Partito Comunista Internazionale

Imbalsamatori

Categorie: Great man theory

Questo articolo è stato pubblicato in:

 La borghesia ha sempre avuto bisogno del mito del “Grande Uomo”, nell’”ammirazione” ebete per il quale il proletariato, distolto dai suoi interessi ed obiettivi di classe, tarderebbe nella via della lotta in prima persona e nel ricongiungimento con il suo partito comunista.

 Per mezzo secolo ha svolto questa funzione l’epopea “resistenziale”, artatamente costruita e gonfiata, fino al punto di darle una patina “rivoluzionaria”, ora miseramente finita come miseramente è finito il mito stalinista. Ma quando la storiografia borghese si è messa a frugare negli armadi dei “grandi artefici” dell’antifascismo non ne ha tratto che cadaveri. E non solo in senso figurato. Trovare un borghese “pulito”, anche secondo i canoni della morale ufficiale, è sempre più difficile, specie se deve esser presentato come un gigante da imporre a un popolo di pigmei, in campo politico, filosofico, scientifico, morale, qualcuno insomma che possa essere vantato dalla cultura di regime, con tanto di insegnamento del suo pensiero nelle scuole, acconciato a strumento della reazione.

 Potrebbe divenire domani Amadeo Bordiga il “personaggio” adatto? L’integerrimo avversario dello stalinismo e di ogni forma di mercanteggiamento? Evidentemente frigidi funzionari statali e sottili intellettuali ritengono che l’operazione di incorporatio post mortem debba esser tentata poiché, se riuscita, tornerebbe utile in vista di una ripresa della lotta di classe e di un rivitalizzarsi del partito comunista rivoluzionario, che non sia insomma un investimento sballato il tirarlo fuori, imbalsamato come Lenin, dal precedente protettivo silenzio, cercato da lui, e da noi.

 Infatti, ufficialmente riconosciuta con tanto di decreto del Ministero degli Interni, il 27 maggio scorso, a Formia, è stata pubblicamente presentata la “Fondazione Amadeo Bordiga”. All’inaugurazione hanno partecipato sia il sindaco della città, sia gli studenti delle scuole superiori accompagnati dai loro docenti. Il copione prevedeva ben dieci interventi in sole tre ore: dal saluto del sindaco, alla presentazione della Fondazione e delle sue finalità, alla “Riflessione storica sulla figura e l’attività“. Democraticamente, quelli che contano, dovevano parlare tutti: poco, ma tutti.

 Gli scopi della Fondazione, secondo il comunicato stampa diramato, sono quelli di «valorizzare la figura e l’attività del fondatore del Partito Comunista d’Italia (1921) nel complesso di tutti i suoi aspetti umani, politici, ideologici e morali, così come si espressero nell’intero arco della sua vita. A tal fine la Fondazione assegna borse di studio; promuove e finanzia attività di ricerca storica, di pubblicazioni inerenti alle generali finalità sopra indicate (…) di pubblicazione di suoi scritti poco noti o difficilmente reperibili; di ristampa di testi da lui redatti in epoche diverse, di edizione delle opere complete». Ah, il prurito piccolo borghese dell’ Opera Omnia!

Fanno parte della Fondazione personalità di alto rango “di diversa provenienza culturale e politica e con differente attività professionale”, professori universitari, avvocati, giornalisti, storici di varia natura nonché miserevoli rottami del “bordighismo”, che nulla da decenni hanno più a che vedere con il nostro movimento e che coerentemente così concludono le loro “svolte”.

 Cosa possiamo dire noi in proposito? Rendeteci Amadeo Bordiga? Amadeo appartiene a noi e la sua memoria non si tocca? Non impugneremo certo diritti e titoli di proprietà. Oppure dovremmo essere contenti che il capo, il teorico, l’intransigente rivoluzionario, venga finalmente tolto dall’oblio, dall’anonimato?

In più occasioni abbiamo affermato che compito nostro programmatico, come partito comunista, e del nostro scientifico determinismo è negare il mito borghese dell’autonomia dell’individuo. Il fantasma che i borghesi chiamano persona, soggetto di diritto, è una costruzione astratta che viene utilizzata a scopo controrivoluzionario. Ed è un mito che serve alla conservazione specialmente quando finge di esaltare il nome di nostri grandi compagni, personalmente schivi di carattere e in schifo di ogni adulazione.

 Lo affermiamo non per bigotto gusto alla “contrizione” personale ma perché sappiamo che tutte le deviazioni, all’interno del movimento proletario e delle sue organizzazioni politiche, sono passate utilizzando artatamente il nome di uomini illustri, di capi riconosciuti, di geniali teorici. Il nome stesso di Lenin non è stato esente da simile strumentalizzazione, anzi è proprio nel suo nome che è passata la peggiore delle degenerazioni: la controrivoluzione stalinista. Al riguardo abbiamo avuto il coraggio di scrivere: «Dopo il 1917 guadagnammo molti militanti alla lotta rivoluzionaria perché si convinsero che Lenin aveva saputo fare e fatta la rivoluzione: vennero, lottarono e poi approfondirono meglio il nostro programma. Con questo espediente si sono mossi proletari e masse intere che forse avrebbero dormito. Ma poi? Con lo stesso nome si va facendo leva per la totale corruzione opportunista dei proletari: siamo ridotti al punto che l’avanguardia della classe è molto più indietro che prima del 1917, quando pochi sapevano quel nome. Allora diciamo che nelle tesi e nelle direttive stabilite da Lenin si riassume il meglio della collettiva dottrina proletaria, della reale politica di classe; ma che il nome come nome ha un bilancio passivo (…) Ben deve la rivoluzione borghese avere un simbolo e un nome, per quanto sia anche essa in ultima istanza fatta da forze anonime e rapporti materiali (…) È la nostra rivoluzione che apparirà quando non vi saranno più queste prone genuflessioni a persone, fatte soprattutto di viltà e di smarrimento, e come strumento della propria forza di classe avrà un partito fuso in tutti i suoi caratteri dottrinali organizzativi e combattenti, cui nulla prema del nome e del merito del singolo, e che all’individuo neghi coscienza, volontà, iniziativa, merito o colpa, per tutto riassumere nella sua unità a confini taglienti» (1953).

 Quindi con l’obbiettività scientifica, che scandalizza i piccolo-borghesi ed i comunisti fasulli, ma che caratterizza il nostro modo di affrontare le cose, affermiamo che anche il nome di Amadeo Bordiga avrà, ha già avuto, un bilancio finale negativo. L’Amadeo che noi conosciamo e che, senza far mai il suo nome, rivendichiamo ed amiamo, è il lavoratore, il compagno, l’instancabile “negro” della causa rivoluzionaria. Tutti gli aspetti della sua forte, cara, affettuosa figura umana, politici, ideologici, morali sono inscindibili da quella milizia.

 All’interno del partito sta la morte dell’individualismo e di ogni ideologia e prassi personale: il partito comunista non ha divi, nemmeno Marx o Lenin. La coscienza della classe non si può affidare a nomi, sta nel partito e consiste nelle lezioni storiche della lotta proletaria, oltre i limiti delle località, delle nazionalità, della categoria di lavoro, o della azienda-ergastolo di salariati; in essa vive anticipata la società futura, senza classi e senza scambio. E senza il culto ipocrita e vile per disumanizzati Semi-dei, che, come dimostrano i fatti, è sempre premessa obbligata al loro tradimento.