Partito Comunista Internazionale

Il proletariato cinese risponde con gli scioperi ai licenziamenti

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 La Cina sta percorrendo a tappe forzate la strada verso il pieno sviluppo capitalistico. Come nei decenni scorsi il Giappone, è adesso Pechino a cercare di farsi largo per occupare il suo posto tra i grandi dell’imperialismo mondiale.

 È un percorso, come più volte rilevato sul nostro giornale, che i lavoratori cinesi stanno pagando a caro prezzo. La situazione della classe operaia è terribile: orari di lavoro molto più lunghi che in Occidente, salari molto più bassi, condizioni di lavoro spesso disumane (incidenti mortali che coinvolgono decine di lavoratori non sono infrequenti).

 In questi ultimi anni la pressione sui lavoratori cinesi, sia dell’industria sia della campagna, si è ancora accresciuta per la necessità del capitale di entrare a pieno titolo nel ciclo del commercio mondiale facendosi accettare dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo comporta la rinuncia alla politica protezionistica che ha finora difeso alcuni settori dell’economia cinese, e quindi la necessità di liberarsi dei “rami secchi”, le industrie e gli impianti considerati “improduttivi”. Secondo i santoni della Banca Mondiale ben 140 milioni di lavoratori dello Stato e delle imprese collettive cinesi sarebbero “in eccedenza”. «L’attuale tariffa sull’import di auto � scrive il Manifesto del 14 aprile � è oggi del 100%, ma secondo gli accordi OMC siglati con gli USA dovrà diminuire fino al 25% entro i prossimi 5 anni. Milioni di operai del settore andranno sul lastrico, nell’immediato, quando le fabbriche saranno ristrutturate o chiuse. E lo stesso dicasi per milioni di contadini che, quando il grano americano, meno caro del 30% rispetto alla produzione locale, arriverà sul mercato, dovranno lasciare le campagne per cercare lavoro il città. Cento milioni di persone lo hanno fatto, in seguito alle riforme che già hanno trasformato l’agricoltura cinese». L’anno scorso pare siano stati licenziati 11 milioni di lavoratori.

 Ma non è un processo che la classe operaia cinese accetta supinamente; nonostante la ferrea repressione pare che si siano formate numerose organizzazioni di resistenza e di difesa economica e l’anno scorso in ben 300 proteste al giorno si sarebbero impegnati gruppi di operai buttati fuori a causa dei piani di “risanamento”.

 A fine febbraio scorso, ma la notizia è filtrata solo all’inizio di aprile, si sono ribellati 20 mila operai di una miniera di molibdeno in località Yangjazhangzi, 300 Km a nord-est di Pechino, nella provincia di Laoning. I minatori sono scesi in strada per protestare contro il piano di licenziamento: ad ogni minatore licenziato verrebbe corrisposta una liquidazione di 560 yuan (circa 120.000 lire) per ogni anno di anzianità. Se si pensa che quei 560 yuan corrispondono ad un magro salario mensile da operaio, con 20 anni di lavoro alle spalle un minatore si ritroverebbe in tasca poco più del salario per vivere un anno. Questa elargizione, naturalmente al lordo dei contributi pensionistici, toglierebbe anche il diritto all’indennità di disoccupazione.

 Le manifestazioni di protesta si sono presto trasformate in vera e propria rivolta con duri scontri con la polizia, blocchi stradali, auto del governo incendiate e vetrine infrante. Dopo due giorni è entrato in città l’esercito che ha sedato la rivolta, pare senza spargimento di sangue; ma sembra che per un intero mese, fino al 30 marzo, le truppe abbiano occupato la città.

 Pochi giorni fa a Liaoyang, nella stessa provincia, migliaia di operai di un impianto siderurgico, tra i quali anche pensionati e licenziati, che da 18 mesi non ricevono né salari, né pensioni, né sussidi, mentre erano riuniti in una manifestazione di protesta davanti alla fabbrica, sono stati attaccati da un migliaio di agenti decisi a disperderli. La violenta risposta a richieste legittime ha aumentato ancora di più la decisione dei lavoratori che anziché disperdersi il giorno seguente hanno cercato di marciare verso il municipio, contrastati da un cordone di migliaia di poliziotti. Le notizie di stampa si fermano qui.

 In questa situazione di estrema tensione sociale il governo cinese continua a considerare illegali le organizzazioni di tipo sindacale che i lavoratori formano spontaneamente per difendersi e gli iscritti e i dirigenti rischiano lunghi anni di prigione e persino la pena di morte.

Anche nella vicina Corea del Sud, in questo secondo dopoguerra, la classe lavoratrice ha subito la stessa oppressione, ma adesso i sindacati non riconosciuti dallo Stato raggruppano una buona parte dei lavoratori e hanno mostrato di essere in grado di far sentire la loro voce e la loro forza.

 Il riapparire sulla scena mondiale del numeroso proletariato di Cina sarà certamente un fattore determinante nella politica mondiale e lo sarà tanto più quanto più riuscirà a sottrarsi all’influenza nefasta delle sirene della falsa democrazia borghese e a ricollegarsi alla genuina tradizione di battaglia del comunismo rivoluzionario.