Fatti di El Ejido: l’apartheid in Europa
Categorie: Agrarian Question, Immigration, Spain
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È noto che il Sudest spagnolo è una della zone di Europa più minacciate dalla desertificazione. Da tempi immemorabili la regione, a causa della sua leggendaria ricchezza mineraria, ha sofferto di un insaziabile processo di deforestazione poiché enormi quantità di combustibile vegetale erano necessarie per fondere il metallo estratto. Ciononostante la moderna tecnica è riuscita a convertire in campi immensi per la coltivazione di ogni tipo di frutta ed ortaggi quel che un precedente modo di produzione aveva trasformato in deserto. E qui non ci dilunghiamo sulle nefaste conseguenze, a medio e a lungo termine, dell’uso capitalistico di queste tecniche, rapace del suolo e dell’acqua sotterranea.
È evidente che convertire un terreno praticamente sterile a fortemente produttivo richiede grandi investimenti di capitali. Ne risulta che, dopo tali investimenti, per ottenere prodotti ortofrutticoli competitivi occorre impiegare una manodopera mal pagata, ammassata in baracche infette e costretta a condizioni di vita miserrime. È ciò che sta succedendo nelle zone agricole di tutti i paesi cosidetti “ricchi” che si trovano in queste circostanze.
I fatti violenti occorsi a El Ejido, nella regione spagnola di Almeria, non sono che la dimostrazione delle pessime condizioni nelle quali lavorano e sopravvivono i proletari immigrati in Europa, prevalentemente africani. Senza documenti che possano garantire la loro presenza nei paesi di immigrazione, molti di questi lavoratori forniscono quella manodopera a basso prezzo e sottomessa ricercata dai capitalisti agrari. Il tutto si svolge col pieno consenso degli apparati statali e dei sindacati di regime. Le loro permanenti geremiadi in difesa dei diritti umani tacciono quando colpita è la classe operaia e si convertono nel feroce sarcasmo e spietato della richiesta dell’ottemperanza alla legge suprema del liberalismo: laissez faire, laissez passer.
L’attuale prosperità del capitale di molte contrade agrarie si spiega solo con la miseria delle condizioni di vita dei braccianti, soprattutto immigrati. Può risultare paradossale, infatti, che paesi dell’Unione Europea con i maggiori tassi di disoccupazione fra i suoi lavoratori nazionali accolgano gran numero di immigrati, clandestini e no. È chiaro che per le imprese sono assai più redditizi i lavoratori immigrati che i nativi poiché, oltre a pagare salari da fame, risparmiano ogni spesa per le quote delle previdenze obbligatorie. Ugualmente ne beneficia lo Stato capitalista poiché, per esempio in Spagna, su circa 300.000 immigrati legalizzati, prevalentemente maschi adulti, che pagano le quote della sicurezza sociale, solo 17.000 ricevono un qualche tipo si sussidio.
Per altro questi fittizi Eldorado continuano ad attrarre proletari e disperati dall’altro lato del Mediterraneo, spinti dalla grande miseria e repressione che debbono sopportare nei loro paesi di origine, condizioni che le potenze imperialiste sono le prime interessate a conservare poiché costituiscono la base per far pressione sui salari dei proletari ben pagati dell’occidente.
In Spagna i proletari immigrati, soprattutto magrebini, hanno iniziato ad organizzarsi, e questo è ciò che preoccupa i capitalisti, le autorità e i sindacati del regime. I fatti vissuti a El Ejido nello scorso mese di febbraio hanno dimostrato una combattività operaia fra gli immigrati che contrasta nettamente con il relativo conformismo attuale della classe operaia europea. Questa, con l’avanzare della crisi capitalista, guardandosi allo specchio vedrà necessariamente riflesso il viso del suo fratello di classe immigrato.
A El Ejido, fra legali e illegali, si calcola che vi siano oggi un 15.000 immigrati, la maggioranza dei quali lavora in agricoltura. Solo una minoranza si ritira la sera in normali abitazioni dotati di servizi minimi, il resto trova riparo in capanne o in edifici in rovina. La situazione di illegalità, gli alti prezzi degli affitti e la diffidenza dei proprietari ad affittare sono le condizioni per il formarsi di ghetti. È da questo sottomondo che trovano origine i problemi di convivenza e i casi, non tanto numerosi come potrebbe aspettarsi in un terreno di cultura tanto propizio, di delinquenza verso persone e beni.
Una serie di omicidi per mano di delinquenti di origine magrebina è stato il detonatore del pogrom anti-immigrati che si è prodotto a El Ejido in febbraio. A niente è servito il sudore di tanti anni con salari miserevoli su cui si è innalzato il “miracolo” economico di El Ejido. A niente sono serviti i sacrifici e il silenzio rassegnato di fronte allo sfruttamento. La “vendetta” scatenata dagli “europei”, civili razionali cristiani e democratici, ha attinto ai bassi istinti del razzismo e tutti i magrebini sono diventati assassini, ladri e violentatori. Non si sono salvati nemmeno gli scarsi rappresentati della piccola borghesia immigrata, che hanno visto distrutti i loro negozi sotto lo sguardo inerte delle forze dell’ordine.
Ma dallo sgomento iniziale i lavoratori immigrati, nella quasi totalità magrebini, sono passati alla inevitabile risposa classista: lo sciopero. L’istintiva manovra difensiva operaia, di qualsiasi paese siano, in date condizioni, anonima, quasi involontaria, si dispiega sul campo.
I picchetti garantivano il seguito della massa. Il momento non poteva essere più favorevole: tonnellate di frutta ed ortaggi attendevano urgente il raccolto. Il carattere deciso dello sciopero, le forti perdite che stava producendo e la mancanza del suo controllo motivarono l’arrivo di un nugolo di politici, sindacalisti e personaggi pubblici che, ora sì, si mostravano enormemente interessati al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati.
Conscio del carattere inizialmente incontrollato del movimento di sciopero, lo Stato borghese cercò di attrarre ad un compromesso la parte meno decisa degli immigrati. Frutto di questa politica conciliatrice è stato l’accordo firmato da alcuni dei rappresentati degli immigrati da una parte e il padronato e i sindacati di regime dall’altra. Aver costretto lo Stato e il padronato a trattare con i rappresentanti degli schiavi è già certo una bella vittoria, fatta ingoiare a forza ai borghesi e ai piccolo borghesi, che ci penseranno bene prima di alzare di nuovo la mano sui braccianti.
L’accordo però non garantisce per niente la soluzione dei problemi di alloggio, insalubrità ed emarginazione, e va rimarcato l’assenza più che significativa nell’accordo di qualsivoglia rivendicazione salariale, delle quali vagamente la stampa riferiva durante il conflitto. In definitiva l’accordo rimette alla buona volontà dello Stato e delle sue istituzioni e al padronato agrario di Almeria la soluzione dei problemi mediante la creazione di programmi, commissioni di studio, uffici di assistenza all’immigrato, ecc. Di fronte a tali vaghezze che non suonano che ad inganno e a manovra dilatoria non deve stupirsi che la parte più lucida degli immigrati abbia criticato l’accordo affermando che «già prevediamo che entro un anno saremo alle solite».
Siamo della stessa opinione. La strada è lunga. I lavoratori immigrati solo con la lotta incondizionata e con l’appoggio solidale e deciso della classe operaia dei paesi ospiti possono spuntarla con l’apartheid nel quale vivono. Per questo è necessario che risorgano le organizzazioni classiste di difesa economica che raggruppino tutti i lavoratori salariati senza distinzione di nazionalità, sesso, razza, religione o credo politico, discriminanti che solo avvantaggiano la ben solidale classe dei capitalisti e dei loro agenti prezzolati.