[RG-77] Corso della crisi economica
Categorie: Capitalist Crisis
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Come nostra abitudine apriva i lavori il rapporto sull’economia capitalistica illustrante l’aggiornamento dei dati e grafici e l’inserirsi del suo andamento contingente nelle tendenze storiche.
Da circa un anno la produzione di capitale si rafforza in modo diffuso nel mondo; i recenti rallentamenti, le recessioni locali, le crisi della finanza e dei cambi sono temporaneamente superati. Il Giappone sta uscendo dalla lunga crisi; la Russia tenta un duro recupero; in Europa la crescita relativa della produzione aumenta con passo regolare, ma con forza minore di quella americana.
Negli Stati Uniti la crescita della produzione si dimostra molto forte, avvantaggiata da una maggiore presenza in nuovi rami della produzione, ma è basata su un accumulo crescente di debolezza nella finanza. Il centro di accumulazione del capitale in America da tempo acquista merci più di quanto ne venda e, come causa ed effetto della forte espansione e del deficit dello scambio commerciale, riceve capitali monetari dal resto del mondo, potenzialmente instabili, in cerca di interesse e guadagni di borsa. Queste masse di moneta sorpassano regolarmente quelle uscenti complessivamente come capitali attivi impegnati stabilmente all’estero. A ciò si aggiunge una grande euforia di borsa per una ricchezza immaginaria che induce a indebitarsi per investimenti e consumo personale. Ciò forza la produzione, il consumo e l’indebitamento estero, che è tutto in una moneta ora forte per i profitti in crescita, ma pur sempre puramente cartacea. Maturano così gli elementi di esaltazione della crisi che le contraddizioni della produzione e consumo capitalistici causeranno.
Il rallentamento storico della crescita relativa del capitale mondiale e quello in corso degli ultimi 25 anni sono tendenze concordanti che non possono essere arrestate. Un boom mondiale che arrivasse in una sempre più drogata espansione non può che sfociare in una grande crisi disastrosa.
Quindi si passava ad esporre alcune delle considerazioni tratte dalla nostra teoria sulla produttività del lavoro. La crescita di questa, secondo la propaganda borghese, starebbe portando il capitalismo a una nuova èra di crescita illimitata, che già opererebbe negli Stati Uniti.
Ribadito che è stata caratteristica da sempre del capitale di tendere allo sviluppo delle forze produttive e di divenire così premessa di un nuovo modo di produzione, ribadito che lo sviluppo della produttività del lavoro non dà vita eterna, ma condanna a morte del capitale, si ricordavano gli effetti temporanei degli aumenti di produttività del lavoro favorevoli all’accumulazione del capitale. Si mostrava come la borghesia, nel considerare la produttività del lavoro, deve ingegnarsi a nascondere che ogni aumento di produzione di capitale proviene unicamente dal lavoro impiegato nella produzione di merci. Si notava che i borghesi, mentre nel calcolare la produttività del lavoro si dimenticano della produzione agricola, insistono, pur ammettendo le loro difficoltà contabili, a voler calcolare la produttività del lavoro in settori della circolazione del capitale che non producono valore e plusvalore, settori questi che spariranno nella società non più mercantile, liberando tempo disponibile per l’uomo sociale.
Si riportavano i risultati del calcolo della produttività del lavoro nell’industria americana nel ciclo in corso in questo decennio, messa a confronto con quella del ciclo più vigoroso 1957-69 e quella del periodo 1973-89 comprendente due cicli deboli: ne risultava che la crescita della produttività degli anni ’90 è solo un recupero verso quella più elevata degli anni ’60, dopo i valori ridotti dei due cicli precedenti quello attuale. Quindi si rimandava l’esposizione dei successivi argomenti sul tema produttività e catastrofe del capitale alla futura stampa di partito.