Partito Comunista Internazionale

Ilva di Genova: licenziamenti o questione ambientale?

Categorie: CGIL, Ecological Question, Italy

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 Martedì 6 giugno presso lo stabilimento ILVA di Genova si è verificata una mezza sommossa. Un migliaio di lavoratori dell’acciaieria sono usciti dall’assemblea, hanno formato un corteo che, attraversato il quartiere, si è diretto verso la palazzina che ospitava l’incontro al vertice tra istituzioni e proprietà del gruppo sulle sorti delle lavorazioni a caldo. Sfondato i proletari il debole cordone di poliziotti, una non troppo buona mira lanciava uno scarpone rinforzato all’indirizzo del Presidente regionale, colpendo il poliziotto al suo lato.

 Il 29 di luglio dovrebbe essere l’ultimo giorno per l’altoforno. Negli accordi precedentemente stipulati la chiusura era subordinata al rinnovo della concessione demaniale sull’area occupata dall’industria, alla autorizzazione per l’impianto di un forno elettrico, alla garanzia della piena occupazione attraverso svariate forme, tra cui l’odiosa elemosina dei lavori socialmente utili.

Da anni con la scusa dell’elevato inquinamento viene sbandierato il rischio di chiusura dell’altoforno e il conseguente licenziamento degli addetti.

 La siderurgia a Genova negli ultimi vent’anni ha subito un drastico ridimensionamento. Sopravvive un altoforno e alcuni reparti di laminazione e trattamenti vari. L’area in cui sorge lo stabilimento, affacciata sul mare, con banchine attrezzate per lo scarico delle materie prime, è molto grande circa cento ettari. La proprietà è demaniale, il possesso, in concessione, al gruppo ILVA.

 Le case costruite al ridosso dello stabilimento erano di proprietà del gruppo che le dava in locazione alle famiglie degli operai ad un prezzo bassissimo; alcuni anni orsono sono state cedute ad una società immobiliare.

 Per la borghesia la questione è duplice. Da una parte come riversare sulla testa dei lavoratori i costi della crisi dell’acciaio, della feroce concorrenza straniera e come aumentarne lo sfruttamento: nuove tecniche, aumento della produttività, operai a casa. Dall’altra come un branco di sciacalli affamati si scornano per mettere le mani su uno dei pochi lembi di terra pianeggianti in riva al mare.

 Per i proletari invece la questione è una sola: difendere il salario.

 Riva, proprietario del gruppo ILVA, è come la CGIL: difende i lavoratori in quanto questi difendono l’azienda. La CGIL è come Riva: difende l’azienda e quindi i suoi lavoratori. Ma difesa dell’azienda e difesa degli interessi di classe sono INCOMPATIBILI. Questa strada se nell’immediato porta qualche misera regalia, distrugge la prospettiva e l’autonomia della classe.

Difendere il salario, rivendicare il salario pieno per i futuri disoccupati significa imporre la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

 Il movimento operaio ha vinto e si è rafforzato solo quando ingaggia battaglie che rompano le barriere aziendali per affratellare tutti i lavoratori, scendere a compromessi non è vergognoso, è dato dai rapporti di forza. Ma una cosa è il compromesso tra ladri che si spartiscono il bottino un’altra è il compromesso a cui il derubato avviene quando il bandito intima o la borsa o la vita.

 Difendere l’acciaio a Cornigliano è sbagliato, lo facciano i padroni. La redditività di un’azienda ai lavoratori non interessa. Intrapresa questa strada il padrone dimostrerà cento e ancora cento volte che per il bene dell’azienda sono necessari bassi salari e licenziamenti.

 Da anni, con la scusa dell’elevato inquinamento, viene sbandierato il rischio di chiusura dell’altoforno e il conseguente licenziamento degli addetti. Ma se la questione ambientale fosse tale da non permettere più la produzione, la cosa riguarda solo Riva e soci in quanto una parte dei profitti dovranno essere stornati a dotare l’impianto delle necessarie attrezzature per lo smaltimento degli scarichi nocivi.

 Questa ennesima vertenza nel chiuso delle barriere aziendali dimostra ancora una volta quanto puzzi il cadavere targato CGIL, di fronte alle esigenze della borghesia, da buoni notai altro non fanno che accodare gli operai al carro di chi getta più briciole. Negando ancora una volta la solidarietà di tutto il movimento operaio ai compagni in lotta.

Il terrorismo continuo sui rischi ambientali e sulla possibile chiusura dello stabilimento sono recitate ad arte da tutti gli arnesi del regime. Il risultato che la borghesia si prefigge è uno solo: negare alla classe operaia una sua prospettiva autonoma, se non è l’azienda da difendere, sono i canarini del quartiere, parlare di salario e basta è pericoloso. Ne uscirebbe fuori l’unica voce capace di impostare tutte le questioni secondo un ottica non mercantile e non basata sul profitto.

La questione ambientale il proletariato la risolve nella sua maniera, oggi lottando per condizioni di vita e lavoro le più sane possibili, domani distruggendo l’intero modo di produzione borghese.