Partito Comunista Internazionale

Il contemporaneo feticismo tecnologico e la dura necessità economica

Categorie: Technology

Questo articolo è stato pubblicato in:

Una vecchia storia

Secondo i cantori dell’ordine vigente le nuove invenzioni dell’industria elettronica starebbero preparando all’umanità un’èra di prosperità e benessere, di crescita capitalistica senza crisi e di debellata inflazione. E l’andamento economico negli Stati Uniti ne sarebbe la prova. Questa nuova èra verrebbe grazie alla crescita della produttività consentita dallo sviluppo e dall’applicazione appunto di queste tecniche rivoluzionarie.

 Per quanto le tecniche tanto propagandate (e commercializzate) delle comunicazioni e dell’elaborazione dei dati non siano certo rivoluzionarie quanto precedenti storiche, si pensi alle ferrovie, ci ricordiamo che il capitalismo da sempre è caratterizzato da un procedere travolgente nella tecnica, e lo sviluppo incessante delle forze produttive è stato fin dalle origini accompagnato dall’imporsi di nuove sfere di produzione. Ma ciò non ha impedito che le sue contraddizioni siano diventate sempre più esplosive e le condizioni di esistenza dei proletari sempre più incerte e precarie. Anzi, è proprio lo sviluppo della forza produttiva del lavoro sociale che, in ultima istanza, conduce il Capitale alla catastrofe, anche se momentaneamente ne favorisce l’accumulazione. È questo effetto effimero che oggi rende la borghesia euforica.

 Il fenomeno delle “rivoluzioni tecniche” è approfonditamente studiato da Marx, in particolare nel paragrafo 4 del capitolo 22 del Libro I, Trasformazione del plusvalore in capitale, ove esamina le circostanze che determinano l’entità dell’accumulazione. Conclude che il grado di produttività del lavoro sociale non solo aumenta il plusvalore e il saggio di sfruttamento, non solo permette ai capitalisti di aumentare la percentuale di plusvalore trasformata in capitale supplementare, pur soddisfacendo gli stessi bisogni personali, in quanto la produzione materiale è maggiore; ma, estendendosi la scala della riproduzione come quantità di valori d’uso, la maggiore quantità fisica di mezzi di produzione e sussistenza costituisce materiale addizionale disponibile per accelerare l’accumulazione. Potenza che però deve esser tradotta in realtà dal lavoro dei salariati, o con una maggiore intensità del lavoro, o con un maggior numero di operai, o con un maggior orario di lavoro.

 Marx ribadisce che il capitale ha bisogno di uno smercio sempre più esteso e intenso, accedendo quindi al mercato mondiale. Questo processo determina ed è determinato dalla produzione di macchine per mezzo di macchine: quanto più sono fruttuosi i mezzi di produzione e la divisione del lavoro, sempre più l’impiego del macchinario prosegue a svilupparsi per reggere alla concorrenza che la classe dei capitalisti si fa. Mentre la concorrenza perseguita il capitalista senza tregua con la sua legge dei costi di produzione e ogni arma che egli forgia contro i suoi rivali si ritorce contro lui stesso, il capitalista cerca continuamente di superare la concorrenza sostituendo senza tregua al vecchio macchinario e alla vecchia divisione del lavoro macchinari nuovi e nuove divisioni del lavoro, più costose, ma che producono più a buon mercato, e ciò senza attendere che la concorrenza abbia rese vecchie anche le precedenti.

 Nella produzione capitalista, la forza lavoro dell’uomo non solo produce in un giorno un valore superiore a quello che essa possiede e a quello che costa; ad ogni nuova invenzione, ad ogni nuovo perfezionamento tecnico questa eccedenza del suo prodotto giornaliero sul suo costo giornaliero aumenta, cioè si riduce quella parte della giornata di lavoro in cui l’operaio produce l’equivalente del suo salario, e viceversa cresce quella parte del suo lavoro che deve lasciare al capitalista. Questa successione sempre più rapida di invenzioni e di scoperte, questo rendimento del lavoro umano che aumenta di giorno in giorno, fa sì che questa società soffochi nella sua stessa sovrabbondanza, mentre la grande maggioranza dei suoi membri è appena protetta dall’estrema indigenza, e spesso non lo è affatto come le attuali moltitudini che vivono con un dollaro al giorno.

Monopolizzatori del lavoro morto

Nel capitalismo il valore è il prodotto del lavoro e il cosiddetto reddito prodotto in un paese è soltanto il valore aggiunto ex novo dal lavoro. Ogni aumento della produttività del lavoro, a parità di massa salariata, causa l’aumento del reddito reale pro-capite, falsamente calcolato come media indistinta fra tutte le classi sociali. Può anche determinare un certo aumento del tenore di vita reale dell’operaio medio, come storicamente avviene, crisi a parte. Ma questi aumenti della produzione provengono esclusivamente dal fattore lavoro, verità che gli economisti della borghesia devono nascondere dietro a reticenza e mistero quando trattano la questione della produttività. Difficile infatti trovare indicazioni di come calcolano quella produttività che sventolano a sostegno delle loro tesi, se si riferisce alla produzione totale o al solo valore aggiunto, se questi sono calcolati in volume o in valore monetario, se la produttività si riferisce alla popolazione residente, a quella in età lavorativa, a quella “attiva”, ai salariati effettivi, se l’orario di lavoro è preso in conto o no.

 Un tempo i borghesi insistevano nel rimarcare che trattavano della produttività “apparente” del lavoro, dove la parola “apparente” doveva servire a negare essere questa l’unica fonte del “reddito nazionale” e sostenere la loro putrefatta formula trinitaria: i profitti, le rendite e i salari sarebbero elementi autonomi che sommati genererebbero il reddito nazionale.

 Vi è un’altra ritirata borghese: gli articoli sulla stampa economica non parlano più di crescita della loro grandezza “produttività del capitale”, questo inteso nel loro vocabolario; forse perché imbattutisi in valori negativi degli incrementi di questa nozione irrazionale. In effetti la riduzione ultra ventennale del tasso di crescita della produzione e la crescente differenza fra il capitale totale investito all’inizio di un ciclo pluriennale e quello ruotato nell’anno tendono a ridurre quella loro pretesa produttività.

 Se i loro conti statistici non ci sono noti, ci è chiara la loro sconfitta teorica. I borghesi considerano che il prodotto, dedotto il capitale costante consumato, sia una funzione del patrimonio nazionale, che chiamano capitale, e del lavoro; hanno anche cercato di migliorare la loro funzione della produzione aggiungendo un termine legato al tempo, che dovrebbe rappresentare il progresso tecnico.

 Se il prodotto, ovvero il reddito nazionale annuo, fossero funzione del patrimonio, oltre che del lavoro, sarebbe razionale e utile considerare come cambia il rapporto fra la produzione annuale, da una parte, e il patrimonio nazionale, o l’ammontare del capitale fisso, o il valore delle immobilizzazioni industriali, dall’altra, e come cambia questo rapporto nel tempo. Col silenzio su questo loro indice la borghesia maschera la coscienza della sua sconfitta, atteggiamento questo ingiustificato se veramente fosse convinta che comunismo e marxismo sono morti.

La Microsoft

La borghesia continuerà a presentare il lavoro passato, monopolizzato dalla classe dominante e cristallizzato in capitale fisso, come socio e compagno del lavoro vivo nella produzione. Solo la società comunista potrà trasformare il lavoro morto, il lavoro dei morti, in strumento del benessere dell’uomo sociale.

 Viene da sé quindi la spiegazione dei grandi sovrapprofitti conseguiti attualmente dalle industrie del software, prevalentemente americane, che da rigidi e ben difesi monopoli, imposti con la forza dell’iper-Stato americano, traggono enormi rendite: appaiono come prodotte in Usa grandi masse di plusvalore che invece sono soltanto rapinate dal resto del mondo. Nel valore delle merci rientra il lavoro morto materializzato nel capitale fisso solo per la quota di ammortamento; questa si riduce praticamente a zero per quanto riguarda le migliorie passate della tecnica che, per quanto possano esser costate nella loro invenzione, essendo riutilizzate un numero potenzialmente infinito di volte, divengono, come si dice, “patrimonio dell’umanità”. La Microsoft invece, mantenendo segreto e brevettato il codice dei suoi programmi, oltre ad ostacolare l’ulteriore sviluppo tecnico (al contrario di quello che si dice), si può permettere di trasferire sul prezzo di mercato delle nuove versioni buona parte del lavoro morto occorso per la produzione delle precedenti, che è la massima parte.

 Inoltre la evoluzione dei linguaggi di programmazione e degli strumenti di lavoro, della quale la Microsoft se ne fa gran vanto, e rendite, è in massima parte un prodotto spontaneo, cioè sociale, impersonale e necessario, tanto che nella medesima direzione tende il lavoro anonimo di ogni buon “programmatore” e sempre più difficile è dare un nome all’inventore di nuovi algoritmi.

 Alla Microsoft va riconosciuto però il grande merito, rivoluzionario davvero, schiacciando a morte tutti i concorrenti, di imporre degli standard universali che, connettendo sempre più il Capitale mondiale pongono le basi materiali per la sua altrettanto universale distruzione. Per questo, forse, hanno processato quel bamboccio di Bill Gates, né a noi niente importa se ha fatto troppi soldi!

La produttività degli improduttivi

Così si spiega la apparente stratosferica produttività delle poche migliaia di dipendenti della Microsoft, dei quali solo una esigua minoranza sono produttivi di plusvalore ed il resto lavora al “commerciale”. Ma i borghesi insistono a volere calcolare la produttività del lavoro in settori che di plusvalore non ne producono affatto, settori che, o solo lo realizzano nella vendita, come nel commercio, o lo consumano per sostenere la forza dell’apparato della classe dominante, o se ne appropriano come commissioni sugli interessi che il capitale attivo deve cedere alla proprietà del capitale. I borghesi vi ritrovano qui quello che vedono come un paradosso, che proprio questi settori, invasi dalle apparecchiature elettroniche le più aggiornate, hanno incrementi dei margini per addetto salariato minimi rispetto agli incrementi della produttività del lavoro dell’industria.

 I lavoratori assunti dal capitalista per aiutarlo nella realizzazione del plusvalore già prodotto o per aiutarlo nella spartizione di esso fra le frazioni borghesi sono salariati come quelli produttivi, eccetto il fatto che non producono plusvalore, come non producono valore d’uso. Il loro numero cresce non come causa, ma come effetto dell’espansione del plusvalore. Il tutto con buona pace per le teorie, delle quali oggi si fa gran farneticare, su una non esistente società postindustriale. Alla società capitalistica può seguire solo quella che nasce con la rivoluzione violenta della classe dei salariati.

 Le tecniche che riducono le spese meramente commerciali di vendita e di acquisto delle merci alimentano il miraggio borghese di una vigorosa e duratura ripresa della crescita dell’economia capitalistica, dopo decenni di rallentamento. È vero che il miglioramento delle tecniche della comunicazione ù che può essere ritenuto una novità solo per i rimbambiti dall’imbonimento borghese: 1837 invenzione del telegrafo; 1871 telefono; 1897 radiotelegrafia: la Rete World Wide esiste da almeno un secolo ù possono aumentare il rendimento dei lavoratori del commercio, in quanto diminuiscano effettivamente le spese dell’impresa per la realizzazione del valore creato nel processo produttivo. Ma non si può parlare di aumento di produttività di valore o di valore d’uso. Risulta evidente se consideriamo le funzioni commerciali rese autonome dall’industria e svolte nell’impresa commerciale. Il “commercio elettronico” può aumentare la velocità di rotazione del capitale commerciale ma influenza solo indirettamente l’aumento del valore e del plus valore prodotto dai capitalisti industriali. La possibilità tecnica per il capitale di riduzione del suo tempo di circolazione nella palude del mercato non riduce le contraddizioni economiche fra produzione e consumo capitalistici, che sono inerenti a ogni ciclo più o meno rapido di riproduzione del capitale e mortali per il suo ciclo storico di vita.

 Mentre quelli stolidi di borghesi vanno a cercare produzione di valore dove questa non esiste, attratti dal miraggio di una chimerica nuova èra super produttiva, si dimenticano di un settore dove valore e plusvalore vengono effettivamente prodotti, quello della produzione agricola capitalistica e dove i progressi tecnici certo non mancano.

 I punti accennati mostrano le difficoltà della borghesia sul concetto di produttività. Ricordano degli sciupii di tempo di lavoro che provengono solo dalla sua forma di società, dalla esistenza e circolazione delle merci e del capitale finanziario. Questi sciupii di tempo di lavoro sociale saranno eliminati nella società non più mercantile, contribuendo alla riduzione universale del tempo di lavoro e quindi allo sviluppo delle facoltà umane per tutti e non solo per chi ha tempo disponibile, perché sfrutta il lavoro altrui.

Salvezza dall’ informatica ?

La questione della funzione della produzione secondo la formula borghese l’abbiamo affrontata in Vulcano della produzione o palude del mercato?, paragrafo Ci siamo: la formula. In quel numero di “Programma Comunista” del 1954 chiarivamo: «Questa lotta di fredde formule è dunque, piaccia o no, vivamente politica, e solo quelli per cui politica è affare di chiacchiere e imboniture possono storcere la bocca davanti all’amaro calice delle espressioni matematiche, che al più cercheremo con la nostra molta pazienza e poca destrezza di inzuccherare sugli orli».

 In merito abbiamo fatto qualche modesto calcolo con i dati statistici borghesi a nostra disposizione: indice della produzione industriale, orario di lavoro effettivo settimanale e numero di salariati dell’industria manifatturiera di fonte O.N.U.

 La produttività del lavoro, determinata dalle condizioni di produzione, è data dalla quantità di prodotti diviso la quantità di lavoro. Quindi chili per ora, metri per ora, ecc. Il lavoro è considerato di intensità costante, ossia immaginando che il ritmo del lavoro in un dato tempo non vari. La definizione di partenza è quindi in termini fisici e non come rapporto di valori; così possiamo fare un confronto con il comunismo, dove il valore mercantile non esiste più la produzione si misura in quantità fisiche. Questo trapasso è in potenza preparato proprio dall’accrescimento della produttività del lavoro nel capitalismo, riducendo al minimo il tempo di lavoro per una data massa di valori d’uso. In questo confronto con la società superiore possiamo affermare che in essa lo sviluppo della produttività del lavoro ha potenzialità ancora maggiori in quanto la liberazione di tempo disponibile per tutti reagisce positivamente su di essa e sul suo progresso più propriamente umano.

 Se nel capitalismo avessimo variazioni della produttività del lavoro nella stessa proporzione in tutti i rami della produzione, compresi in quelli dei mezzi di sussistenza dei salariati, in modo che tutti i valori, compreso quello della forza lavoro, si ridurrebbero nella stessa proporzione, corrispondente all’aumento della produttività, allora il suo andamento nel tempo sarebbe uguale a quello del rapporto fra valore della produzione e valore del capitale variabile, come rapporto di valori.

 Per calcolare le variazioni di forza produttiva del lavoro in tutta l’industria si incontra la difficoltà che non si possono sommare le quantità fisiche eterogenee di una infinità di prodotti. Se ne può sommare il valore monetario; e per eliminare l’effetto dell’inflazione sui prezzi nominali le statistiche calcolano la produzione “a prezzi costanti”, presi in un certo anno “base”, chiamandola impropriamente “produzione in volume”. Con questo metodo infatti le merci la cui produzione cresce più velocemente e i cui prezzi relativi, e talvolta assoluti, tendono a diminuire di più, come nel caso di un settore giovane della produzione tale quello dell’elettronica, danno un contributo alla crescita della produzione temporaneamente esagerato, perché viene gonfiato il valore di queste merci alla fine del periodo, in quanto si utilizzano i prezzi costanti più alti dell’anno base iniziale. Gli spettacolosi aumenti della produttività riportati dalla stampa e riguardanti l’industria informatica e delle telecomunicazioni sono influenzati da questo metodo di calcolo: oggi si producono sì molti più computer di dieci anni fa, ma unitariamente valgono molto meno.

 Calcoliamo quindi la produttività del lavoro in America, che è da basarsi, necessariamente, sui dati statistici che i borghesi ci mettono a disposizione. Abbiamo considerato anno di partenza il 1989, di massimo della produzione industriale e posto uguale a 100 il suo indice; questo assume allora il valore 136,5 nel 1999. Se poniamo uguale a 100 il numero di 19,4 milioni di salariati dell’industria nell’89 esso scende per l’espulsione di lavoratori a 95,1 nel ’99, mentre l’orario settimanale sale da 41 a 41,6 ore. Preso uguale a 100 il rapporto fra indici della produzione e dei salariati nel ’89, esso diventa 143,5 nel ’99, e se si tiene conto dell’orario di lavoro si ferma a 141,4. L’incremento medio della produttività del lavoro nei dieci anni è 3,7%, e 3,5% se si tiene conto dell’aumento dell’orario di lavoro.

 Se prendiamo un ciclo di crescita vigorosa come quello del 1957/69, 12 anni fra due massimi consecutivi della produzione annuale, l’incremento medio della produttività del lavoro è pari a 4,4%, calcolo fatto senza tenere conto delle variazioni dell’orario di lavoro, che per piccole variazioni ha scarsa influenza. Altro periodo che abbiamo considerato è quello 1973/89, con il quale inizia il rallentamento dopo la grande espansione mondiale della ricostruzione postbellica, questo periodo è fatto di due cicli deboli. Il calcolo dà un incremento medio della produttività del 2,5%. Quindi abbiamo 4,5; 2,5; 3,7%, ossia la crescita della produttività del lavoro negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è stata forte, ma è per ora solo un recupero verso quella più elevata degli anni ’60.

Verso la catastrofe

La propaganda borghese per illudere sulla vitalità del suo regime fa leva su questo contingente aumento della produttività del lavoro, ma tace sugli andamenti storici più generali e prevalenti. La tendenza alla crescita della forza produttiva del lavoro è intrinseca al capitale, rappresenta la “missione storica” del capitalismo, costretto a rivoluzionare costantemente i metodi di produzione. Ed è proprio attraverso un simile sviluppo che, senza accorgersene, genera le condizioni materiali di una forma di produzione più evoluta.

 Dire aumento della produttività del lavoro vuol dire aumento della composizione organica del capitale, che è il rapporto fra il capitale costante e il capitale variabile ed esprime il giganteggiare del Capitale sul Lavoro, del capitale improduttivo su quello produttivo. I due fenomeni sono condizione e conseguenza l’uno dell’altro: aumentando la produttività aumenta la massa delle materie prime, che sono capitale costante, che una data quantità di lavoro riesce a trasformare. D’altra parte la forza produttiva del lavoro aumenta con il maggior uso del macchinario, il cui logorio è l’altra quota del capitale costante. Per Marx la composizione del capitale è una misura indiretta della produttività del lavoro.

 Con la crescita storica della composizione organica del capitale, cioè con la diminuzione relativa della sua parte salari, produttiva di plusvalore, si ha la caduta tendenziale del saggio del profitto, che l’aumento del saggio del plusvalore, cioè l’aumentato sfruttamento dell’operaio, può rallentare, ma non arrestare. Il declino del saggio di profitto provoca sovrapproduzione, speculazione, eccedenza di capitale insieme a eccedenza di popolazione, crisi periodiche distruttive, guerre e susseguenti “ricostruzioni”, che solo provvisoriamente invertono la tendenza.

 I borghesi che oggi, di fronte all’espansione negli Stati Uniti e allo slancio che prende la ripresa mondiale, si rallegrano per gli aumenti di produttività del lavoro guardando all’aumento immediato della massa del plusvalore, volentieri si dimenticano che il tasso del profitto si riduce giusto perché il lavoro è più produttivo.

 Nella concezione rivoluzionaria marxista la caduta storica del saggio di profitto non significa riduzione della virulenza del capitale; questo ha crescita relativa più lenta, ma la crescita assoluta nel tempo è storicamente, congiunture a parte, sempre più rapida. «Calo del saggio del profitto e accelerare dell’accumulazione sono soltanto espressioni diverse di un medesimo processo, in quanto entrambi stanno ad indicare lo sviluppo della forza produttiva» (Il Capitale).

 Il Partito tanto ha insistito su questo aspetto: la curva dell’accumulazione, che piega sempre più verso l’alto, conduce all’esplosione rivoluzionaria, non al graduale afflosciarsi del capitalismo e ad un corrispondente e altrettanto graduale dispiegarsi del socialismo. Il socialismo non vincerà su di un morto, per forfait dell’avversario, ma su di una macchina produttiva nel pieno della sua forza vitale; solo si tratta, non di costruirlo, il socialismo, ma di far quella macchina passare di mano al proletariato mondiale, una volta distrutto l’altrettanto enfio e torreggiante apparato politico della difesa capitalistica e lacerate le pareti mercantil-contabili che separano le cellule aziendali.

Produttività e miseria

La questione può essere vista sotto un altro aspetto. Nella crescita della produttività del lavoro è insita una contraddizione: il capitale aumenta il saggio del plusvalore solo diminuendo per una data sua massa il numero di operai. Ma solo questi producono il plusvalore. Il suo insaziabile bisogno di plusvalore deve quindi far crescere il numero dei salariati, come succede oggi in America, e quindi accrescere in misura ancora maggiore la dimensione del capitale costante. La proletarizzazione crescente della società è quindi una legge economica. A questo polo sociale soltanto può spettare il compito di abbattere il regime borghese; ai movimenti piccolo borghesi oggi schiamazzanti nei paesi più ricchi, prospettanti un possibile capitalismo umano, ecologico, ecc., spetta al contrario il compito di salvare la schiavitù del lavoro salariato, cianciando sulla scomparsa del movimento operaio.

 I mirabolanti poteri della produttività del lavoro consistono nell’aumento della massa di miseria del proletariato. Quando aumenta la produttività, anche se il salario reale aumenta per la pressione operaia (oggi assai debole), il rapporto fra i salari v e il plusvalore p, o il rapporto fra i salari v e tutto il valore aggiunto v+p diminuiscono. Il salario relativo, ossia rapportato al plusvalore, v:p, è l’inverso del saggio del plusvalore p:v; il salario rapportato al valore aggiunto ex novo è v:(v+p). Entrambi decrescono con il crescere storico del saggio del plusvalore. La lotta di classe economica dei sindacati operai contro questo approfondirsi delle distanze reciproche è necessariamente, lo si voglia o no, lotta contro il meccanismo sociale che lo genera.

 Anche se il salario reale aumenta non è detto che salga il tenore di vita del proletariato perché la somma dei salari deve servire al sostentamento di tutti i proletari, compresi i disoccupati, che oggi sono in aumento numerico assoluto proprio per effetto della maggiore produttività del lavoro. Dobbiamo poi considerare le crisi e le guerre che l’accumulazione rende sempre più disastrose gettando il proletariato sempre più nell’incertezza dell’esistenza. «Miseria dell’operaio non è il basso livello del salario e l’alto livello del costo dei generi che consuma. La vittoria del capitalismo nella lotta di classe non è la riduzione, la resezione del tenore reale del salario, che indiscutibilmente si eleva nella storia in senso generale, a cavallo dei periodi progressivi pacifici guerrieri ed imperialistici. Miseria nel nostro dizionario economico marxista non significa “bassa remunerazione del tempo di lavoro”. Si capisce che il capitalismo se monopolizza forze produttive tali ù fregate allo sforzo di tutti ù da avere lo stesso prodotto con dieci volte meno operai, può a cuore leggero vantare di aver raddoppiato i salari. Il plusvalore relativo e assoluto è enormemente cresciuto e cresce l’accumulazione in massa. Miseria significa invece “nessuna disposizione di riserve economiche destinabili al consumo in caso di emergenza”» (Battaglia Comunista, 1949).

 Nel paragrafo “La legge generale del comunismo” de Il Corso…, pag. 293, avevamo considerato un passo del capitolo 23 del libro I de Il Capitale, dove risalta un punto fondamentale del programma comunista. La legge, propria della società comunista, che comporta che con l’aumentata produttività dal lavoro una massa sempre maggiore di ricchezza materiale può essere procurata con un impiego sempre minore di lavoro, nel capitalismo è ridotta «nella legge contraria, vale a dire che quanto più il lavoro guadagna in potenza, tanto più la condizione del salariato, la vendita della suo forza lavoro assumono un carattere precario». Già nella dittatura del proletariato, che non è ancora neanche lo stadio inferiore del comunismo, la grande produttività del lavoro viene volta alla riduzione della giornata lavorativa, tagliando produzioni imbecilli, obbligando al lavoro tutti gli idonei, ponendo fine alla corsa folle della produzione per la produzione.

 Così il Partito alla fine della scorsa guerra poté denunciare anche sul terreno delle leggi economiche il falso socialismo in Russia vantante superiori ritmi di crescita della produzione: là si seguiva la legge capitalistica di una crescente produzione per compensare la discesa del tasso di profitto, mentre si affermava di “costruire il socialismo”. «Finché l’appello allo sforzo frenetico di produrre echeggia, esso non può avere altro senso che quello della resistenza esasperata alla legge marxista del tasso. Perché il tasso possa scendere, ma non cominci a scendere anche la massa del plusvalore e del profitto, interviene la retorica forcaiolo-progressiva e grida a una smarrita umanità: si lavori di più, si produca di più» (Dialogato con Stalin).

Un modo di produzione tecnicamente reazionario

Marx riferisce che, nel periodo della manifattura, macchine inventate in Inghilterra venissero adoperate solo in America del Nord, dove i salari erano più alti, come la Germania dei secoli 16° e 17° inventasse macchine utilizzabili solo in Olanda e come fosse possibile utilizzare macchine francesi del 18° solo in Inghilterra essendo nel paese di origine il loro valore superiore al valore della forza lavoro che avrebbero sostituito.

 Infatti il capitalista introduce il nuovo macchinario che consente di accrescere la produttività del lavoro solo quando il suo logorio nel processo immediato è inferiore non al lavoro vivo risparmiato, ma alla parte di questo che egli retribuisce. Nel capitalismo quindi il mantenimento di bassi salari ha implicazioni oggettivamente reazionarie. L’uso capitalistico delle macchine e delle invenzioni è limitato da quella condizione necessaria, mentre nella società comunista il rinnovamento tecnico del macchinario finalizzato al risparmio di lavoro avrà un campo quantitativo di applicazione più ampio e criteri qualitativi di scelta del tutto diversi dal meschino calcolo di utilità aziendale.

 Nel libro III de Il Capitale cap. 15° un esempio numerico chiarisce la questione e mostra come solo a quella condizione il capitalista ottiene un valore del prezzo di produzione individuale della merce inferiore a quello sociale, che è quello che regola i prezzi di mercato. Solo così il capitalista intasca gli extraprofitti che sono il fine dell’operazione. Abbiamo commentato nel Dialogato con Stalin: «Quindi per il capitale la legge della crescente produttività del lavoro non ha valore assoluto (…) Il modo di produzione capitalistico si imbatte qui ancora una volta in una contraddizione. La sua missione storica è lo sviluppo brutale, in progressione geometrica, della produttività del lavoro umano. Esso viene meno a questo compito quando, come nella nostra ipotesi ostacola lo sviluppo della produttività. Esso così fornisce una nuova prova della sua senilità e mostra che veramente non è più del nostro tempo».

 Per altro l’anarchia del mondo borghese, specie nel campo dell’elettronica, viene a commercialmente imporre la sostituzione di macchinario ingiustificata sul piano tecnico e della stessa contabilità capitalistica aziendale, per forzare gli sbocchi delle industrie che lo producono. Si assiste così ad un frenetico e permanente sconvolgimento che comporta uno sciupio colossale di tempo di lavoro a scala planetaria.

Premio alla innovazione

Un’impresa che ottiene un profitto maggiore di quello che le deriverebbe dal saggio medio del profitto si appropria di extra profitti: la maggiore produttività del lavoro dei suoi operai le consente di vendere al valore sociale del settore, più alto del prezzo aziendale di produzione. L’impresa si trova in quella condizione per effetto di una innovazione introdotta nel macchinario o nel processo produttivo o nel produrre merci di tipo nuovo o migliorato che le aziende concorrenti ancora non producono. Questi extraprofitti derivanti da un avanzamento tecnico sono temporanei e durano fino a che non sia divulgata l’innovazione o ne compaia una simile superiore e fino a che altri capitali non riescano a inserirsi nell’affare, riportando così il profitto del settore al profitto medio.

 Fatto paradossale nel capitalismo è che il carattere temporaneo dei guadagni extra costituisce un motivo di spinta ad aumentare gli orari e l’intensità del lavoro per approfittare della fugace condizione propizia di maggiore produttività.

 Il sovrapprofitto non è che una porzione del plusvalore totale della produzione mondiale, che i capitalisti si spartiscono; il sovrapprofitto che si trasferisce al capitalista che adotta l’innovazione è una porzione del plusvalore degli altri; i quali però sono spinti a rifarsi sul salario operaio, se manca, come manca oggi, la resistenza operaia organizzata in sindacato di classe, quando la concorrenza sempre più stretta fra capitalisti spinge alla riduzione dei salari reali e all’aumento degli orari e dell’intensità del lavoro.

 Anche nell’industria elettronica e similari settori a forte “innovazione”, che sfornano “gadget” per lo più destinati a stupir minchioni, si tratta di sovrapprofitti e non di maggior valor aggiunto, come sostengono i cantori della società borghese “moderna”, di un valore magicamente sorgente da nuovissima fonte indipendente dal lavoro. Si tratta sempre e ancora, come ogni profitto, di furto di tempo di lavoro.

 I capitalisti però, pur se si fanno concorrenza per i sovrapprofitti, sono tutti interessati in solido alla crescita della massa complessiva del plusvalore mondiale, che si ripartiranno in proporzione ai loro capitali. Sono così davvero una classe mondiale, una associazione di capitalisti, un capitalista unico che sfrutta la classe dei salariati di tutti i paesi. La concorrenza sempre più spinta fra gruppi capitalistici, che il sistema morente esalta, non annulla questa solidarietà di classe borghese e rende urgente l’internazionale solidarietà operaia. Questa esprimerà una sola testa e un solo cuore di fronte alla classe mondiale nemica.

Tecnica e Capitale

Con l’accentuarsi del calo del saggio di profitto degli ultimi decenni la ricerca degli extraprofitti si è fatta ancora più frenetica, specialmente nei capitalismi più vecchi, che devono compensare il minor saggio di profitto e la differenza nazionale dei salari. Secondo i dati della Banca Centrale americana le spese di “ricerca e sviluppo”, come percentuale del valore aggiunto delle imprese americane, sono più che raddoppiate dal 1953 al 1997, passando dall’1,3% al 3% con una accelerazione ben netta dopo il 1975, ossia quando inizia un ventennale marcato rallentamento economico. Gli Stati Uniti hanno uno stabile e forte attivo nel saldo fra vendite ed acquisti di brevetti, licenze, marchi di fabbrica, invenzioni ed assistenza tecnica. Gli altri paesi sono in passivo, eccetto Regno Unito, Svezia e Giappone; questo paese solo da pochi anni è passato in attivo con un grosso aumento di spesa nella ricerca. Ai diritti di proprietà e ai monopoli delle innovazioni corrispondono certamente, oltre quegli incassi per brevetti ecc., rinnovati sovrapprofitti provenienti delle merci prodotte con i nuovi metodi.

 Il frutto della spesa per i salari dei tecnici e per i laboratori in cui operano non è volto alla produzione immediata di merci nello stesso esercizio, ma quel progresso del cervello sociale umano viene chiuso nelle casseforti del Capitale in vista di futuri extraprofitti nei suoi successivi cicli.

 Le previsioni quindi di profitti eccezionali che le spese immobilizzate nella ricerca si prevede apporteranno spingono in alto le quotazioni di borsa dell’impresa che soltanto le dichiara, assai prima che incomincino a dare i risultati sperati. Questo fenomeno ben si accorda con la concezione borghese che confonde il capitale con la somma del “valore ad oggi” di infiniti utili annui futuri. Questa somma è capitale fittizio, il prezzo dei diritti sulla produzione futura e non capitale «lavoro morto che resuscita come un vampiro solo succhiando lavoro vivo, e tanto più vive quanto più ne succhia» (Il Capitale). È questo vampiro, che soggioga il lavoro vivo, che va ucciso: borsa e finanza svaniscono di conseguenza. Per quel che può vedere la borghesia nel suo orizzonte storico di classe è che sarà padrona in eterno di appropriarsi del plusvalore di tutte le generazioni operaie avvenire: non può vedere, dietro quell’orizzonte, l’avvicinarsi della rivoluzione proletaria che ridurrà il numero dei termini di quella somma da infinito improvvisamente a zero.

 Le imprese cercano di garantirsi più a lungo possibile le condizioni di monopolio delle innovazioni, di rallentarne il più possibile la divulgazione con accordi e alleanze fra imprese e con le normative statali in difesa del capitale nazionale. Questi ostacoli alla rapida diffusione dei progressi tecnici rimarranno nonostante le illusioni piccolo borghesi che circolano al proposito, perché le applicazioni della scienza alla produzione capitalistica sono destinate ad essere semplicemente un’attività economica, facilmente monopolizzata dalla grande impresa. La ulteriore concentrazione in società gigantesche che pagano i ricercatori, non libera la scienza ma la rende sempre più schiava del capitale. Lo stesso istituto del Brevetto, che in origine, si diceva, avrebbe dovuto difendere il piccolo inventore dal plagio dei grandi, è la forma giuridica che consente ai giganti del capitale mondiale di imprigionare la conoscenza umana.

Proletariato – Tecnica – Rivoluzione

Ma la borghesia non può monopolizzare tecnica e scienza in assoluto, in quanto è costretta a far istruire ad esse una non piccola parte dei suoi proletari: non può farne un segreto di classe, come fu l’Astronomia di antiche caste sacerdotali, né di Stato, come la scrittura ideografica di grandi imperi, né di castello, come l’arte militare dei signori. E scienza e tecnica sono, in potenza, Rivoluzione. La classe rivoluzionaria, tramite il suo partito, deve saperla maneggiare meglio e più dei borghesi, e impugnare ai suoi fini di materiale emancipazione.

 La distruzione politica della società mercantile ed aziendale metterà il sapere sociale al servizio dell’umanità senza classi. «Il sapere della specie, la Scienza, ben più che l’Oro, non sono per noi privati retaggi, e in Potenza appartengono integri all’Uomo Sociale. L’Uomo Sociale (…) il cui senso non è “persona umana” come cellula della società, ma società umana come organismo unico che vive una sola vita (…) Questo organismo, la cui Vita è la Storia, ha un suo Cervello, organismo costruito nella sua millenaria funzione, e che non è retaggio di alcun Teschio e di alcun Cranio» (Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione del marxismo, “Il Programma Comunista”, 1957)

 Una società sapiente, un cervello collettivo, che pensa insieme come lavora insieme, che si riappropria e ricompone i momenti separati dell’umano vivere, nei cicli propri temporali e spaziali. Una riconquista del tempo, anche grazie sì ad uno sviluppo della Tecnica e della Scienza, controllato e sottomesso alle necessità di specie, in un piano sociale che abbracci produzione, riproduzione, svago, riposo e non più solo drogate ed effimere emozioni.