Partito Comunista Internazionale

Cucinata la sconfitta

Categorie: Italy, Opportunism

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Roma, 15 ottobre

In Italia, vista la gravità della situazione economica, cui è corrisposto un atteggiamento apertamente collaborazionista della Triplice sindacale, ed in vista di ulteriori affondi contro la classe operaia, si è ritenuto che fosse il caso di tornare a seminare confusione fra i lavoratori e di accodare i settori più combattivi della classe operaia all’impotenza, alle illusioni e ai movimenti spuri della piccola borghesia. Quindi, gli apparati della sinistra sindacale e qualche dirigenza dei sindacati di base, sempre imprevedibile ed incontrollabile, dopo decenni di divisioni o di disinteresse reciproco, facevano spuntare, all’improvviso, come un fungo, la assemblea del primo ottobre. Questa, cui erano chiamati sindacati, partiti e “movimenti” d’ogni razza e tendenza, avrebbe fondato lì per lì nientemeno che “il movimento dei movimenti”, per rivendicazioni del tutto inconsistenti che critichiamo in altra parte di questo giornale.

La “giornata” del 15 ottobre a Roma, un sabato, da qui nasce. Ed era evidente che qui sarebbe finita. Praticamente nessun organismo reale visibile l’ha indetta, e nessuno l’ha organizzata. Una enorme folla indifferenziata ha percorso le vie di Roma, tenendosi stretta solo al buon senso e alle buone intenzioni. In quell’assenza di indirizzo politico e postura di classe era assolutamente impensabile un qualunque servizio d’ordine a protezione da provocazioni. Una disorganizzazione, diremmo, criminale. Del resto in quel tipo di manifestazione c’era posto per tutti, e così è stato. Inutile scomodare opposizioni fra violenza e non-violenza, legalità ed illegalità, ecc. Quando non siamo sul terreno della lotta di classe vanno irrimediabilmente queste e quelle nel senso della conservazione.

Non sono state le “violenze” di una “minoranza”, a determinare il fallimento della manifestazione ma il fatto che si è conclusa come era iniziata, nel vuoto. Come previsto, tutto è andato come doveva andare: il suo scopo era fin nei suoi primi ideatori la dispersione di quel poco di movimento operaio che c’è oggi. Sconfitta! sconfitta! ha gridato l’indomani Cremaschi. Né lo Stato borghese si è certo indebolito per due vetrine infrante.

La violenza rivoluzionaria della classe operaia non si improvvisa né è anticipata da inutili punzecchiature sui rappresentati dello Stato borghese. La rivoluzione è una guerra, non un giorno di carnevale da segnare sul calendario, una guerra che ha bisogno del suo esercito, al momento disperso e tutto da inquadrare, ed uno stato maggiore, il partito, oggi separato dalla classe. Chi ha fretta non è un rivoluzionario comunista. Nessuna solidarietà mai con lo Stato borghese, ma il comunismo e la classe operaia stanno da un’altra parte.

Questa mancanza di indirizzo – non solo di quella manifestazione ma dell’intero movimento degli “indignati” e di quelli che non vorrebbero “pagare il debito” – deriva dal fatto che si tratta di movimenti interclassisti, che raggruppano lavoratori, precari, disoccupati insieme a vasti e variopinti strati di piccola e media borghesia e di sottoproletariato, che vedono ridursi velocemente le poche o tante riserve accumulate negli scorsi decenni e hanno paura di un domani che percepiscono sicuramente peggiore del presente.

Ogni classe reagisce, a modo suo si ribella, secondo le sue possibilità, metodi ed accenti. Si indigna chi non capisce, chi ritiene che il nemico non rispetti un precedente patto: in una parola, la piccola borghesia e il sottoproletariato. (Anche dei lavoratori si parla oggi di difendere la dignità, scordando che la classe operaia non è una classe di questa società, è una classe di indegni, che conquisterà la sua dignità solo negandosi).

La forza di un fronte di partiti e partitini, parlamentari ed extraparlamentari, democratici e sedicenti comunisti, ecc. non è uguale alla somma delle loro forze, ma si adegua a quella del partito più “destro”, come è stato dimostrato sul piano pratico in tragici risvolti storici e su quello teorico dalla critica del comunismo di sinistra alle proposte di fronte unico. L’unità di azione del proletariato si può realizzare solo sul piano della difesa economica della classe lavoratrice, non su quello politico.

Il proletariato che si muove contro il nemico borghese potrà trascinare nella lotta al suo fianco anche gli strati intermedi solo se dimostrerà di essere la classe più decisa e forte, non mercanteggiando un programma politico di compromesso o prospettando governi “popolari” o “operai”.

I proletari, i giovani, a cui la società del capitale oggi più di ieri nega ogni possibilità di vita, non hanno da schierarsi né con i difensori dell’ordine borghese né con chi sfoga nelle piazze l’estetica della violenza. Altra è la strada che ha da percorrere.