Si ritorca contro il Capitale la solidarietà dei proletari con i lavoratori immigrati
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La macabra scoperta in un camion a Dover di 58 proletari cinesi che tentavano di entrare illegalmente in Gran Bretagna non è che un episodio fra tanti altri della triste deriva dei lavoratori migranti aspirati dal Moloc capitalista occidentale. Arrivano dai paesi più poveri (Africa nera, Marocco, India, Pakistan), cacciati dalle guerre (Curdi di Turchia e d’Irak), o incoraggiati dal “loro” Stato, ansioso di sbarazzarsi così di una parte della sua sovrappopolazione (la Cina per esempio) per cercare nei paesi occidentali, detentori delle ricchezze del globo, la pace e il pane. L’Eldorado sperato li trasforma ben presto in schiavi moderni, fornitori di una mano d’opera a buon mercato per interi settori dell’economia. Ogni anno più di un milione di persone emigrano clandestinamente verso un paese occidentale e un altro milione fa richiesta ufficiale d’asilo. Questi ultimi sono assai spesso parcheggiati in dei campi “di attesa” di cui si vergognano perfino i nostri delicati democratici.
I diversi incidenti che segnano questa epopea migratoria, naufragi di boat people, incendi nelle stive delle navi mercantili, innumeri annegamenti, ecc, fanno ritualmente versare lacrime di coccodrillo ai borghesi, che giurano agli elettori commossi (e più che altro impauriti dall’arrivo sul mercato del lavoro di un proletariato concorrente), che intendono prendere misure finalmente efficaci contro le mafie che profittano ignominosamente del traffico.
Come scrive “Le Monde” del 21 giugno il numero dei rifugiati non cessa di accrescersi dall’inizio degli anni ’80, proprio quando le società occidentali, dopo che erano pervenute in questa secondo dopoguerra al massimo di prosperità, si avvolgono in crisi economiche a ritmo sempre più serrato. Il margine di manovra del capitalismo, cioè il suo tasso del profitto, si ristringe e per evitare di crepare, quest’ultimo deve diminuire i suoi costi di produzione, attaccare il proletariato imponendogli condizioni di lavoro sempre più precarie, salari sempre più bassi. La sua arma favorita è quella di far funzionare la legge dell’offerta e della domanda di lavoro. È per questo che possiamo affermare perentoriamente che il mercato delle braccia, tramite spesso l’immigrazione clandestina, è inseparabile dal sistema capitalista stesso e che i discorsi sulle misure da prendere per limitarne i danni non sono che ipocrisia elettorale.
Infatti le misure di rinforzo dei controlli migratori degli anni ’90 non sono riuscite, né lo volevano, che ad aggravare le condizioni di viaggio dei proletari migranti, a gettarli scientemente, e forse cointeressatamente, nelle braccia dei passatori di professione, spietati, organizzati in mafie, per i quali, come per i borghesi imprenditori, quei proletari non rappresentano che una merce da trasportare, a caro prezzo appunto grazie all’illegalità e da scaricare fuori bordo al primo imprevisto.
Il numero delle domande di regolarizzazione indica i paesi più interessati al passaggio di questo flusso: 400.000 in Grecia, 250.000 in Italia (paesi questi che offrono le maggiori possibilità di trovare lavoro nero), 150.000 in Spagna, 90.000 in Francia. I lavoratori migranti clandestini arrivano per la maggior parte dall’Africa (Marocco ed Africa Nera) e guadagnano la Spagna, la Francia, l’Italia. I lavoratori cinesi, in numero crescente, arrivano via Mosca confluente nel flusso proveniente dall’India, dal Pakistan e dallo Sri Lanka, oppure via Africa. Dall’Est dell’Europa arrivano gli zingari di Romania. Dall’Asia arrivano anche i curdi di Turchia e d’Irak. Era molto utilizzato il passaggio dalla Turchia verso i Balcani, ma la guerra ha sovvertito i tragitti e la via marittima li fa passare per la Grecia e l’Italia. L’Italia è una delle principali vie di penetrazione in direzione dell’Europa con le porte di entrata principali al confine con la Slovenia e le coste delle Puglie dove ogni notte accostano le imbarcazioni proveniente dalla Grecia e dalla Turchia. Le vie terrestri e marittime sono meno controllabili degli scali aeroportuali.
Questi moderni lavoratori migranti sono prevalentemente giovani e cittadini. Non sono i più poveri del loro paese poiché devono pagare caro il servizio dei passatori: i curdi che arrivano in Italia via mare pagano 2.000 dollari per la traversata. Siamo ben lontani dalla prosa romantica degli accordi di Shengen che fa dell’Europa uno spazio di libertà per gli individui! La libertà si applica ai borghesi e al traffico delle loro merci, al Capitale, e non ai proletari, indigeni e no, le cui catene vanno senza posa appesantendosi.
Come abbiamo scritto commentando la repressione nel 1997 in Francia dei “sans papier” e la situazione dei lavoratori clandestini, solo la solidarietà di classe, al di sopra di razze e religioni, situazioni legali o illegali, può difendere sia il proletariato autoctono sia l’immigrato. Solo il movimento rivoluzionario dei proletari di tutti i paesi, uniti nella stessa lotta contro il comune nemico mortale, la borghesia, risolverà la questione dei flussi migratori forzati insieme a quella dello sfruttamento dell’uomo da parte del Capitale di tutti i paesi.