La classe operaia non ha da difendere la legalità borghese le sue regole e rispettabilità
Categorie: Party Doctrine
Questo articolo è stato pubblicato in:
Nel montare della sua inevitabile crisi di sovrapproduzione, il Capitale spinge, suo malgrado, verso la rottura della pace sociale nonostante la corruzione materiale e intellettuale che la borghesia esercita sul proletariato. Anni di sviluppo e di “benessere”, ovvero di profitti per le aziende, hanno permesso al Capitale di comprare la mente dei proletari spacciando per eterno e indiscutibile questo sviluppo e questo benessere.
La crisi è dovuta ai limiti insiti nel sistema capitalista, alla sovrapproduzione e alla conseguente impossibilità di creare ulteriore profitto, e non alla cupidigia di qualche speculatore dai denti particolarmente lunghi.
Per mantenersi in vita il capitalismo deve sostenere i calanti profitti con una ulteriore estorsione di plusvalore dal lavoro salariato. Da qui nascono tutti i problemi che opprimono la vita dei proletari; ma anche gli incubi della borghesia che sa che la rabbia finirà per esplodere. Non basterà allora il torpore mentale e l’osceno diversivo dei partiti parlamentari, del parlamento stesso, dei sindacati venduti, insomma quello che è il regime borghese.
Ma la rabbia da sola non basta. Perché sia efficace occorre che sia cosciente ed organizzata.
Consapevole del fatto che la crisi sta ormai incrinando la propensione delle masse ad accettare acritica la realtà e l’interpretazione che la classe dominante ne fornisce, questa sta già preparando nuove menzogne che si aggiungono alle vecchie.
Un metodo è il cullare il sentimento di avversione verso la “politica”, tipico della piccola borghesia. È necessario che i proletari, come troppo spesso è successo, non si facciano trascinare in guerre che non sono le proprie.
La individualista ideologia dei borghesi, che vedere tutto opera di un “grande uomo”, prima “salvatore” poi capro espiatorio, in questa ridicola riduzione assolve se stessa ed il proprio sistema economico e sociale. Ancor oggi la propaganda borghese torna a porre la soluzione degli attuali problemi nella ricerca di un capo, un dittatore “buono e saggio” che rispetti infine legalità, moralità e democrazia.
Torna la necessità per la borghesia di offrire alle masse un malvagio cui attribuire la colpa di tutto, un satiro o una banda demoniaca: tra un “Mani pulite” ed una nuova ondata “moralizzatrice”, si cambiano facce scomode per sostituirle con nuove peggiori.
Fintanto che esisteranno società divise in classi, esisteranno privilegi da difendere, più o meno leciti, più o meno meritati.
I proletari non hanno nessun interesse a difendere la legalità borghese, le sue regole e la sua onorabilità, soprattutto quando chi decide il confine tra legalità e illegalità è una classe che sposta questo confine a proprio piacimento, con l’unico scopo di salvaguardare i suoi interessi di classe.
“Legale” è solo difendere il Capitale. Compito dei partiti, che provengano dalle file della destra o della sinistra del borghese parlamento è di rendere democratiche tutte le istanze che il Capitale imporrà con la dittatura della sua forza economica, politica, militare. Lo provano le Leggi finanziarie, approvate e votate da destra e da sinistra, atte a colpire più duramente le condizioni dei proletari.
Come si trovò ad affermare in un’intervista George Soros già una ventina di anni fa, con tutto il candore che la sua posizione di grosso squalo gli consentiva: «Le masse votano ogni 4/5 anni nelle cabine elettorali, io voto ogni giorno alzando il telefono».
E sopra i parlamenti nazionali, comitati d’affari delle borghesie nazionali, aleggia una Unione Europea, comitato d’affari di una borghesia europea che non ha mai saputo diventare tale trovando strategie comuni, se non nel momento in cui c’è da colpire i proletari, di qualunque nazionalità, etnia e religione (sì, in questo il Capitale è veramente “democratico”).
Non si tratta di un’economia “violentata” da politici e banchieri privi di scrupoli, senza i quali essa sarebbe portatrice di pace giustizia e prosperità per tutti, ma di un modo di produrre che, come la scienza di Marx insegna, vive di cicli di sviluppo e di crisi che nascono dalla incessante necessità per il Capitale di trasformare il denaro in merce, per produrre altra merce, da trasformare in maggior denaro. Una corsa, senza criteri che non siano il profitto, il produrre di più per vendere di più e a prezzi di costo sempre più bassi.
Alla fine della corsa criminale, la crisi. Allora per il Capitale è necessario distruggere merci e risorse, perché tale distruzione è l’unica strada che ha per rigenerare sé stesso. Per rendere più veloce e completa questa distruzione occorre la guerra.
Cercano una chimerica moralità tutti i movimenti che vorrebbero una gestione “più democratica”, dell’acqua, dell’ambiente, della scuola, della sanità, eccetera. Tali posizioni sono “post-fasciste” perché al di sotto perfino del gradualismo socialista della Seconda Internazionale. Auspicano infatti solo “un capitalismo morale”, convinti che la società sia composta da classi con interessi in fondo comuni e componibili.
Sono uno dei maggiori nemici della classe operaia, oltre che inutili ed inconcludenti per gli stessi loro fini dichiarati, poiché deviano le forze proletarie dall’affrontare la causa di tutti i problemi, il capitalismo, nascondendolo sotto tanti suoi effetti particolari. Finché esisterà il Capitale saranno le soluzioni del Capitale ad imporsi, perché ineluttabili e sole possibili nella realtà del mercato e delle sue leggi.
Ma, anche se fosse vero che il modo di produzione associato al Capitale e al lavoro salariato è l’unico funzionante ed eterno, proprio perché prodotto non di scelta di qualche politico o banchiere ma de impersonali leggi materiali, ugualmente la classe operaia non chinerebbe il capo né accetterebbe come immutabile tutto ciò. La classe è costretta a difendersi. E difenderà la sua vita anche se la borghesia dimostrasse matematicamente che non potrà vincere.
Ma, se fosse eterno ed incontrastato il suo dominio perché, per trattenere il movimento della classe operaia, la borghesia è costretta a ricorrere al disfattismo e molto più sovente al fattivo sabotaggio dei sindacati di regime?
Soggetti e fattori di storia sono le classi. I proletari, come individui, non possono sperare di riuscire a tener testa allo strapotere politico, economico e infine culturale del Capitale. Possono farlo soltanto come classe e soprattutto come classe organizzata. I sindacati sono la forma spontanea ed immediata di organizzazione della classe. Nel momento in cui questi rinunciano al loro compito, i proletari si sono trovati nell’impotenza. È fondamentale per i lavoratori ricostruire quindi quell’organizzazione che permetta loro di presentarsi sulla scena sociale al di sopra delle artificiose divisioni di azienda, regione, comparto o categoria.
Ogni classe ha un suo programma, una sua dottrina, un sua “visione del mondo”. Il programma della classe operaia è il comunismo, che è custodito e difeso nel partito comunista marxista, oggi nel nostro partito. Proletari di tutto il mondo unitevi, per la distruzione ovunque del capitalismo.