Le opposizioni sindacali in piazza
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Il 1° maggio a Roma l’insieme delle sigle del sindacalismo di base autonomo dalla CGIL ha chiamato i lavoratori a manifestare per opporsi al sempre più sfacciato tradimento dei sindacati di regime, operante nella direzione della più strenua difesa del Capitale nazionale e delle sue esigenze di competitività e concorrenzialità.
I proletari sono accorsi in buon numero desiderosi di difendere il carattere esclusivamente proletario della giornata del 1° maggio, che un tempo era di lotta e raccolta delle forze operaie, dalla svendita, dalla svalutazione e dallo svuotamento sistematico dei suoi connotati classisti. Tutti gli arnesi “operai” del regime borghese, sindacati e partiti ex-comunisti in testa, da decenni l’avevano trasformata da giornata di lotta in inoffensiva “Festa del Lavoro”.
Quest’anno hanno fatto un passo in più, per la prima volta hanno disertato la manifestazione del 1° maggio per collaborare con le parrocchie nel cercar di trascinare i lavoratori sotto la sottana del Papa a prendersi la benedizione del Giubileo insieme a governanti ed industriali. Classe senza partito, il proletariato dovrebbe pensare solo ai mesi e ai giorni; per i secoli si affidi al giubileo dei preti! Alla Chiesa cattolica sarebbe riuscito, insomma, con le buone quello che al fascismo richiese il manganello: una vera e propria adunata di regime, predisposta in campo aperto e presidiata dalla polizia, compreso lo spettacolino rock, gratis, per giovani rincoglioniti. Travestiti da operai solo pochi funzionari sindacali “in orario di lavoro”, come i poliziotti: hanno regalato al Papa un casco giallo e un computer (ne aveva bisogno!), simbolo dei lavoratori del braccio e della mente ed aggiornamento della nostra Falce e Martello.
Il corteo della vera manifestazione era invece molto nutrito, aperto da un buon numero di proletari, qualche migliaio, ed esprimeva nel complesso la sana e genuina volontà di porre un freno allo strapotere confederal-padronale. Il Partito è intervenuto coi suoi militanti per un efficiente lavoro di diffusione capillare del volantino e di strillonaggio del giornale.
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Nel fetido e terroristico ambiente odierno, il 10 maggio si è tenuta una dignitosa manifestazione proletaria a Milano. I vari organismi di base avevano indetto uno sciopero generale contro il referendum riguardante la questione del licenziamento senza giusta causa e contro lo scippo del TFR. Hanno partecipato solo lavoratori, nella non lamentata assenza dell’intorbidio borghese-sottoproletario dei centri sociali. Le parole d’ordine erano classiste, rivendicavano la difesa delle condizioni di vita della classe operaia, da non sottomettere né alle necessità delle aziende né agli interessi della patria. Il nostro Partito è intervenuto con lo strillonaggio del giornale.
Ma sciopero vero e proprio, in realtà, non è stato, in quanto ha aderito una ristretta minoranza: forse organizzare una manifestazione, piuttosto che indire uno sciopero, sarebbe stato più rispondente alla dimensione delle forze in campo. Lo sciopero ultraminoritario che si prefigge la pura azione di testimonianza, adotta lo strumento non molto efficace del martirio come denuncia morale. Adottarlo significa non aver compreso che lo sciopero può essere solo un’arma collettiva di lotta e combattimento, che minaccia il padrone non tanto per il danno economico che gli produce quanto per il semplice fatto che gli operai, già divisi, sono riusciti a muoversi tutti insieme. Che un piccolo drappello di operai un tal giorno si separi dagli altri per farsi il suo sciopero, tranne casi eccezionali, risulta controproducente.
Oggi il rinculo del movimento operaio è pesante ed è evidente che così permanendo i rapporti di forza i lavoratori non potranno che ingoiare bocconi sempre più amari e vedere la loro condizione economica peggiorare sempre più. Per uscire da questo pantano dovranno necessariamente condurre le loro lotte non in modo frammentario e disorganizzato, come purtroppo oggi è la regola, totalmente abbandonati a se stessi dopo che l’opportunismo ne ha smantellato la coscienza collettiva di classe. Dovranno addivenire ad una lotta organizzata, in modo che le singole energie, unendosi e agendo coordinate, consentano di spostare quei rapporti di forza oggi così avversi.