Partito Comunista Internazionale

Lo stato-ghetto palestinese sarà contro il proletariato di Palestina

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Trent’anni fa, nel settembre 1970, le formazioni fedayn armate dei rifugiati palestinesi nei campi profughi della Giordania venivano attaccate dalle forze corazzate dell’esercito giordano, nell’indifferenza o con l’approvazione esplicita degli Stati arabi. Nel giugno il presidente egiziano Nasser e Re Hussein di Giordania avevano accettato il cosiddetto piano Rogers, proposto dagli Stati Uniti, che si basava sulla risoluzione 242 dell’ONU. Re Hussein, forte dell’appoggio statunitense e dei paesi arabi “moderati”, decise di passare all’offensiva contro il pericoloso armarsi dei diseredati palestinesi che, cacciati dalla Palestina, si erano rifugiati in Giordania. Quella eccessiva presenza armata veniva a minacciare sia la reazionaria monarchia del piccolo e poco popolato paese, sia il fragile equilibrio della regione.

 Dopo una serie di scontri limitati, nel settembre l’esercito giordano sferrò una massiccia offensiva contro i campi profughi, con l’intervento delle forze corazzate, dell’artiglieria, dell’aviazione. I morti si contarono a migliaia. I combattenti palestinesi, sconfitti e inseguiti dall’esercito, furono costretti a rifugiarsi in Libano. Decine di migliaia di profughi li seguiranno nei mesi successivi. Questi tragici avvenimenti sono passati alla storia col nome di “Settembre Nero”.

 Rileviamo la coincidenza significativa che, a trent’anni di distanza, in questo settembre 2000, il giorno 13, l’effimero governo dell’Entità palestinese avrebbe per l’ennesima volta “deciso” di proclamare la fondazione dello Stato.

 La minaccia di questo “atto unilaterale”, in verità molto tardivo, dietro l’apparenza nazionalistica nasconde un nuovo passo in avanti nell’alleanza sempre più stretta tra la borghesia palestinese e la borghesia israeliana nel tentativo di mantenere l’ordine in una situazione sociale che diventa ogni giorno più pericolosa per il regionale regime del Capitale.

 A cosa può servire infatti la proclamazione dello Stato, uno Stato senza confini, senza capitali, senza esercito, con città e paesi privi di continuità territoriale fra loro e circondati da forze nemiche? Servirebbe probabilmente solo ad aumentare le prebende che la “comunità internazionale” distribuisce ad Arafat e alla sua debosciata corte, ai suoi sbirri feroci, alle Chiese, ai sindacalisti collaborazionisti. Servirebbe allo Stato d’Israele per considerare quello attuale lo status quo definitivo, appropriandosi di buona parte della Cisgiordania e persino della striscia di Gaza, dove la popolazione palestinese è così compressa da soffrire la più alta concentrazione mondiale di abitanti. Certamente servirebbe a spengere definitivamente la speranza nel ritorno alle centinaia di migliaia di disgraziati ancora tenuti prigionieri nei campi di concentramento sparsi per tutto il Medio Oriente.

 D’altra parte la continuazione “ad oltranza” del negoziato con Israele non apre prospettive differenti. Da quel settembre 1993 quando Israele e Organizzazione per la Liberazione della Palestina si riconobbero mutuamente, firmando il 13 di quel mese la dichiarazioni di principi per l’ “autogoverno palestinese”, i proletari di quella regione hanno subìto un peggioramento continuo delle loro condizioni. In Israele la manodopera araba è stata progressivamente sostituita con ebrei provenienti dalla Russia e da altri paesi meno sviluppati, facendo aumentare la disoccupazione nei territori occupati. Si è parallelamente rafforzato il dispositivo poliziesco israelo-palestinese che, indirizzato ufficialmente contro i nemici del “processo di pace”, serve a contrastare e reprimere per le spicce ogni opposizione al governo di Arafat, pedina della diplomazia internazionale e che rappresenta gli interessi della borghesia ricca palestinese.

 Il proseguimento delle trattative non offre dunque possibilità di grandi risultati. La tanto strombazzata “questione di Gerusalemme”, posta al centro della trattativa da politici e preti di ogni colore, se ha certamente un valore simbolico in quella terra di acuti contrasti, sembra però rappresentare poca cosa se confrontata alle altre questioni che si impongono. Lo Stato israeliano non tornerà ai confini del 1967 finché godrà della protezione degli Stati Uniti e dunque i palestinesi, lo vogliano o non lo vogliano, dovranno contentarsi di sopravvivere nei “bantustan” offerti loro dalla generosa comunità internazionale, che provvederà anche, se va bene, a garantire un magro piatto di minestra. Né sarà possibile, se non in minima misura, che i profughi ritornino nelle terre da cui sono stati cacciati. Qualsiasi accordo di pace, in questa situazione, non cambierà nulla per il proletariato e per i diseredati di Palestina che portano sulla schiena il peso di due padroni.

 Lo statunitense gendarme mondiale punta in quella regione sulla alleanza con la Turchia e con Israele per contrastare l’influenza di Europa e Russia ed in questo quadro le sorti di pochi milioni di diseredati quali sono i palestinesi o i curdi delle zone interne della Turchia, contano ben poco.

 Dobbiamo dunque ripetere che non vi è soluzione alla tragedia palestinese nell’attuale situazione, a livello internazionale, di quasi completo assoggettamento della classe lavoratrice alle esigenze e alla politica del capitale.

 Dovrà essere il proletario e il proletario-soldato d’Israele a ribellarsi alle angherie che il borghese israeliano commette ai danni del proletario israeliano, del soldato israeliano e del proletario e semi-proletario palestinese; dovrà essere il proletario libanese, vedendo peggiorare le sue condizioni, ad esprimere la sua solidarietà ai diseredati palestinesi dei campi profughi; dovrà essere il proletario palestinese a liberarsi dall’oppio del nazionalismo e della religione che lo lega al carro della propria borghesia. Questo non avverrà per graduale presa di coscienza, ma solo con la ripresa generalizzata della lotta di classe nei paesi industrializzati, con la rinascita a livello internazionale della prospettiva rivoluzionaria comunista, con l’imporsi sulla forza oggi incontrastata del regime del capitale di una nuova più possente forza, quella del proletariato rivoluzionario guidato dal suo partito.