Ben venga il boom!
Categorie: Capitalist Crisis
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Il Partito segue l’andamento dell’economia capitalistica e constata il suo inserirsi nelle tendenze storiche previste dalla dottrina e verificate nell’esperienza storica.
Sulla base del lavoro statistico sui dati economici, di cui riferiamo nei rapporti alle riunioni generali, abbiamo rilevato che da più di un anno la produzione di capitale si rafforza diffusamente in tutte le aree del mondo. Sono temporaneamente superati i rallentamenti dei ritmi relativi di crescita, le stagnazioni per lungo tempo al fondo delle crisi dei grandi imperialismi, le recenti recessioni locali della produzione, le crisi del credito, delle borse, e dei cambi, che hanno costituito una successione, non casuale, durata almeno quattro anni.
I giovani capitalismi asiatici già colpiti dalla crisi ne sono usciti e in tutti, o quasi, questi paesi il capitale ha già recuperato ciò che vi aveva perso nel valore della produzione.
La tendenza al rallentamento della forte crescita cinese degli ultimi anni si inverte. Ma per il capitalismo cinese, che è riuscito a superare senza grossi problemi la recente crisi asiatica, si tratta di un’inversione temporanea, perché la tendenza storica è inevitabile e già delineata da alcuni anni nei dati economici.
Le espansioni della produzione di capitale hanno preso il posto delle contrazioni in grandi paesi dell’America latina. Qui la borghesia ha forse superato le difficoltà e i grandi pericoli che correva, certamente approfittando della debolezza della resistenza organizzata degli operai, che con i loro sacrifici dovrebbero consentire la ripresa dell’accumulazione.
In Giappone la produzione industriale cresce da diversi mesi, ma solo rispetto al precedente anno, che era di ricaduta e dopo nove anni di accumulazione assente; pertanto che il livello della produzione è ancora inferiore al massimo del 1991, precedente la maggiore crisi del paese, proprio quello col maggior tasso medio di accumulazione del dopoguerra. Vari altri elementi dell’economia giapponese confermano le difficoltà sull’uscita rapida di quel capitalismo dalla depressione.
In Russia da un anno la produzione industriale cresce impetuosamente, ma il confronto è sui valori, minimi, dell’anno precedente, forse l’ultimo di una crisi gravissima dell’accumulazione (si può stimare la produzione industriale del 1999 pari a solo il 40% di quella del 1989, se le statistiche statali sono bene informate). Anche gli andamenti dell’inflazione, dei cambi, del commercio estero, dei tassi d’interesse mostrano segni di più regolare circolazione del capitale, rispetto al disordine e all’instabilità del ’98/99. Ma il solo recupero della massa di capitale sociale del 1989 sarà lungo e difficile.
In Europa, compresi i paesi centro e nord orientali, la produzione industriale cresce con più decisione, sebbene con forza minore di quella americana; la fiacchezza dei vari anni successivi alla crisi del periodo ’92/93 ha lasciato il posto da un anno a un discreto vigore dell’accumulazione. La Germania è uscita definitivamente dalla crisi; l’incremento relativo sull’anno precedente della produzione aumenta e il capitale ha recuperato, ma dopo otto anni, il livello di massimo relativo del 1991, precedente la sua forte contrazione, e lo sta superando rapidamente.
Negli Stati Uniti la crescita si dimostra ancora molto forte, dopo quasi 9 anni di espansione, con un tasso medio annuale forte del 3,3%, contro il 2,6% degli ultimi 26 anni sino al ’99: un’inversione di tendenza che va spiegata.
La produzione capitalistica americana è avvantaggiata, in parte e temporaneamente, da una più forte presenza nei nuovi rami della produzione industriale, quelli delle apparecchiature informatiche e per le telecomunicazioni; sono settori poco maturi e in crescita sostenuta, contraddistinti da uno lo sviluppo tecnico continuo che procura facilmente sovrapprofitti.
Ma la forza del capitale in America si basa anche su un gran sviluppo del credito, di capitale alle imprese e di anticipazioni di reddito a borghesi e salariati, concesso dal capitale finanziario interno e del resto del mondo. Il centro di accumulazione del capitale in America da tempo acquista merci più di quanto ne venda e, come causa ed effetto della forte espansione produttiva e del conseguente deficit dello scambio commerciale, riceve capitali monetari del resto del mondo, in gran parte potenzialmente instabili, in cerca di interesse e guadagni di borsa. Il flusso uscente di capitali impegnati stabilmente all’estero è sempre maggiore di quello in senso contrario, aumentando il patrimonio all’estero delle impresi americane che vi svolgono la funzione del capitalista attivo, quella dell’accumulazione sul posto. Questo non toglie che il flusso di capitali monetari entrante sia da tempo maggiore di quello uscente, per cui la consistenza del debito estero americano continua ad aumentare da 15 anni.
La grande euforia della borsa americana per una ricchezza immaginaria induce a debiti per investimenti e consumi. Ciò forza la produzione, il consumo, l’indebitamento interno e quello estero. Questo è in dollari, che sono l’unico vero mezzo di circolazione e di riserva mondiale e consentono ai debitori americani di pagare interessi non gravati da forti incertezze sul valore della moneta.
Il Dollaro ora è forte perché i profitti sono in crescita, ma è pur sempre una moneta puramente cartacea; se le differenze di produzione di plusvalore mutassero a sfavore del capitale operante in America e molti capitalisti precipitosamente volessero cambiare il loro denaro in un’altra forma nazionale per appropriarsi di interessi o profitti in altri paesi, il terremoto monetario sarebbe assicurato.
Maturano così nella finanza e nei rapporti fra le monete gli elementi di esaltazione della crisi che le contraddizioni della produzione e del consumo capitalistici causeranno. La stessa borghesia mondiale teme lo sviluppo spontaneo del credito, della borsa e della produzione negli Stati Uniti. Il capitale mondiale ha resistito alla crisi del 1997/98 con la forza della produzione e del consumo dell’economia americana, con la forza politica e militare di questo centro di stabilizzazione mondiale imperialistico, forze che hanno attratto i capitali monetari inoperosi e terrorizzati delle economie stagnanti. Un movimento graduale in senso inverso darebbe ancora respiro al capitale mondiale. Questa è la speranza borghese. Sarà infranta prima o poi dall’infernale accumulazione e dall’inevitabile sovrapproduzione.
«Le epoche nelle quali la produzione capitalistica fa agire tutte le proprie potenze si dimostrano regolarmente epoche di sovrapproduzione; in quanto le potenze della produzione non possono mai essere utilizzate in maniera che si sia in grado di produrre più valore, ma anche di realizzarlo» (Il Capitale, L, II, cap.16).
Il rallentamento storico della crescita relativa del capitale mondiale e quello in corso degli ultimi 25 anni sono tendenze nelle stesso senso che riguardano leggi inesorabili e quindi non possono essere arrestate, congiunture a parte. Un gran boom mondiale che arrivasse al culmine di un’espansione sempre più drogata dal credito e nel disordine e nell’incertezza dei cambi non potrebbe che sfociare in una grande crisi disastrosa.