aumenti vertiginosi del reddito nazionale, specie nei paesi distrutti dalla guerra, come Germania e Giappone, ha seminato l’illusione di una illimitata espansione della produzione e degli scambi; la tragedia dei popoli coloniali, la loro fame e il loro disumano sfruttamento non sono valsi ad aprire gli occhi alla tracotanza borghese d’occidente e d’oriente: tutto è stato giustificato come prezzo da pagare sull’altare del decollo industriale, della modernizzazione e della competizione.
Ma i nodi non potevano non venire al pettine, ed i decantati miracoli economici hanno cominciato a far i conti con le ragioni della lotta di classe, sopita ma non spenta, addomesticata, ma non doma. Così in anni recenti si è aperta una irreversibile crisi ed i segni della sua precipitazione si fanno sempre più evidenti.
Ma le possibilità di riscatto del proletariato devono fare i conti con un apparato statale che la democrazia post-fascista ha contribuito a legittimare agli occhi degli operai con un organamento di istituti e di sofisticate insidie che hanno fiaccato e confuso l’istintivo sentimento di classe.
Fanno ridere le contorsioni e le manovre di regime, al governo e all’opposizione, che pretendono di suscitare il “democratico” interesse intorno al codice Rocco e ai residui ruderi dell’ordinamento fascista.
Non si tratta per il comunismo rivoluzionario di espungere dalla legislazione vigente questa o quella legge incompatibile con l’assetto democratico, ma di abbattere violentemente un intero sistema di rapporti sociali, di cui l’apparato statale non è che il culmine e la più brutale sovrastruttura.
Com’è possibile, dopo così lunghi anni di menzogna e di soggezione proletaria, pensare ad un compito così arduo e così, almeno apparentemente, utopistico?
La condizione base che può permettere una prospettiva tanto esaltante e necessaria è il restauro integrale e intransigente della dottrina di classe e la ricostruzione del partito di classe, l’organo indispensabile per la direzione dell’immancabile ripresa della lotta a livello generale tra le classi.
Da queste considerazioni rifulge l’azione di reale resistenza e di difesa del programma da parte di un nucleo molto ridotto di militanti comunisti, che contro le mode incessantemente mutate in 60 anni di controrivoluzione hanno mantenuto fermo con sentimento e lucidità intellettuale e morale l’intero blocco della dottrina marxista.
La Sinistra Comunista, che fu l’anima del Partito Comunista d’Italia e la forza direttrice nei difficili ed anche esaltanti anni del primo dopoguerra mondiale, sola e contro tutti mantenne fermi i punti programmatici e pratici che avevano permesso la fondazione del Partito Comunista Mondiale della Rivoluzione, altrimenti noto come Internazionale, e incurante delle avverse condizioni storiche che videro l’avvento del fascismo e il tradimento della socialdemocrazia non temette di rimarcare la degenerazione della vita interna del partito mondiale sotto i colpi della vittoria borghese in occidente, che stava producendo i suoi devastanti effetti all’interno stesso dell’organizzazione politica del proletariato mondiale attraverso il grimaldello del partito russo.
Da allora, attraverso l’opera dei militanti comunisti che ebbero la forza di resistere al terrorismo ideologico e alle purghe, all’efficienza e alla violenza dello Stato borghese, senza timore di cadere in quello che gli interessati nemici ed ex comunisti amano chiamare atteggiamento settario, ha continuato a svolgere la sua azione di difesa della teoria, mai in astratto e fuori dal contatto possibile e concreto con la classe.
Il metro di misura di questa azione è sempre stato il giudizio storico complessivo, mai il successo immediato o la pretesa propria della politica di ottenere risultati a qualsiasi prezzo, magari sacrificando le possibilità stesse della rivoluzione.
Ed oggi, dopo che le accademie della storiografia opportunistica e staliniana per lunghi anni ci hanno gratificato del titolo, per loro infamante, di “nullisti rivoluzionari”, quando la crisi del capitale e dei rapporti statali si fa acuta e forse travolgente, le milizie del tradimento di classe si fanno in mille per presentare agli occhi del proletariato come barbaro e omicida anche il più timido accenno alla parola rivoluzione.
Un tempo non avremmo fatto abbastanza per il successo del socialismo, oggi saremmo degli untori da tenere alla larga per non contagiare l’idillio democratico e la pace tra i popoli.
Ci si decida una volta per tutte: non fummo dei nullisti rivoluzionari quando il proletariato era in piedi, e sapemmo indicargli la via della lotta e poi del ripiegamento ordinato e disciplinato, non lo siamo oggi quando la classe operaia ha ancora le ginocchia piegate, ed a mala pena è in grado di provare a difendere il pane quotidiano contro l’ingordigia dei detentori dei mezzi di produzione.
La pazienza del comunismo non è mai rassegnazione e attesa fatalistica, ma lotta nelle condizioni favorevoli o avverse, comunque azione storica che trascende le mode e le generazioni, insita nelle contraddizioni reali della storia moderna. Ogni tentativo di esorcizzarla è illusorio, ogni pretesa di evitarla è destinata al fallimento. La nostra storia, la storia della Sinistra Comunista, lo testimonia a lettere di fuoco.