Partito Comunista Internazionale

[RG-77] Corso del capitalismo giapponese

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(Riprendendo lo studio: “Dall’isolamento delle origini alla piena maturità capitalistica”).

 Il Giappone è giunto tardi allo sviluppo capitalistico dell’economia. A metà dell’ottocento, quando molti dei Paesi europei avevano già passato la fase della rivoluzione industriale e presentavano un discreto apparato produttivo e di infrastrutture (ferrovie, porti, strade), l’arcipelago giapponese era ancora chiuso nel suo isolamento: una legge imperiale proibiva con la morte i rapporti con lo straniero.

 I decenni successivi furono decisivi. Costretto con la forza ad aprire i suoi porti, minacciato nella sua integrità territoriale e indipendenza politica dalla pressione dell’imperialismo occidentale, lo Stato giapponese fu costretto a reagire; le forze borghesi che già si agitavano in una società feudale in grave crisi, profittarono del generalizzato sentimento antioccidentale per rovesciare l’ormai logora dinastia dei Tokugawa, ripristinando il potere dell’Imperatore, simbolo dell’unità nazionale. Fu l’inizio dell’Era Meiji, caratterizzata da una serie di importanti riforme economiche e sociali, una vera “rivoluzione dall’alto” che permisero all’economia del Paese di intraprendere, sulle spalle soprattutto dei contadini, un rapido processo di sviluppo. Col fertile impulso dato da tre guerre vinte in pochi decenni (nel 1895 contro la Cina, nel 1905 contro la Russia, nel 1915 la partecipazione alla prima guerra mondiale a fianco delle potenze vincitrici), il Giappone riuscì in poco più di mezzo secolo a raggiungere un livello di sviluppo paragonabile a quello dei maggiori paesi capitalistici, a dotarsi di un formidabile esercito, a conquistare una serie di possedimenti coloniali, tra cui la penisola coreana.

 Il vorticoso sviluppo economico e militare fu pagato a caro prezzo dal proletariato delle campagne e delle città, costretto a condizioni di vita e di lavoro forse ancora peggiori di quelle sopportate dalla classe operaia inglese un secolo prima: orari giornalieri di quattordici ore, sfruttamento disumano di donne e fanciulli, salari da fame. La classe lavoratrice cercò più volte di organizzarsi sul piano sindacale per difendere la sua sopravvivenza, ma la borghesia giapponese, resa accorta dall’esperienza degli altri Stati borghesi, si dotò sin dalla fine dell’Ottocento di una serie di leggi restrittive delle libertà sindacali e politiche e perseguitò il movimento operaio sin dal suo sorgere.

 Questa prima relazione, che intende continuare un lavoro di partito iniziato e pubblicato su questo giornale nel corso del 1985, interrotto alla metà dell’ottocento, ha descritto a brevi linee l’impiantarsi del capitalismo in Giappone, la condizione della classe lavoratrice nelle prime manifatture, il sorgere delle organizzazioni sindacali e dei primi partiti politici proletari, fino alla guerra del 1914.