Partito Comunista Internazionale

[RG-111] Riunione di partito a Torino

Categorie: Capitalist Crisis, Italy, Life of the Party, Syria, Union Activity, USA

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Tutti dobbiamo ringraziare i compagni di Torino per l’organizzazione semplicemente perfetta della riunione, nonstante la difficoltà di accogliere, alloggiare e rifocillare gli arrivati, scaglionati per forza di cose a tutte le ore del giorno e della notte. Il locale per le sedute si è dimostrato comodissimo e del tutto adatto al nostro lavoro.

È in queste riunioni che troviamo l’istanza più alta e generale della nostra contingente piccola organizzazione, nella quale i diversi gruppi di lavoro riversano i risultati delle loro ricerche, riflessioni e conclusioni, che vengono colà illustrati e da tutto il partito assimilati e fatti suoi. Le riunioni non sono un organo per giudicare o decidere ma di riscontro e sintesi dei vari contributi nella convinzione che il percorso del comunismo è già segnato e che si tratta solo di rintracciarlo.

Al solito qui sotto una estrema sintesi delle numerose relazioni ascoltate, che troveranno esposizione più ampia sulla nostra rivista Comunismo.

Corso del capitalismo

Gli ultimi dati sulla produzione industriale vengono a confermare ciò che avevamo anticipato nelle precedenti riunioni, cioè l’impossibilità per i vecchi imperialismi (Europa, Stati Uniti, Russia e Giappone) di uscire dalla recessione industriale del 2009-2010. Non solo questi vecchi capitalismi sono lontano dall’uscita del tunnel, ma la crescita della produzione che si è manifestata a partire dall’inizio del 2010 rallenta nettamente e non solo in Europa e negli Stati Uniti ma nel mondo intero.

Cominciamo dagli Stati Uniti. Dopo aver raggiunto un massimo nel luglio 2010 con +7,5%, gli incrementi annui della produzione induatriali diminuiscono regolarmente e nettamente per arrivare a +3,2% nel settembre 2011. La situazione è talmente preoccupante che la Fed, la Banca Centrale americana, dopo aver in giugno interrotto la sua politica economica di “quantitative easing”, ha deciso d’intervenire di nuovo all’inizio di ottobre acquistando obbligazioni immobiliari e mantenendo il suo tasso d’interesse ad un livello molto basso, fra lo 0 e lo 0,25%, ed è pronta a prendere nuove misure al fine di evitare un nuovo tracollo dell’economia.

L’incremento mensile medio per i 9 primi mesi dell’anno è uguale a +4,5%, e ci possiamo quindi attendere, salvo un brusco rallentamento, un incremento annuo vicino al 4%. Ma la variazione del 2010 rispetto al massimo del 2007 è stato -9,3%, che quindi non sarà recuperato. A questo ritmo, nell’ipotesi generosa di una crescita del 3% negli anni futuri, occorrerà attendere ancora due anni per raggiungere il massimo del 2007. Ma non scordiamo che la crescita annua media del ciclo precedente è stata del 1%: vi sono quindi poche possibilità che il capitalismo americano esca dalla recessione e sembra che si avvii piuttosto verso una nuova caduta.

La Germania. Dopo aver segnato una caduta spettacolare della produzione nel 2009, con precipizi nei mesi di -22%, -24% e -28%, la ripresa all’inizio 2010 è stata vivace con incrementi che culminano nel +20% annuo in maggio. Tuttavia dopo l’inizio del 2011 si assiste, fra alti e bassi, ad una lenta ma irreversibile diminuzione degli incrementi. Da gennaio ad agosto 2011 si passa dal +14,6% al +7,9%.

Se si raffronta l’indice del 2010 (914) col massimo del 2008 (984) si ottiene un -7,1%. L’incremento medio sull’anno precedente nei primi 8 mesi dell’anno è stato del 9,5%. Come dire che la Germania, salvo incidenti, dovrebbe superare il massimo del 2008 ed uscire dalla recessione alla fine dell’anno. Tuttavia, come abbiamo già indicato nel precedente rapporto, la macchina produttiva tedesca dipende enormemente dal mercato mondiale: la Germania esporta circa il 60% della sua produzione. Il che è un fatto insieme di forza e di debolezza: basta che i mercati si contraggano nel resto di Europa, negli Stati Uniti ed anche in Cina, ed ecco il crollo!

Il Giappone nei primi mesi del 2009 ha conosciuto una caduta brutale della produzione con dei minimi nei mesi a -30%, -38%, -33%, -30%, -28%. La ripresa è stata tuttavia assai viva all’inizio del 2010, ma dopo esser culminata nel +32% e +31% a febbraio e a marzo, si assiste subito ad un rallentamento, poi di nuovo ad una caduta della produzione a partire da marzo.

Lo tsunami a metà marzo e l’incidente di Fukushima hanno contribuito aggravando la caduta della produzione, tuttavia la tendenza era già in quel senso fin da prima. Per il capitalismo le catastrofi “naturali” sono un guadagno inaspettato, creano un mercato del tutto nuovo e esercitano una pressione al ribasso sui salari. Tuttavia stavolta l’effetto che avrà questa catastrofe su di una eventuale ripresa non potrà essere che limitato. Il mercato nazionale rimane troppo stretto per la macchina produttiva giapponese.

Non bisogna dimenticare che dal 1991 al 2007, il Giappone ha stagnato in una lunga depressione; l’incremento annuale medio per questo periodo di 16 anni è stato dello 0,47%! Se si rapporta l’indice del 2010 a quello massimo del 2007 si ottiene -11,6%. L’incremento annuo medio nei primi 8 mesi è stato del -3,5%. Come si vede il Giappone non è vicino ad uscire dai suoi problemi.

La Francia, come tutti gli altri paesi manifesta anch’essa un netto rallentamento ed anche indici negativi: -0,1% in aprile e -2,9% in giugno. L’incremento annuo medio nei primi 8 mesi è stato del +3,1%. Ma l’indice della produzione industriale per il 2010 era ancora al -10% in confronto del massimo del 2007. A questo ritmo (ipotesi assai ottimista) e ammettendo che la curva non riprenda a scendere, occorrerebbero ben 4 anni per recuperare quel massimo ed uscire dalla recessione. È davvero tempo di sotterrare questo cadavere che ancora cammina.

La Gran Bretagna ha segnato di nuovo incrementi negativi per tre mesi con -0,3% in giugno, -0,7% un luglio e -1% in agosto. Sui primi 8 mesi la media annua è -0,05%. Di fatto la Gran Bretagna è in recessione fino dal 2000. Fra il 2000 ed il 2007 l’incremento annuale medio è stato -0,6%. E l’indice del 2010 sul massimo del 2000 dà -14,3%. Il vecchio capitalismo inglese non è avviato ad uscire dalla recessione e mostra invece tendenza ad affondarvi di nuovo.

L’Italia. anche qui il rallentamento è netto, con numeri che si avvicinano allo zero, 0,6% in ottobre, 0,8% in marzo, 0,2% in giugno e negativi in luglio con -1,6%. La media degli incrementi ci dà 1,9%. Poiché l’indice del 2010 era -17,6% in rapporto al 2000, bisognerebbe che il capitalismo italiano potesse mantenere questo ritmo per 11 anni per tornare a superare l’indice del 2000!

La Russia anche manifesta un rallentamento della crescita industriale. Con un ritmo oscillante fra il 6-7% da settembre 2010 a febbraio 2011, si passa al 4-5% negli ultimi mesi. Il rapporto fra l’indice del 2010 e quello del 2008 dà -1,8%. Poiché l’incremento medio annuo nei primi 9 mesi dell’anno è 5,3%, la produzione russa potrà riuscire a superare il risultato del 2010. Per contro il livello della produzione resterà sempre nettamente inferiore a quello raggiunto nel 1989, suo massimo d’interguerra: nel 2000 era ancora -21,7% da quello. Ponendo l’ipotesi ottimista, dal punto di vista borghese, di mantenere un ritmo annuale del 4% occorrerebbero, contando il 5% dell’anno in corso, ancora 5 anni per raggiungere e superare il massimo del 1989, e 7 anni nel caso che si avesse un incremento del 3%.

La nostra ipotesi, invece, è che la crisi mondiale che attendiamo, cioè con deflazione, avrà nel frattempo già colpito il capitalismo mondiale e in Russia.

La Cina in apparenza mantiene una insolente accumulazione di capitale: gli incrementi oscillano ad un ritmo indiavolato del 10-11%. Sui 9 primi mesi si avrebbe la media del 10,6%. Ed invece di rallentare gli incrementi hanno tendenza ad un lento aumento. Tuttavia le cifre cinesi sono gonfiate e la sua realtà, benché mirabolante come ogni accumulazione originaria, è molto fragile: più vigoroso e potente il capitale, altrettanto più catastrofiche e distruttive le sue crisi.

Inoltre, come abbiamo visto nelle riunioni precedenti, lo Stato cinese ha dovuto utilizzare le stesse ricette di quelle delle borghesie occidentali per rimandare una grave crisi deflazionista: iniezione massiccia di liquidità a tassi estremamente bassi, intervento dello Stato per sostenere l’industria, ecc. La sola differenza: la banca centrale e lo Stato cinese non sono stati costretti a contrarre dei prestiti onerosi, come in occidente. Ma la crisi arriverà, tutte le su premesse sono mature. Speculazioni immobiliari frenetiche, speculazione sulle materie prime ed i prodotti alimentari, inflazione, ecc. In breve, tutti i sintomi che precedono una recessione ed un “giovedì nero”.

India. Dopo incrementi che oscillano fra il 15% e il 19% all’uscita dalla recessione, il capitalismo indiano ha ritrovato un ritmo di crescita più calmo con una media nei 9 ultimi mesi del 5,4%. Ma ancora si assiste ad un lento rallentamento con incrementi che passano in media dal 6% al 5%. Di fatto, guardando più da vicino, abbiamo un periodo di netto rallentamento da novembre 2010 a febbraio 2011, poi una risalita da marzo a giugno, per infine ridiscendere in luglio ed agosto.

Con una popolazione di 49 milioni di abitanti la Corea del Sud nel 2007 ha un peso sul totale industriale mondiale del 2,1%, subito dopo il Brasile, che ha il 2,2%, confrontabile con il 2,8% della Francia, che ha 65 milioni di abitanti. Quindi a ragione abbiamo aggiunto il Paese alla lista di quelli dei quali seguiamo le statistiche, al quale aggiungeremo, fra i paesi emergenti, il Brasile e, se possibile, l’Africa del Sud. La Corea, dopo aver marcato una forte caduta della produzione industriale nel 2009, ha visto una forte ripresa all’inizio del 2010 con due picchi a +35% e a +38%. Dopo l’aumento della produzione, come ovunque nel mondo, ha fortemente rallentato. Da marzo a dicembre 2010 gli incrementi si sono abbassati con regolarità, passando dal 23% all’11%. Si ha una piccola ripresa al 13,6% a gennaio 2011, poi un calo regolare fino al 4,8% in agosto.

Dopo questo minimo panorama la nostra conclusione: malgrado le iniezioni massicce di denaro da parte delle varie banche centrali, per evitare il collasso del capitale finanziario, e l’acquisto di miliardi di crediti inesigibili da parte degli Stati, il che ha condotto alcuni di essi ad una situazione di quasi fallimento, come l’Islanda, l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo, e che ha posto gli altri in una situazione critica, malgrado le misure keynesiane di rilancio dell’industria tramite lavori pubblici senza fine, o con provvedimenti di sostegno, nei quali gli Stati hanno versato centinaia di miliardi di dollari, il risultato non è brillante. Se la deflazione ha potuto essere evitata di un pelo, è stato a prezzo di un forte indebitamento degli Stati, e tuttavia senza permettere una uscita dalla recessione. Questo rallentamento generale sembra piuttosto annunciare una ricaduta brutale.

Sono presenti tutte le condizioni per una vasta crisi di sovrapproduzione sincronizzata a scala mondiale fra Asia, Europa ed America del nord. Una crisi di una forza distruttiva mai vista nella storia, la cui spirale deflazionista coinvolgerà nella rovina quella palude sociale immonda costituita dalle classi medie, ed una parte della grande borghesia. A fianco di queste condizioni oggettive, maturano le condizioni soggettive sotterranee necessarie al ritorno sulla scena sociale del partito comunista internazionale e ad una ripresa della lotta di classe rivoluzionaria che spazzerà sul suo passaggio tutte le borghesie ed i loro Stati.

Contesto storico della Siria

A seguito delle manifestazioni che in Siria da mesi chiedono un cambiamento di regime, abbiamo iniziato una ricerca, i cui primi risultati un compagno ha esposto in questa riunione, che tenderà a darci la chiave di quanto realmente accade nel paese, al di fuori di ogni interpretazione ideologica borghese.

È fondamentale individuare quali strati sociali, quali classi sono coinvolte nella protesta, quali le formazioni i gruppi o i partiti che dirigono il movimento, quali obbiettivi si propongono e con quali mezzi. Come nostra tradizione, questo richiede lo studio approfondito del passato delle lotte di classe nel paese e nella regione.

La Siria ha fatto la sua rivoluzione nazionale e ottenuto l’indipendenza ormai da decenni; e lo Stato siriano ha già mostrato più volte la sua natura controrivoluzionaria, sia all’interno sia all’esterno dei suoi confini. È lo Stato della borghesia e dei proprietari fondiari.

La posizione strategica della Siria ne fa un obbiettivo appetitoso per tutti gli imperialismi che ambiscono ad influire sulla regione, dagli Usa alla Russia, dalla Cina all’Iran, da Israele alla Turchia, ancor più oggi che la crisi internazionale spinge questi predoni a ridefinire le zone di influenza.

In questa situazione, un qualsiasi movimento politico che si muova per chiedere una maggiore e generica democrazia e libertà, senza porre al centro delle rivendicazioni la questione di classe, ha il solo significato di voler spostare il Paese in un altro campo imperialistico. Il proletariato industriale e agricolo di Siria non ha alcun interesse a scendere in piazza e spargere il suo sangue per passare da un padrone imperialistico all’altro.

La classe operaia in Siria, così come i lavoratori in Tunisia, Egitto o Israele, per difendersi come per affermarsi come classe, non chiedono di cambiare padrone ma di lottare contro la propria borghesia, qualunque essa sia, da qualsiasi imperialismo venga appoggiata, costruendo un fronte di classe per la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro, ritrovando la propria indipendenza politica, attraverso il collegamento all’indirizzo comunista internazionalista.

Attraverso lo studio approfondito della storia, dell’economia, della società siriana, il lavoro tenderà a confermare questo assunto generale.

La questione militare

La sconfitta a Custoza, nel luglio 1848 e il ritorno dell’esercito piemontese dietro i suoi originari confini sul Ticino segna l’inizio di una fase sfavorevole ai movimenti rivoluzionari sia in Italia sia nel resto d’Europa: Francia, Austria, Ungheria, Croazia e territori Cechi con il consistente intervento della Russia zarista e feudale.

Ferdinando II, dopo violenti bombardamenti di Messina e Palermo (per questo fu poi chiamato Re Bomba), riprese il totale controllo del Regno delle Due Sicilie, favorito dagli insanabili contrasti interni al governo rivoluzionario siciliano in merito alla questione agraria, ovvero la vendita o meno ai contadini senza terra dei latifondi sequestrati al clero e ai lealisti borbonici. Una consistente parte dei grandi proprietari terrieri non voleva la formazione di una classe di piccoli contadini indipendenti ma accrescere le loro già vaste proprietà.

Nello Stato pontificio l’allocuzione di Pio IX, in aprile, e il richiamo delle truppe inviate a sostegno di quelle piemontesi provocò la sollevazione della città e, dopo pesanti scontri, la fuga del papa che si rifugiò a Gaeta protetto da Ferdinando II. Fu quindi proclamata la Repubblica Romana nel febbraio 1849, governata da un triunvirato con a capo Mazzini; Garibaldi arrivò con i suoi volontari sudamericani. Prese la strada per Gaeta anche il Granduca di Toscana Leopoldo II, che da una parte chiedeva l’aiuto militare degli austriaci, dall’altra riceveva i moderati toscani per una soluzione pacifica.

In Piemonte Carlo Alberto fu oggetto di critiche da tutte le parti politiche. Per non aver compreso che non si trattava di ingrandire il Regno sabaudo con limitate conquiste militari, ma di un movimento di indipendenza nazionale e per questo di non aver utilizzato con determinazione l’aiuto dei volontari. Inoltre si chiedeva che fosse sollevato dal comando diretto dell’esercito per non aver seguito le indicazioni del suo stesso Stato maggiore ed interferito nel suo operato. Iniziò quindi la riorganizzazione dell’esercito piemontese il cui comando effettivo fu affidato al polacco Chrzanowsky, con scelta quanto mai infelice.

Ritenendo l’Austria in difficoltà con la rivolta ungherese Carlo Alberto nel marzo 1849 denunciò l’armistizio. Gli Alti Comandi sabaudi propendevano per una guerra lampo con importanti battaglie campali in cui pensavano di avere maggiori possibilità di successo; il Re Tentenna invece voleva puntare su Milano per conquistarla con l’aiuto di una sicura rivolta della città ma prima che si ribellasse da sola. Si rifece lo stesso errore di disposizione delle truppe che aveva provocato la sconfitta di Custoza: furono dislocate su una linea di oltre 70 km con il maggiore concentramento intorno a Novara, da cui si attendeva l’attacco degli austriaci, quello minore a sud di Vercelli con un vuoto al centro.

Il collegamento dei due blocchi fu affidato alle truppe a cavallo, per lo più volontarie, del generale Ramorino, di una certa esperienza ma noto per la sua scarsa propensione ad ubbidire agli ordini. Doveva spostarsi a nord su Novara mentre puntò nell’oltrepò pavese dove secondo lui sarebbe arrivato Radetzky tagliandosi fuori dal teatro di guerra. Fu destituito, poi fucilato per tradimento.

Radetzky attaccò a sud in massa; non trovando valida resistenza giunse fino a Mortara lasciando però la strada libera per Milano dove le truppe piemontesi ora avrebbero potuto avanzare facilmente. Si sarebbe potuto anche convergere su Pavia e prendere gli austriaci alle spalle e tra due fronti. Ma anche qui non si scelse nulla. Radetzky la sera sferrò invece lui un forte attacco su Mortara, che dovette cedere, ed arrivò a 12 chilometri dal comando sabaudo. Il 23 marzo intorno alla collinetta della Bicocca si svolsero i combattimenti decisivi che videro la decisa sconfitta dei piemontesi.

Carlo Alberto la sera stessa fuggì verso il Portogallo abdicando in favore del figlio che il giorno dopo a Vignale firmò un armistizio cui seguì il favorevole trattato di pace di Milano per garantire agli austriaci un tranquillo fronte sul Ticino. Di fatto la guerra era durata solo quattro giorni.

Si è poi data lettura di più corrispondenze di Engels in merito al tradimento di Ramorino, la sua valutazione sulla sconfitta di Novara e il giudizio su Radetzky.

Dopo di ciò il Maresciallo si occupò di riportare i vecchi regimi a sud del Po, dalla ripresa di Brescia, scendendo poi in Toscana per sottomettere Lucca, Pisa, Livorno e infine Firenze, dietro forti indennizzi economici. Dopo il suo ingresso nella città, poté tornare anche Leopoldo II, scortato, o ostaggio, dalle guardie austriache.

Pio IX aveva rivolto il suo appello a tutte le potenze cattoliche d’Europa perché lo facessero tornare a regnare su Roma; gli risposero in quattro: la Francia di Luigi Napoleone, che utilizzò ogni sorta di raggiri e doppi giochi pur di riportare un successo personale; l’Austria mandò Radetzky. Questi dovette dividere le proprie forze su più direttrici nell’Italia centrale, in una marcia lenta sebbene vittoriosa, ma non fece in tempo a giungere a Roma prima dei francesi. Il terzo fu Ferdinando II di Napoli, cui fu imposto dai francesi, che volevano prendersi tutto il merito dell’operazione, di stare in disparte ed impegnare le truppe di Garibaldi, da cui invece fu sconfitto. Infine la Spagna, le cui truppe, per gli stessi motivi di orgoglio francese, furono tenute lontano da Roma a presidiare parte del Lazio.

La Repubblica Romana era così accerchiata. I francesi non ottennero gli immediati successi previsti ma, giunti nuovi rinforzi, dopo violenti bombardamenti durati tre settimane, Roma distrutta si arrese ai generali francesi. Parte dell’esercito romano seguì Garibaldi nel tentativo di portare soccorso a Venezia, ma dopo pochi giorni tutti si dispersero.

Radetzky ora poteva concentrarsi su Venezia: prima fu bombardata Marghera e completamente distrutta, pensando così di convincere la città lagunare ad arrendersi senza subire un attacco diretto dal mare, cosa non facile per i massicci e ben disposti forti dotati di potenti artiglierie. Dopo vari tentativi di ottenere una soluzione diplomatica, da Vienna giunse l’ordine di concludere con le armi la questione immediatamente. Iniziò così un violento bombardamento durato 24 giorni dopo di che, complice la fame e la malaria, anche Venezia nell’agosto 1849 si arrese. La reazione assolutistica aveva ripreso il controllo dell’Italia.

Le città insorte si arresero solo dopo pesanti bombardamenti e duri combattimenti, segno di una forte e determinata volontà popolare con un giovane proletariato, qui ancora al seguito di una borghesia incerta quando non sostenitrice del vecchio regime. Da un punto di vista tecnico con la realizzazione di cannoni sempre più potenti e precisi, l’artiglieria assume un ruolo fondamentale nelle campagne militari.

Concludeva il rapporto il sintetico giudizio di Engels: “Il tradimento della borghesia italiana”.

Movimento operaio in Usa

Gli anni ’80 del secolo vedono una svolta fondamentale nella storia del movimento operaio americano, la fondazione della American Federation of Labor, la federazione sindacale che avrebbe accompagnato il proletariato statunitense, e anche canadese, negli anni che seguirono, e che opera ancor oggi nello scenario sindacale di oltreoceano.

Nel preambolo dello statuto della Federation of Organized Trades and Labor Unions of the United States and Canada, come la A.F.L. si chiamava nel 1881, l’anno di fondazione, si leggeva: «Una lotta è in corso in tutti i Paesi del mondo civile tra oppressori e oppressi, tra capitale e lavoro, una lotta che cresce di intensità di anno in anno, e che può avere conseguenze disastrose per milioni di lavoratori se non si accompagna a un mutuo sostegno. La storia dei salariati di tutti i Paesi non è altro che un succedersi di lotte e miseria, generati da ignoranza e mancanza di unità; mentre quella dei non produttori di tutti i tempi dimostra che una minoranza ben organizzata può fare meraviglie, nel bene e nel male. Adeguandosi al vecchio adagio “Nell’Unione è la forza”, la formazione di una Federazione che comprenda tutte le organizzazioni di mestiere e lavoro del Nord America, una unione fondata su una base grande come la terra sulla quale viviamo, è la nostra sola speranza».

Si trattava di una associazione basata sul più puro sindacalismo, ben diversa dai Knights of Labor, con i quali ebbero a competere per diversi anni, prima di emergere come i veri rappresentanti del proletariato organizzato americano. Come abbiamo visto, furono i K.L. a alienarsi il favore della classe, con dei comportamenti spesso antisindacali se non di aperto collaborazionismo.

Fu la lotta per le otto ore, e delle prese di posizione nettamente di classe, che segnarono presso i proletari la differenza tra le due organizzazioni, e che, dopo anni di stagnazione, determinarono la crescita della Federazione, che nel 1886, in un congresso a Philadelphia, adottò la nuova denominazione, A.F.L.

La nuova Federazione si distingueva dai K.L. per alcune posizioni fondamentali. In primo luogo era rigorosamente riservata ai puri salariati; inoltre considerava fondamentale l’arma dello sciopero. Nei primi anni aveva anche atteggiamenti socialisteggianti, apportati dal suo principale fondatore, Samuel Gompers, secondo i quali gli interessi di capitale e lavoro non potevano convivere in armonia.

Anche riguardo al tipo di sindacato, inizialmente appariva ovvia la superiorità del sindacato d’industria, che era più suscettibile ad accogliere anche i lavoratori non specializzati, mentre quello di mestiere tendeva a un maggiore corporativismo, rendendo difficili estese mobilitazioni di numerosi proletari. Ma pur di non perdere il seguito di molti sindacati, Gompers non esitò a cambiare idea in breve tempo. Lo stesso accadde nei confronti delle categorie di lavoratori più deboli: donne, negri, immigrati (per non parlare dei cinesi). Dopo un periodo di maggiore apertura, in cui doveva competere con i K.L., la A.F.L. divenne sempre più discriminatoria e concentrata sui soli specializzati.

Il relatore si è poi soffermato su due grandi scioperi che nel 1892 scossero gli Stati Uniti da est a ovest, quello di Homestead (Pennsylvania), della siderurgia, e quello dei minatori di Coeur d’Alenes, nell’Idaho. Diversi sotto molti aspetti, avevano in comune l’attacco padronale alla sindacalizzazione degli operai, che si stava diffondendo, e la violenza di tale attacco, esercitato con i vari mezzi a loro disposizione, cui gli operai dovettero rispondere con altrettanta violenza. Quindi la cronaca di tali scioperi è anche di scontri armati, nei quali i proletari, in situazioni molto diverse, dimostrarono una eccezionale capacità organizzativa e militare, e una tenacia che riscosse l’ammirazione degli stessi avversari.

Attività sindacale

Il rapporto ha esposto il corso degli avvenimenti sindacali successivi alla precedente riunione generale del partito a maggio, ai quali il partito ha opposto la sua puntuale critica ed il suo chiaro indirizzo. Una disamina e un commento più di dettaglio di quella e di questo troverà posto nel prossimo numero del giornale.

Un breve collegamento ha prima ripercorso per sommi capi i precedenti: dall’accordo quadro separato di Cisl e Uil sugli assetti contrattuali del gennaio 2009, completato dall’accordo attuativo, sempre separato, dell’aprile 2009, all’attacco della FIAT, con gli accordi di Pomigliano, Mirafiori ed ex-Bertone, a quello di Federmeccanica, con la disdetta del Ccnl e la firma del contratto separato con Fim e Uilm, per arrivare allo sciopero generale proclamato dalla Cgil il 6 maggio di quest’anno.

Questo sciopero – e si passava così al contenuto del nuovo rapporto – era stato invocato dalla sinistra CGIL fin dalla manifestazione FIOM del 16 ottobre 2010. Giungeva dopo ben sette mesi, consumatesi le varie sconfitte (Mirafiori, Pomigliano, ex Bertone), non per contrastare con la forza l’attacco padronale, ma per sostenere la politica sindacale corporativa della CGIL.

Il suo risultato è stato infatti l’Accordo del 28 giugno fra confederali e Confindustria. L’accordo ha aperto una breccia fatale nel muro del contratto nazionale consentendo ai contratti di derogare ad esso.

Inoltre rafforza il sistema di regole a difesa dei sindacati di regime, con l’introduzione della “certificazione della rappresentanza”, e rafforza la disciplina di fabbrica con l’introduzione della cosiddetta validità “erga omnes” degli accordi aziendali.

La CGIL dipingeva l’accordo con Confindustria come un muro contro possibili provvedimenti peggiori. La sua opposizione interna, FIOM in testa, nulla ha fatto che andasse oltre la propaganda per votare contro al referendum fra gli iscritti CGIL, il cui esito favorevole alla Confederazione era scontato.

Gli incalzanti avvenimenti successivi hanno dimostrato l’inconsistenza e la falsità delle argomentazioni della CGIL, la sua natura definitivamente di regime e anti-operaia e l’impotenza della sua opposizione interna.

A luglio il governo ha varato una manovra finanziaria. Contro questa manovra la CGIL non muoveva un dito. Non solo. Continuando a peggiorare la situazione finanziaria dello Stato, il 4 agosto, insieme agli altri sindacati di regime, a Confindustria, all’Associazione delle banche italiane, la CGIL presentava al governo un documento – “Proposte delle parti sociali” – in cui venivano richiesti tutti quei provvedimenti da sempre invocati da industriali ed organismi finanziari nazionale e internazionali. Fra gli altri: “modernizzare le relazioni sindacali”.

Il 13 agosto è varata una seconda manovra. Il suo articolo 8 è una pugnalata contro i lavoratori: con esso i contratti aziendali possono derogare non solo ai contratti nazionali, ma ad ogni legge. È la morte – prevista dal marxismo rivoluzionario – del “diritto del lavoro”: nel capitalismo ciò che conta non sono i diritti ma la forza. Per difendere la classe operaia bisogna organizzare la sua forza, non appellarsi ai diritti.

La CGIL ha reagito alla manovra di agosto con inusuale tempestività, proclamando lo sciopero generale per il 6 settembre. Ma anche questo sciopero, come quello del 6 maggio, non aveva l’obiettivo respingere l’attacco con la forza, ma di rafforzare la politica sindacale corporativa della CGIL. La manovra finanziaria era convertita in legge il 14 settembre; il 21 settembre la CGIL ratificava l’Accordo.

Il giorno successivo alla ratifica, si è riunita a Cervia l’Assemblea nazionale dei delegati FIOM, per discutere e varare la piattaforma per il rinnovo del Cnnl dei metalmeccanici, in scadenza a fine 2011. La chiave di volta della piattaforma è la ricerca dell’unità con FIM e UILM considerata condizione necessaria.

Questa impostazione spiega da sé come l’azione sindacale FIOM non si distingua da quella della CGIL. La FIOM insegue FIM e UILM, nonostante questi rappresentino una minoranza degli iscritti, presentando una piattaforma a perdere, perché considera l’unità sindacale e non la forza operaia lo strumento necessario per difendere i lavoratori. Ai contratti separati di FIM e UILM la FIOM non lotta per imporre al padronato un suo contratto separato migliore. Questa, che è l’unica strada che difenda i lavoratori, è bollata e liquidata come “pazzia”! Non si dice che non è percorribile perché manca la forza, la si esclude per principio.

A Cervia si discute anche dell’Accordo del 28 giugno appena ratificato dalla CGIL. La proposta di rigettare l’accordo, rifiutandosi di applicarlo viene sonoramente bocciata. L’opposizione all’accordo, come a tutto il resto, rimane “a parole”, perché la FIOM non vuole andare allo scontro con la CGIL, e, pur di evitarlo, è disposta a far subire ai lavoratori le peggiori conseguenze della sua politica sindacale. La FIOM tiene i suoi iscritti imprigionati dentro la CGIL.

La piattaforma per il rinnovo del Ccnl è approvata con 506 voti favorevoli, 1 voto contrario, 7 astenuti. Anche i contrari, che vi sono, votano a favore. La sinistra in FIOM sta con la maggioranza per dare “un segnale di unità”; la FIOM non va allo scontro con la CGIL per “restare uniti” in un simile momento di difficoltà; la CGIL ricerca l’unità con CISL e UIL perché “le divisioni indeboliscono”.

Sono i lavoratori che si devono dividere da tutto questo complesso apparato che li imprigiona per ricostruire il loro Sindacato di classe, fuori e contro CGIL, CISL e UIL.

Economia marxista

Nella riunione di Partito del settembre scorso, la prevista esposizione del capitolo 30 del III Libro del Capitale è stata preceduta da una serrata critica alla richiesta del “rifiuto del pagamento del debito statale”, che pare suscitare oggi grandi speranze nella scimunita “area di sinistra”. La impotente teorizzazione piccolo borghese fa il paio con la sballata opposizione: “finanza” destabilizzante e rovinosa – capitalismo produttivo, se regolato e ben condotto, invece giusto o tollerabile.

La crisi nascerebbe insomma da una condotta sregolata e truffaldina, dall’ingordigia senza limiti né regole della “finanza”. Il rifiuto di pagare i debiti contratti per le malefatte del “lato oscuro” del capitale, potrebbe costituire la premessa per un ritorno alla forma “etica” della produzione capitalistica, smascherate le infamie e truffe della finanza globalizzata.

Il movimento rivoluzionario deve espungere da sé questa ideologia del bottegaio soffocato dai debiti, che vede la soluzione per i suoi guai nella loro cancellazione, costi quel che costi.

La nostra riproposizione dei principi della dottrina rivoluzionaria che è stata sviluppata nell’arco di tre anni sulla V Sezione del III Libro, e in specie sul Capitale produttivo di interesse, ha teso proprio a rimarcare la impossibile separazione tra finanza e capitale, sì che l’una è veramente la spina dorsale dell’altro né è concepibile quella senza l’altro. Nella cosiddetta “finanza globalizzata”, che in nuce analizzava Marx, appare di una chiarezza senza discussioni.

Su motivi, cause ed esiti della crisi non ci sono più dubbi; la nostra lunghissima memoria storica, ben superiore a quella di qualunque altra scuola economica o politica, ci fa riconoscere eventi, tragitti ed esiti già sperimentati dall’umanità lavoratrice. Il Partito deve fare ogni sforzo per denunciare questa ideologia da mezze classi in rovina, e riproporre l’indirizzo di classe.

Della presentazione del fondamentale capitolo 30, “Capitale monetario e capitale effettivo: Credito commerciale, accumulazione di capitale monetario”, è stata a questa riunione svolta la parte introduttiva.

Dopo aver concluso nel capitolo precedente che la maggior parte del capitale bancario, consistente in titoli, è capitale fittizio, si affronta l’analisi del processo di circolazione del capitale bancario, nella sua forma di capitale effettivo.

Due domande aprono il lavoro di analisi. La prima è se l’accumulazione del capitale monetario, cioè del capitale produttivo di interesse sia o no indice di una riproduzione allargata; se sia cioè solo un modo per definire la sovrapproduzione industriale o sia invece solo un fenomeno collaterale. E, per converso, fino a che punto la mancanza di denaro disponibile per il prestito esprima la mancanza di capitale reale, cioè capitale merce e capitale produttivo, e fino a che punto questa difficoltà monetaria coincida con la mancanza di denaro cioè mancanza di mezzi di circolazione.

L’accumulazione di capitale monetario e la formazione di un patrimonio monetario si sono risolti in una accumulazione di diritti di proprietà sul lavoro.

Entriamo più in dettaglio su questo concetto di accumulazione di diritti. Consideriamo innanzi tutto l’accumulazione di capitale del debito pubblico, che esprime il rafforzarsi di una classe di creditori autorizzati a prelevare certe somme sul gettito delle imposte. In questo fatto appare chiaro come una accumulazione di debiti si manifesta come accumulazione di capitale e che si realizza il capovolgimento caratteristico del sistema creditizio.

Questi titoli di credito rilasciati in cambio del capitale dato in prestito e ormai speso, sono duplicati cartacei di un capitale distrutto, che però esercitano per chi li possiede la funzione di capitale perché sono merci vendibili e possono essere ritrasformate in capitale.

Anche i titoli di proprietà sulle imprese, che sono effettivamente titoli su capitale effettivo, sono caratterizzati da questa particolare proprietà. Non permettono di disporre direttamente di questo capitale ma conferiscono diritti legali su una parte del plusvalore che da esso sarà creato, e sono in questa forma titoli come duplicato cartaceo del capitale effettivo; si trasformano in rappresentanti nominali di capitali inesistenti.

Siccome duplicati, sono essi stessi negoziabili come merci e circolano quindi come valori capitali; sono fittizi e il loro valore può accrescersi o diminuire con un movimento del tutto indipendente da quello del valore del capitale effettivo.

In condizioni di diminuzione del saggio dell’interesse, conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto, il loro prezzo, cioè la loro quotazione in borsa, ha una tendenza al rialzo. Questa ricchezza immaginaria cresce nel corso dello sviluppo della produzione capitalistica.

Profitti e perdite che si generano dalle oscillazioni di prezzo di questi titoli di proprietà, come il loro accentramento in poche mani, ribaltano il modo originario di appropriarsi del capitale che è quello dal lavoro. Nota Marx: «questo tipo di patrimonio monetario fittizio non rappresenta soltanto una parte considerevole del patrimonio monetario dei privati, ma anche del capitale bancario».

Anche se questa classe di proprietari possiede il capitale e i redditi sempre in forma di denaro o in forma di crediti sul denaro, in ogni caso intasca una buona parte dell’accumulazione reale.

In altri termini titoli di Stato, azioni, ed altri titoli di qualunque tipo sono sfere di investimento per il capitale prestabile, cioè per il capitale che è destinato a diventare capitale produttivo di interesse; ma non rappresentano essi stessi il capitale da prestare, di cui in sostanza costituiscono l’investimento.

Però, per quanto riguarda la funzione che il credito esercita nel processo di riproduzione, cioè quello di cui industriali e commercianti hanno bisogno nella loro attività, sconto di cambiali, contrarre di un prestito, non sono né azioni né titoli di Stato. Ciò di cui hanno bisogno è il denaro.

Facendo astrazione da ciò che accade nel mondo del sistema finanziario, è il movimento e le caratteristiche di questo capitale che deve essere dato in prestito ciò che deve essere analizzato, il capitale monetario prestabile. Non prestito di immobili, macchine, o altro capitale fisso; non anticipi che industriali e commercianti si fanno reciprocamente sotto forma di merci nel processo di riproduzione. Si tratta qui esclusivamente dei prestiti monetari che i banchieri nella loro qualità di intermediari concedono agli industriali ed ai commercianti.

Democrazia e movimento operaio in Italia

Dal 2 al 7 settembre 1867 si tenne a Losanna il II Congresso dell’Internazionale, dove apparvero chiari i grandi progressi compiuti dall’Associazione. Il suo fruttuoso intervento in importanti questioni tra industriali e lavoratori in Francia e in Inghilterra le aveva valso l’adesione di intere leghe operaie; si fondavano qua e là giornali internazionalisti, e perfino in America gli operai cominciavano a guardare con fiducia verso la nuova organizzazione. Anche in Italia, le società operaie di Napoli, Milano, Genova, Bologna, Bazzano si erano messe in corrispondenza con il Consiglio Generale di Londra.

Degli esiti del congresso Marx si dichiarò molto soddisfatto, tant’è che scrisse ad Engels: «Les choses marchent. Alla prossima rivoluzione, che è forse più vicina che non sembri, noi […] avremo questo strumento in mano nostra […] E tutto ciò senza denaro e nonostante gli intrighi proudhoniani di Parigi, di Mazzini in Italia […]. Davvero, possiamo essere soddisfatti!» (11 settembre 1867).

Quasi contemporaneamente si tenne, a Ginevra, il congresso della Lega per la Pace e la Libertà (9 settembre 1867).

Questa nuova associazione, composta di puri borghesi, si proponeva di lanciare al mondo un programma capace di abolire le tensioni ed i conflitti che tormentavano tutta l’Europa del XIX secolo.

Perfino Mazzini si rifiutò di aderire ad una simile accozzaglia delle più disparate e sospette ideologie. Secondo Mazzini non la pace, ma libertà e giustizia erano da conquistare, quindi altre lotte e guerre sarebbero state necessarie per raggiungere lo scopo. Dare fin da allora la propria adesione alla pace ad ogni costo sarebbe stato soltanto reazionario. Inoltre l’esperienza e il buon senso insegnavano che iniziative del genere non potevano che risultare sterili di qualunque risultato.

Garibaldi invece vi aderì e presentò una serie di sconclusionati punti programmatici in un miscuglio di radicalismo.

Ma, Garibaldi a parte, a favore del quale possiamo dire che non ha mai avuto la pretesa di essere un teorico, il congresso dei pacifisti ginevrini rappresentò una occasione d’oro per Bakunin. Questa tribuna internazionale gli diede la possibilità di propagandare il suo programma politico, religioso e sociale, come lo aveva maturato nel corso del suo soggiorno in Italia, anche se, “accortamente”, non mancò di adattare il suo anarchismo alle esigenze del convegno democratico-borghese senza imbarazzarsi di fronte alla impossibilità di conciliare l’abolizione dello Stato con la costituzione di un entità super statale: gli Stati Uniti d’Europa.

Il congresso della Pace si concluse con la vaga dichiarazione, che non poteva impegnare nessuno, della necessità «di far mettere all’ordine del giorno in tutti i paesi la situazione delle classi laboriose e diseredate, allo scopo che il benessere individuale e generale possa consolidare la libertà politica dei cittadini». A nome dell’Internazionale Dupont aveva concluso il suo intervento con queste parole: «Per fondare una pace perpetua è necessario distruggere le leggi che opprimono il lavoro, tutti i privilegi, e fare di tutti i cittadini una sola classe di lavoratori. In una parola, accettare la rivoluzione sociale con tutte le sue conseguenze». Bastano questi pochi accenni per accorgersi come le posizioni delle due organizzazioni internazionali fossero inconciliabili.

Gli echi di quelli che Mazzini chiamò “gli stupidissimi discorsi” di Ginevra non si erano ancora spenti, quando con la sconfitta dei garibaldini a Mentana nel novembre 1867 si dimostrò la necessità di ricorrere ancora alle armi per il trionfo della stessa democrazia borghese.

Ormai non vi erano più dubbi che il governo costituzionale potesse svolgere solo un ruolo reazionario. Ma allo stesso tempo veniva dimostrata tutta l’impotenza delle agitazioni mazziniane e la fine dell’epoca delle spedizioni garibaldine. I giovani rivoluzionari non tardarono a comprendere, forse più con il sentimento che con la ragione, come i problemi che stavano loro a cuore non avrebbero potuto essere risolti se non attraverso il superamento delle vecchie ideologie democratiche.

Ma a produrlo, al solito, non fu il maturare delle “idee”, ma l’azione del movimento operaio.

Il 1868 fu anno di miseria nera per le classi lavoratrici italiane. Ad aggravare la crisi economica che travagliava il paese da ormai otto anni era sopraggiunta la guerra del ‘66 e il corso forzoso. A tutto ciò nel ‘68 si aggiunsero i danni del cattivo raccolto del ‘67, l’industria in crisi, la svalutazione monetaria che portava al ristagno del commercio di importazione e di esportazione: i generi di prima necessità rincaravano vistosamente, i salari operai si mantenevano ad un livello bassissimo mentre l’imposta di ricchezza mobile, stabilita nel ‘66, decurtava in modo spietato i già miseri salari.

In tutto il paese, nelle città come nelle campagne, il malcontento sfociò in frequenti e clamorosi atti di protesta. L’opposizione, sia nei giornali sia nel parlamento non mancava di accusare il governo della grave crisi economica che colpiva le classi più deboli. Ma i lavoratori, delle città e delle campagne, non si accontentarono delle proteste morali e delle platoniche dichiarazioni di solidarietà da parte della sinistra democratica, e violente manifestazioni dilagarono in tutto il paese.

Gli operai e gli artigiani di città diedero sfogo al loro malcontento con la richiesta di aumenti salariali, con pubbliche dimostrazioni e, soprattutto, intensificando il movimento di resistenza. Infatti gli scioperi del 1868 nelle grandi città industriali, differenziandosi da quelli degli anni precedenti, rivelarono una nuova caratteristica: quella di abbracciare categorie diverse dello stesso territorio, ossia cominciano gli scioperi generali. Il proletario non si sentiva più appartenente ad una particolare categoria, ma ad una particolare classe sociale.

Ai primi dell’anno, oltre alla tassa di ricchezza mobile, si era cominciato a parlare di quella che sarà la più odiosa di tutte le tasse e che graverà esclusivamente sulle classi più misere: la tassa sul macinato.

I deputati della sinistra borghese, preoccupati delle conseguenze che essa avrebbe potuto determinare portando le grandi masse alla disperazione, inscenarono la loro opposizione d’ufficio. All’epoca fu Crispi a presentarsi come il maggior difensore dei deboli: quello stesso Crispi che, divenuto poi capo del governo, non ebbe nessuno scrupolo a reprimere nel sangue il movimento dei Fasci Siciliani.

Anche giornali democratici e le associazioni operaie si limitarono ad una pressione morale sulla Camera perché il progetto non venisse approvato.

Lo stesso Ministro dell’Interno, prevedendo rivolte da parte dei contadini, il 24 dicembre aveva diramato ai prefetti il telegramma: «Attuazione legge macinato segna momento importantissimo nell’assetto finanziario e politico del regno […] Spetta ai signori prefetti rendere vana l’opera sovvertitrice col prevenire ogni disordine».

Infatti già dal giorno 26 si verificarono i primi tumulti tra i contadini del Veronese; che immediatamente si propagarono a Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia. A partire dal 1° gennaio in pochissimi giorni manifestazioni di protesta e rivolte contadine contro il “macinato” si propagarono a tutto il regno. Nelle province di Bologna, Reggio Emilia e Parma, le rivolte assunsero l’aspetto di vere e proprie sommosse, tanto che il 5 gennaio il governo concesse pieni poteri, militari e civili, per l’Italia centrale a colui che era l’uomo giusto per riportare l’ordine e la legge, colui che già nei moti palermitani del ’66 si era distinto per la sanguinaria repressione e, sul campo, si era guadagnato l’appellativo di “Macellaio”: il generale Raffaele Cadorna.

Il Macellaio, cioè Cadorna, aveva le idee chiare su quali fossero i mezzi da usare per “pacificare” il paese, ma non da meno erano i suoi colleghi. Infatti, secondo quanto venne pubblicato in vari giornali in tutta l’Italia si ebbero 257 morti, 1099 feriti, 3.788 arrestati.

A questo proposito è bene ricordare l’atteggiamento tenuto da Mazzini nei confronti dei moti contro la legge sul macinato, a dimostrazione di come la democrazia borghese si sia guardata bene dal prendere la direzione delle rivolte popolari quando queste potevano mettere in discussione l’impalcatura borghese del nuovo Stato italiano. Giuseppe Pomelli, nel suo libro dal titolo “Patriotti e soldati reggiani del Risorgimento”, a proposito degli avvenimenti del 1869 scrisse: «Un momento più favorevole per fare la rivoluzione non poteva esserci; invece non solo i capi mazziniani consigliarono la calma, ma Mazzini stesso scrisse lettere nelle quali addirittura combatteva quel moto e calorosamente raccomandava di non parteciparvi ma anche di cercare di farlo cessare».

La rivolta, scoppiata spontaneamente, assunse forme, proporzioni e pericoli per le istituzioni borghesi non previsti nemmeno dal governo. Furono i dirigenti del partito repubblicano a venirgli in soccorso; quegli stessi, che da anni predicavano la rivoluzione ed incitavano individui e gruppi a tenersi pronti, non pensarono affatto alla rivoluzione, mentre avrebbero avuto la forza di trasformare la rivolta dei contadini in una, ben più pericolosa, di operai e di artigiani nelle città, solo che avessero agitato la bandiera della repubblica e soprattutto quella delle riforme sociali. Ma Mazzini si preoccupava soprattutto della unità nazionale e tutto doveva essere rimandato a dopo il suo pieno compimento.

Lo stesso Nello Rosselli, nel suo libro “Mazzini e Bakunin” commenta: «Se proprio si guarda alla sostanza delle cose, bisogna riconoscere che, dalla unificazione politica in poi, Mazzini fu un elemento di conservazione assai più che di vero rinnovamento. Parla di rivoluzione, caccia questa parola in tutti i suoi scritti, ma non pensa a organizzarla sul serio; capisce che così bisogna fare per tenere la coesione nella Sinistra e per non lasciarsi sfuggire gli elementi più giovani e attivi: è una parola d’ordine, nulla più. E intanto, fin quando i giovani intellettuali e gli operai staranno stretti intorno alla rivoluzione di Mazzini, l’unità e l’ordine sociale potranno dormire sonni tranquilli».