La crisi capitalista russa e l’incidente del Kursk
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Nel mese di agosto il sottomarino nucleare Kursk della flotta russa si inabissava. Ne approfittiamo per alcune considerazioni e non per accodarci all’onda dell’evento mediatico atto a riempire il beota trascorrere delle vacanze.
Incidenti del genere, frequenti e con tragici effetti, sono dettati dagli egoismi economici e militari degli imperialismi. Simili giganteschi e costosissimi apparati distruttivi sono finanziati col sacrificio dell’umanità lavoratrice, cui si impedisce di vivere tranquillamente sul globo terreste, e contro essa classe operaia di fatto sono puntati, come proletari sono per lo più i disgraziati costretti a guidarli.
Per la difesa del Capitale, in tutti i sensi, gli eserciti sono tenuti in costante allenamento, sviluppano nuove micidiali tecniche di combattimento, nuove armi, nuove organizzazioni. Inoltre, quello che in realtà è uno sciupio enorme di risorse umane, per il Capitale è un fondamentale redditizio investimento.
Quando possibile gli incidenti di questo tipo sono mantenuti segreti o sminuiti nelle dimensioni: anche in questo caso dapprima si è parlato di collisione, poi di un guasto ed infine è corsa voce di una esercitazione con nuovi missili andati fuori segno. Contro il sottomarino, di costruzione recentissima, pare si siano scaricate alcune nuove armi che dovevano essere messe alla prova.
Il perché del ritardo nell’annunciare l’affondamento e nel chiedere il “soccorso internazionale” è presto detto: lo smacco per il prestigio nazionale russo non è da poco, e la “pubblicità” per l’industria militare è negativa dimostrando come anche la tecnica di quel settore risenta del lungo periodo di crisi. Del resto tutti sanno che le ipocrite profusioni di “assistenza umanitaria” degli altri imperialismi non sono mosse da pietà per i disgraziati prigionieri sul fondo, ma ad altro non mirano che ai segreti militari nascosti nel relitto.
Gli scribacchini borghesi continuano la litania di una Russia ancora ingabbiata nei vecchi schemi sovietici, dove la ragion di Stato e la boria “socialista” nulla concederebbero alla cosiddetta “dignità umana”. Il che serve a prolungare all’infinito il gioco di specchi di un Russia “socialista”. La realtà è solo che i più forti e assestati imperialismi, con marinerie secolari, i loro incidenti riescono a nasconderli e i segreti militari a mantenerli tali! Le loro spie riescono per altro a sapere degli incidenti degli altri e a farne gran clamore.
Quello che era il gigante militare russo, sebbene mai il primo, riesce oggi a sopravvivere a mala pena e la sua grande organizzazione come scaturì dalla seconda guerra mondiale è oggi l’ombra di se stessa. Né sembra risolta la crisi economica che ha percosso violentemente l’URSS più di dieci anni orsono tanto da costringerla a dichiarare il proprio fallimento imperiale. Per continuare il solito tradimento antiproletario e anticomunista si addebitò la crisi al “socialismo”, mancando ancora una volta la confessione di capitalismo. Anche il Giappone è in crisi da più di dieci anni: forse era anch’esso socialista?
La crisi che ha investito l’URSS ha avuto un’ampiezza spaventosa, la produzione industriale si è contratta di oltre il 50 %, superiore come intensità a quella della depressione del ’29 americano. Nonostante negli ultimi anni gli istituti di statistica forniscano cifre con incrementi positivi, il grande malato russo resta in degenza. E la situazione in cui versa l’esercito ne è lo specchio. L’apparato manca di investimenti, scarso il timore e rispetto che riesce ad imporre sulla popolazione, la renitenza alla leva è fenomeno diffuso. In Cecenia, contro una popolazione seminomade, ha subito sonore sberle e l’appoggio popolare gli è mancato, come dimostrano le proteste delle madri dei coscritti. Il fardello ereditato dal crollo dell’impero è un macigno che ostacola il tentativo di riorganizzazione statale, sebbene al tracollo economico non sia seguito il totale dissolvimento militare e politico. Il gigante è per il momento ripiegato su sé stesso e le prospettive di rinascita non paiono vicine.
Azzerare il vecchio apparato militare non è da farsi poiché rappresenta un punto di appoggio per il traballante sistema politico e nello stesso tempo serve a tenere a freno i piccoli ma riottosi vicini, foraggiati dai nemici di sempre. L’apparato militare ha inoltre mille intrecci con le varie branche dell’economia ed è un volano che ha la sua inerzia. Carri armati ed aerei vengono venduti a paesi terzi, voce importante dell’export, con 4 miliardi di dollari, subito dopo le materie prime.
La classe proletaria, sulla cui schiena grava il peso della crisi, è il gigante che dorme e la borghesia russa sembra timorosa di attaccarla frontalmente con una roboante retorica nazionalista di sostegno alla sua politica imperiale. Anche il mondo contadino, rinchiuso nei suoi arretratissimi giri non ancora pienamente capitalistici, conduce una lotta sorda e disperata per respingere l’introduzione dell’azienda agraria capitalistica. Il colcosiano difende il suo misero appezzamento sufficiente alla sua sopravvivenza ma troppo poco redditizio per l’accumulazione capitalistica.
Le roboanti retoriche del tribuno di turno nulla smuovono. Ad aggiustare il traballante ex impero serve una decisa ripresa economica, ma questa, a livello mondiale, non sembra tale da trascinare nel gorgo infernale dell’accumulazione i lunghi degenti Russia e Giappone. Le prospettive di un riarmo in vista di un nuovo conflitto mondiale ad oggi non sembrano vicinissime; passi in questa direzione, a livello mondiale, ve ne sono, ma il capitalismo mondiale non sembra sentire ancora la necessità di un nuovo macello per ridarsi giovinezza.
La nera morte in quelle gelide acque dei poveri marinai è un altro delitto contro la nostra classe. Non ripiegheremo però a chiedere alle borghesie che rendano i loro eserciti “civili”, protetti da catastrofi e “incidenti”. L’esercito è uno dei pilastri della conservazione borghese e nel nostro programma è scritto che anche noi ne attrezzeremo uno nostro, per la difesa della Rivoluzione, della dittatura proletaria, volto verso l’eliminazione di tutte le classi e dello stesso Stato proletario, esercito compreso.