Partito Comunista Internazionale

[RG-78] Corso dell’economia

Categorie: Economic Works

Questo articolo è stato pubblicato in:

Il primo, sul corso dell’economia, illustrava gli andamenti dei dati statistici per constatare i ritmi di accumulazione del capitale.

 L’espansione del capitale ha ripreso vigore da quasi 2 anni in tutte le grandi aree del mondo: continua con ritmi alti negli Stati uniti, si sviluppa in Europa e con vigore nella sua parte centro-orientale, porta la produzione in Giappone verso il recupero della decennale contrazione, riprende con decisione in Russia, ma solo muovendosi dal fondo di una crisi disastrosa, ritorna a livelli di crescita più elevata in Cina e in tutta l’Asia.

 Il capitale ha reagito alla stagnazione degli anni ’90 e al rallentamento del 1997/’98 con una sostenuta accumulazione negli Stati Uniti, con un enfiarsi del credito mondiale favorito dalle grandi banche centrali e con una gran corsa delle quotazioni di borsa.

 L’accumulazione vigorosa negli Stati Uniti ne è favorita: da una fase di sviluppo di nuovi settori della produzione, che procura profitti in forte crescita e rendite da monopoli temporanei sul mercato mondiale; dalla crescita della produzione reale per ora di lavoro e dallo sfruttamento operaio; da una forte immigrazione e da una debole pressione della lotta economica operaia; dall’euforia di borsa; dal gran sviluppo del credito agli investimenti di capitale e al consumo; da un dollaro forte per l’egemonia americana che consente un ammontare di indebitamento netto verso l’estero rapidamente crescente.

 La crescita del capitale negli Stati Uniti non si avvale solo della riconversione in capitale del plusvalore estorto ai lavoratori americani e non consumato, ma utilizza un flusso netto entrante di capitali monetari sovrapprodotti negli altri paesi, che per diventare capitale produttivo ha bisogno di mezzi di produzione e di sussistenza supplementari, che portano le importazioni americane a sempre più superare le esportazioni. Così viene esaltato da questa spirale di importazioni di capitali e di merci il sussulto di dinamismo della vecchia super potenza, la cui tendenza però resta quella al declino, ossia alla diminuzione della propria quota di produzioni mondiale.

 Finché la crescita dei profitti nella reale produzione di merci non rallenta; finché il credito riesce a forzare i limiti al processo riproduttivo originati dall’antagonismo fra produzione per l’accumulazione e consumi limitati, l’aumento della massa di debito estero non è un problema, né per la proprietà estera del capitale, né per le imprese americane che utilizzano quel capitale monetario, né per la moneta cartacea inconvertibile che conteggia quella massa, moneta oggi ben accetta, ma ben poco garantita dalla banca che la emette.

 Così le condizioni di circolazione del capitale finanziario diventano sempre più instabili di fronte a qualsiasi perturbazione dell’economia, queste tanto più probabili quanto più la forzatura dell’accumulazione americana avvicina la sovrapproduzione mondiale, la caduta dl saggio del profitto e degli investimenti.

 La speranza borghese del momento è quindi quella di un dolce rallentamento della crescita americana relativo agli altri grandi centri di accumulazione, che freni gradualmente senza creare panico in un processo esplosivo per la finanza, le borse e il dollaro. Ma la grande crisi del capitale verrà indipendentemente da quella più o meno rabberciata della finanza e delle monete, e non come solo riflesso di questa.