Elezioni americane – Danza di ridicoli omini sui bastioni del Capitale
Categorie: Electoralism, USA
Questo articolo è stato pubblicato in:
Non passa giorno senza che la borghesia, obtorto collo, debba inchinarsi alla potenza della concezione materialistica del marxismo. Non si può non gioire dei colpi portati contro quella vera peste controrivoluzionaria definita dal partito la “teoria del battilocchio”, pestifera sia quando s’innalzi l’individuo d’eccezione a facitore di storia, sia quando si va in delirio per la generica persona umana, mai tanto corteggiata come in quest’epoca della storia in cui viene stritolata in massa come polvere nel mortaio.
Alcune perle pescate nel mare magnum della stampa borghese sulla imminente elezione del Big n.1 mondiale a capo della Repubblica a stelle e strisce, ci offrono l’occasione per fugare da qualche capa ancora tosta la vecchia canzone che la moderna poliedrica società capitalistica possa essere pilotata da una banda di tre o quattro più o meno minorati Nomi Illustri, siano essi genii del Bene o del Male. O, alla rovescia, che milioni di uomini si debbano immolare al solo scopo di appendere, per il collo o per i piedi, l’ex Big di turno.
Citiamo testualmente da “La Stampa” del 1° novembre scorso: «Bush è arrivato alla politica non per passione ma perché non sapeva cos’altro fare: avendo un padre che era stato presidente, un nonno senatore come Prescott Bush e un altro antenato presidente nell’albero genealogico della madre Barbara, cioè Franklin Pierce, ha intrapreso il mestiere più in voga in famiglia. A poco più di quarant’anni ha lasciato la vita dissipata e inventandosi una profonda conversione religiosa è stato “illuminato da Dio”, per usare le sue parole (…) All’uomo piace presenziare, stringere la mano, apparire in Tv, ma per lui un dossier da studiare o un argomento da approfondire sono vere e proprie torture (…) Fino a tre mesi fa era del tutto a digiuno di politica estera. Dopo una lunga serie di infortuni si è sottoposto ad un corso intensivo per apprendere almeno i fondamentali, cioè ha imparato a memoria i nomi degli attuali capi di Stato e quelli delle capitali.
«Al Gore, invece, è stato fin da giovane programmato per la politica da un altro genitore famoso nei corridoi dei palazzi di Washington, il senatore Albert. Per volontà del padre ha fatto il giornalista nel Tennessean, un foglio in cui si sono formati molti Democratici illustri (…) E sempre su suggerimento del vecchio è partito per il Vietnam proprio lui che era un attivista del movimento pacifista: un rifiuto sarebbe stato una macchia indelebile nella sua biografia politica (…) Gore, che è del tutto sprovvisto di humor, in un anno ha preteso di diventare un esperto di armamenti, lui che non sa distinguere un cannone da un carro armato».
Questo florilegio ci mostra non solo che sono stati elevati al grado di merce-genio certe specie di fessi da far paura, ma che oggi, in una società in dissoluzione, la passività delle masse – che non è per difetto di cultura o per mancanza di capi, ma per difetto di forza rivoluzionaria a seguito di note cause complesse e remote – diffonde tra i proletari la convinzione che bisogna guardare agli uomini del destino e che a determinare la storia siano i vari cambi della guardia dei “battilocchi”.
La concezione non muta se a quella che tutto concentra nella singola scatola cranica si sostituisce quella che vuole far passare il fatto storico per tutti i cervelli, anteponendo così alla lotta rivoluzionaria la preventiva educazione e coscienza, concezione già battuta in breccia dal marxismo in fasce.
È nota la connessione, in Marx, tra la funzione della grande individualità nella storia (e non solo dei Migliori ma dei grandi numeri, di interi popoli, di intere classi) e le condizioni economiche e l’umana attività in generale; la relazione che si stabilisce tra la condizione materiale media in cui vive un determinato agglomerato sociale e i corrispondenti riflessi nel campo cosiddetto sovrastrutturale dell’ideologia, della religione, della politica, dell’arte. «Nella produzione sociale della loro vita gli uomini accedono a rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà; rapporti questi di produzione che corrispondono a un grado determinato dell’evoluzione delle forze produttive materiali». Su tale base reale si èleva la sovrastruttura giuridica e politica, cui corrispondono determinate forme della coscienza sociale. Non è quindi la posizione economico-sociale dell’individuo che determina la sua ideologia. La formula di Marx è: «Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo della vita sociale, politica e spirituale in generale».
La passività dello spirito rispetto alla materia nella singola persona resta per noi fatto assodato, ma nel nostro determinismo la verifica non pretendiamo di averla alla scala individuale. La dimostriamo nel campo sociale con l’analisi storica ed economica e non escludiamo che la regola generale possa essere contraddetta in singoli casi, senza per questo intaccare la teoria.
Il marxismo rivoluzionario non è morto, e legge ancora la storia per antagonismi di classi avverse e non per protagonisti che recitano sulle poltrone ai vertici.
La rottura della determinazione dell’epoca borghese, per cui le vittime del sistema pensano con l’ideologia propria di esso, avverrà per la prima volta nella storia con la comparsa di un soggetto conoscente e agente che non è un persona, ma il partito rivoluzionario. Qui il “rovesciamento della prassi”.
Per fortuna lo stesso capitale, per contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto e imporre il suo tallone di ferro sul proletariato, è costretto a lavorare per noi. Come dice Engels, i capitalisti sono costretti a riconoscere in parte il carattere sociale delle forze produttive. Essi si affaccendano ad impossessarsi dei grandi organismi di produzione e di scambio, dapprima con società per azioni, poi per mezzo di trust e infine per il tramite indiretto dello Stato. Ma la borghesia si rivela con ciò una classe superflua, e tutte le sue funzioni sociali sono ormai svolte da funzionari stipendiati.
Se il capitalismo finisce col fare a meno delle Personalità, il comunismo comincia allo stesso modo. Gli operai vinceranno se capiranno che “nessuno deve venire”. L’attesa del Messia e il culto del genio, spiegabili per Pietro e per Carlyle, sono per un marxista solo misere coperture di impotenza. «La Rivoluzione si alzerà tremenda, ma anonima».