[RG-78] Stato, Principio democratico, Tattica comunista
Categorie: Democratism
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Questo secondo rapporto criticava innanzitutto il modo idealistico con cui la borghesia tratta del principio democratico e dello Stato, contrapponendo ad esso il nostro inserire l’istituto della Democrazia in un lungo divenire storico di crescita e morte e, per logica conseguenza, l’incompatibilità dei valori democratici con la futura società comunista.
Mentre per la borghesia la Democrazia è ritenuta concetto impostosi idealisticamente per un sentimento e bisogno innato umano e per sviluppo astratto della Ragione, per noi è il frutto materiale dell’imporsi della borghesia rivoluzionaria e della sua società del libero scambio: è dunque espressione di rivoluzioni oggettive in una data fase storica e non volontà del pensiero umano astratto.
Con il 1871, e ancor peggio con il 1914, con l’imporsi cioè del capitalismo di tipo monopolistico ed imperialistico, la Democrazia è diventata una forma antistorica. La più funzionale espressione delle esigenze socio-economiche dell’imperialismo non può che essere, irreversibilmente, quella del fascismo, pur quando sotto veste apparentemente democratica.
Così come non appartiene minimamente al marxismo rivoluzionario la pietosa difesa che si sbandiera oggi dei “valori della Democrazia”, così non appartengono al Comunismo tutti i corollari ideologici che dal principio democratico hanno preso forma e contenuto: Libertà, Uguaglianza e Diritto sono concetti della borghesia e della sua società, tanto nella sua fase democratica e progressista quanto in quella deteriore attuale imperialistica.
Si è poi evidenziato nel rapporto come l’opportunismo sia sempre passato inquinando la dottrina marxista con i valori democratici, da Lassalle a Bakunin, dalla degenerazione della Seconda Internazionale allo stalinismo, ai suoi nipotini dei fronti popolari, guerriglieri, ecc.
Riguardando poi la tattica di Lenin per la Rivoluzione in Russia si è dimostrato che le istanze democratiche di cui Lenin dovette farsi non solo difensore ma propugnatore, sono in perfetta linea con il marxismo rivoluzionario. Fino al 1871 i comunisti appoggiavano l’affermazione della rivoluzione democratica borghese in quanto il materialistico presupposto per la lotta di classe per il comunismo non poteva che essere la sconfitta decisa e definitiva del modo di produzione feudale e dei suoi caratteri reazionari. Così dovette fare ancora nel 1917 Lenin nella Russia feudale, con la differenza che in Russia, non esistendo una classe borghese rivoluzionaria, della direzione della rivoluzione borghese dovettero farsi carico i bolscevichi. L’obiettivo di Lenin fu dunque, dopo l’Ottobre, lo sviluppo del modo di produzione capitalistico in Russia, sotto il controllo dello Stato proletario e comunista. Solo la Rivoluzione in Europa avrebbe permesso ai Bolscevichi di spingere la Russia oltre, verso un’economia comunista.
Chi, in passato, ha utilizzato ai propri fini opportunistici Lenin difensore delle forme economiche capitalistiche e politiche democratiche è stato giustamente ritenuto dalla Sinistra Comunista un traditore e al di fuori della limpida linea che Lenin ha invece tracciato. Le tattiche non si comprendono con citazioni isolate, ma con l’analisi dialettica della fase storica in cui si applicano.
Nel 1919, nell’onda del Biennio rosso la Sinistra Comunista formulò le sue Tesi sull’Astensionismo che l’anno successivo, al II Congresso dell’Internazionale Comunista, vennero proposte alla sua Centrale e alle diverse sezioni. Alle nostre tesi l’Internazionale preferì quelle di Lenin e Bucharin che difendevano invece l’uso della tattica del parlamentarismo rivoluzionario, che noi accettammo per disciplina alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Infatti per Lenin e i bolscevichi, come già per Marx, il Parlamento fu sempre ritenuto soltanto un mezzo per la sua distruzione e per propagandare fra le masse una politica dichiaratamente antidemocratica e rivoluzionaria.