Partito Comunista Internazionale

Macchinisti in sciopero non regolamentato in Spagna

Categorie: CCOO, UGT

Questo articolo è stato pubblicato in:

La non disponibilità dei sindacati ufficiali a minimamente difendere qualsiasi rivendicazione operaia, ha portato alcune categorie con una funzione importante nella produzione e nei trasporti a creare loro sindacati che, almeno negli intenti, cercano di ottenere quello che gli ancora sedicenti in Spagna “sindacati di classe” più non vogliono. Questo è successo sia con i piloti dell’aviazione civile sia con i macchinisti e aiuto macchinisti della RENFE, le ferrovie spagnole.

 Da mesi i sindacati ferroviari fedeli al regime borghese, Commissioni Operaie (cosiddette!) e Unione Generale del Lavoro, avevano chiuso in una via senza uscita i lavoratori della RENFE. Questi, stanchi delle pantomime degli scioperi legali e civili, con dei sevizi “minimi” che arrivano all’80% e più nell’ora di punta, li disertavano sempre più, decisi a farla finita con la farsa di un accordo fatto a misura degli interessi dell’impresa, accordo per altro accettato dai sedicenti “sindacati di classe” CCOO-UGT. È da segnalare che il rifiuto delle imposizioni dei bonzi confederali ha portato alla espulsione di una parte della sezione sindacale CCOO nella RENFE. Macchinisti ed aiuti, riuniti nel sindacato SEMAF, hanno denunciato l’ennesimo tradimento di CCOO-UGT e deciso di proseguire la lotta da soli, senza far affidamento sul resto del personale.

 Molte delle rivendicazioni avanzate da tempo dai macchinisti erano state sdegnosamente ignorate da CCOO-UGT, maggioritari nel Comitato Intersindacale della RENFE. È stato il sindacato di categoria SEMAF che ha raccolto queste rivendicazioni contando sulla mobilitazione quasi totale dei macchinisti. Fra queste rivendicazioni era la parificazione degli aiuti ai macchinisti, giacché eseguono praticamente lo stesso lavoro, dotare di migliori attrezzature i luoghi di pernotto, aumento delle indennità per le lunghe percorrenze e per le notti, mantenimento dei macchinisti nei luoghi di origine e adeguamento dei salari al costo della vita.

 Vista l’inefficacia dei precedenti scioperi “civili”, resi del tutto inefficaci dai servizi minimi, i macchinisti decidevano di non assicurarli più, per cui lo sciopero, a partire dal giorno 23 marzo, diveniva “illegale”, contravvenendo agli sbarramenti imposti dalla “legge antisciopero” che il governo borghese del PSOE aveva concordato con CCOO-UGT.

 I giorni 23, 24 e 25 marzo è il caos della circolazione, soprattutto a Madrid non circolando i treni metropolitani che uniscono le periferie al centro. La tattica impiegata dai macchinisti per eludere i servizi minimi ai quali erano designati è quella di chiedere la dispensa per malattia, atteggiamento di difesa formale individuale che dà la misura, nonostante tutto, della debolezza attuale delle lotte operaie.

 Questo però manda all’aria le previsioni dell’impresa, che contava di assicurare i servizi minimi come era sempre successo con le pantomime di CCOO-UGT. Il nervosismo della direzione e dei portavoce del mondo borghese inizia a manifestarsi nel modo abituale: minacce di sanzioni e licenziamenti, attacchi velenosi sui mezzi di comunicazione, con convegni radiofonici nei quali gli scioperanti sono insultati da signorini che in vita loro mai si sono levati in tempo per prendere un treno metropolitano nell’ora di punta, e che tacciono davanti alle condizioni da nave negriera nelle quali sovente viaggiano gli “utenti”.

 Grande successo ha la prova di forza dei macchinisti: la stampa calcola in circa 600.000 le persone che devono fare i conti con lo sciopero dei giorni 23, 24 e 25 poiché circolano pochissimi treni. Se abitualmente nella stazione di Chamartìn, una delle principali di Madrid, partono 600 treni, quel giorno ne sono circolati solo 10 in tutto fra lunga percorrenza e metropolitani. Per bloccare quei treni i cui macchinisti rispettano i servizi minimi, entrano in azione nutriti picchetti di macchinisti che nella maggioranza dei casi convincono i compagni ad abbandonare il servizio. L’impresa, per cercare di contrastare l’effetto dei picchetti, ha usato ad un certo momento la seguente arguzia: fa partire treni vuoti, che i picchetti non fermano, per far salire i passeggeri in una stazione più avanti dove sono stati trasferiti con gli autobus. Questo è successo con due treni, uno per Granada ed uno per Parigi.

 Un’altra tattica impiegata dall’impresa è stata quella di “sorprendere” un macchinista mentre “sabotava” un locomotore allo scopo di mostrarlo come capro espiatorio e trattenerlo come ostaggio. Di fronte alla minaccia di far passare gli scioperanti da criminali, chiaro avvertimento a tutta le classe operaia per fatti futuri, i macchinisti posero come condizione di qualsivoglia negoziato la cancellazione delle sanzioni contro quello e qualunque lavoratore, annunciando che avrebbero altrimenti esasperato le loro azioni arrivando al collasso totale. La fermezza degli scioperanti ha fatto sì che, almeno al momento, il linguaggio dell’impresa si ammorbidisca.

 La fermezza dei macchinisti è contestata da CCOO “della” RENFE, che accusa il SEMAF e gli scioperanti di pretendere di negoziare delle migliorie «delle quali beneficiano solo i macchinisti, nello stile del SEPLA (sindacato dei piloti): non possiamo tollerarlo», come dichiara un gran bonzo il 24 marzo. È evidente che non lo tollerano, essi che si dedicano a non far ottenere miglioramenti per alcuno, salvo per se stessi e per le imprese.

 L’inizio di una soluzione del conflitto arriva il giorno 27 con un primo accordo nel quale l’impresa accetta la parificazione fra macchinisti ed aiuti, il miglioramento di locali e dormitori e il pagamento di una indennità ai conduttori che già esercitano il lavoro come agente unico, senza aiuto macchinista. Con l’agente unico, folle barbarie che solo il capitalismo può desiderare di imporre, l’impresa rimpinguerà i suoi profitti, nonostante sia certo e calcolato che si ripercuoterà tragicamente sulla sicurezza dell’esercizio.

 È stato questo dei macchinisti in Spagna uno sciopero con grande ripercussione sia perché si tratta del settore chiave del trasporto pubblico, sia per il suo significato per la classe proletaria nel suo insieme. Nonostante si sia limitato ad uno sciopero di categoria e non di tutto il personale, il fatto di non sottostare ai servizi minimi e l’organizzazione dei picchetti suppone un salto qualitativo importante sul fronte del contrasto allo sporco ruolo traditore dei sindacati del regime.

 Molto cammino resta però da fare, molti colpi ancora da ricevere e molti tradimenti da soffrire perché si torni a situazioni di mobilitazione di classe come quella degli scioperi delle tranvie dei quali abbiamo sentito parlare i nostri nonni, che gli stessi operai-viaggiatori appoggiavano gettando pietre contro i tram condotti dai crumiri e dai soldati. Oggi non è così: in molte stazioni della regione di Madrid erano gli stessi proletari che si davano a contrastare i macchinisti accusati dei loro “privilegi”, di impedire agli altri di arrivare sui posti di lavoro e di far loro avere salari ridotti. In realtà è oggi più facile affrontare un lavoratore in sciopero che il padrone, e questo non è altro che il riflesso della mancanza di organizzazione e di solidarietà nella classe operaia.

 Di questi tempi fra una esplosione e l’altra di combattività si interpone un abisso che dovrà chiudersi prima o poi perché la classe operaia mondiale riprenda l’unico cammino possibile: quello della lotta di classe e del comunismo.